Pillole di Mercato
(43° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Silvio Berlusconi: “Non è il talento a portarti lontano, ma la disciplina di fare ciò che è difficile, anche quando non hai voglia”
La settimana si è conclusa con un arretramento dei principali indici americani, con l’S&P 500 in calo di circa il 2% e il Nasdaq del 4,5%. Tuttavia, osservando la composizione dell’S&P 500, emerge un quadro meno negativo di quanto suggeriscano gli indici: circa il 70% delle società ha chiuso la settimana in territorio positivo e 7 settori su 11 hanno registrato un rialzo. La debolezza si è concentrata soprattutto sulla tecnologia, che ha perso il 7,7%, mentre i beni di consumo difensivi hanno guadagnato il 5% e l’energia il 4,9%. Non siamo quindi di fronte a vendite generalizzate, ma a una rotazione settoriale che sta penalizzando soprattutto le grandi società tecnologiche, il cui peso elevato condiziona significativamente l’andamento degli indici. Il settore energetico ha beneficiato del rialzo del petrolio WTI, cresciuto di oltre il 10% fino a circa 101 dollari al barile, in seguito alle nuove tensioni in Medio Oriente. Questo aumento rappresenta però un fattore di pressione per l’economia americana, perché si trasmette ai prezzi dei carburanti, ai costi di trasporto e, progressivamente, ai margini delle imprese e alla capacità di spesa delle famiglie. I dati sull’inflazione di settembre confermano questa dinamica. L’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,6% su base mensile, portando l’inflazione annua al 3,7%, contro il 3,6% atteso e il 3,4% di agosto. Anche l’inflazione core è risultata superiore alle previsioni, attestandosi al 2,6%. A incidere maggiormente è stato il prezzo della benzina, aumentato del 9,1% in un solo mese e responsabile di oltre la metà dell’incremento mensile dell’indice. Ancora più significativo è stato il dato sui prezzi alla produzione, cresciuti dell’1,3% mensile e del 6,3% annuo, con un aumento del 10,8% per l’energia e del 3,4% per i servizi di trasporto e magazzinaggio. Questi numeri indicano che il rincaro energetico sta iniziando a trasferirsi sui costi aziendali, ponendo le imprese davanti a una scelta: assorbire gli aumenti riducendo i margini oppure trasferirli ai consumatori, alimentando ulteriormente l’inflazione. Anche le vendite al dettaglio americane meritano una lettura attenta. A settembre sono cresciute dello 0,8%, superando nettamente il +0,3% atteso, ma una parte importante dell’aumento è derivata dalla maggiore spesa per i carburanti. Trattandosi di dati nominali, spendere di più non significa necessariamente acquistare maggiori quantità di beni. Le vendite al dettaglio core, che escludono automobili, carburanti, materiali da costruzione e ristorazione, sono aumentate soltanto dello 0,1%, rispetto all’1,2% di agosto. Anche il commercio online, le automobili e gli elettrodomestici hanno mostrato segnali di rallentamento. Le famiglie americane stanno quindi destinando una quota crescente delle proprie risorse ai beni essenziali, riducendo la disponibilità per altri consumi. Una tendenza coerente con le indicazioni dell’ultima Beige Book della Federal Reserve, secondo cui le difficoltà iniziano a coinvolgere anche le famiglie appartenenti alla fascia media. Nonostante l’accelerazione dell’inflazione, i rendimenti dei Treasury sono diminuiti, probabilmente anche grazie alla ricerca di protezione durante le vendite azionarie e ai timori sulle conseguenze del caro energia per la crescita economica. Il mercato attribuiva circa il 66% di probabilità a una pausa della Fed nella riunione del 28 ottobre, mentre circa il 90% degli operatori scontava almeno un rialzo entro dicembre. L’economia americana rimane comunque resiliente, con la stima GDPNow della Fed di Atlanta che indica una crescita annualizzata del PIL del 3,6% nel terzo trimestre. Il rischio principale non è quindi una recessione imminente, ma un progressivo deterioramento del potere d’acquisto delle famiglie e della redditività aziendale. Sul fronte tecnologico, la correzione è stata particolarmente intensa anche in Asia, dove il Kospi sudcoreano ha perso circa il 14% nella settimana, mentre l’indice americano dei semiconduttori SOX ha proseguito la propria sequenza negativa. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la sostenibilità degli investimenti nell’intelligenza artificiale e la crescente concorrenza nel mercato delle memorie. Secondo alcune indiscrezioni, la cinese CXMT starebbe compiendo progressi nello sviluppo di memorie DRAM a maggiore densità, alimentando il timore che nuovi concorrenti possano esercitare pressione sui prezzi e sui margini dei principali produttori. Non si tratta ancora di un cambiamento accertato degli equilibri competitivi, ma quando le valutazioni incorporano aspettative particolarmente elevate anche un rischio potenziale può provocare importanti prese di profitto. Secondo Barclays, il comparto dei semiconduttori rappresenta ormai quasi il 20% della capitalizzazione dell’S&P 500 e contribuisce per oltre un terzo alla crescita complessiva degli utili dell’indice. Questo rende l’intero mercato americano particolarmente sensibile a eventuali revisioni delle prospettive del settore. Un secondo elemento di attenzione riguarda il finanziamento delle infrastrutture AI. Il caso di CoreWeave è significativo: i credit default swap a cinque anni hanno raggiunto nuovi massimi e una sua obbligazione è stata scambiata sotto quota 80 rispetto al valore nominale di 100. Questi movimenti non indicano necessariamente un rischio imminente di insolvenza, ma mostrano che gli investitori stanno chiedendo una remunerazione crescente per finanziare società caratterizzate da investimenti molto elevati e da una forte dipendenza dal debito. Per rendere sostenibili queste infrastrutture, le aziende devono generare ricavi sufficienti a coprire costi operativi, interessi e ammortamento degli investimenti. La crescita della domanda di intelligenza artificiale, da sola, non garantisce quindi che tutte le società coinvolte riescano a produrre rendimenti adeguati sul capitale impiegato. A complicare il quadro contribuisce anche il posizionamento degli investitori. Secondo il sondaggio di ottobre di Bank of America, l’esposizione dei gestori al settore tecnologico ha raggiunto i massimi dall’estate del 2020, mentre la liquidità nei portafogli è scesa al 3,9%. Un posizionamento così concentrato può amplificare le correzioni quando cambiano le aspettative. La volatilità è infatti tornata a salire, con il VIX a 20,1 punti, in aumento del 36% rispetto alla settimana precedente. Nonostante questo, i primi risultati della stagione delle trimestrali rimangono incoraggianti: circa l’80% delle prime 45 società dell’S&P 500 che hanno pubblicato i conti ha superato le aspettative sugli utili per azione. Il mercato sta quindi diventando più selettivo, senza che sia ancora emersa una delusione generalizzata sui risultati aziendali. Nelle prossime settimane l’attenzione si concentrerà sulle trimestrali di altre 76 società dell’S&P 500, con particolare riguardo all’evoluzione dei margini, ai flussi di cassa e ai programmi di investimento. Saranno importanti anche i PMI preliminari americani, per i quali è atteso un rallentamento sia nei servizi sia nel manifatturiero. Per i portafogli, la conclusione è che non basta individuare settori con prospettive di crescita elevate: occorre valutare la qualità degli utili, il capitale necessario per generarli e il costo del finanziamento. Le grandi società tecnologiche capaci di sostenere gli investimenti attraverso flussi di cassa interni si trovano in una posizione diversa rispetto alle aziende maggiormente dipendenti dal credito. Allo stesso tempo, la concentrazione degli indici e la sovrapposizione tra strumenti finanziari possono aumentare l’esposizione effettiva a pochi titoli. Non è necessario modificare le strategie a ogni correzione del Nasdaq, ma è fondamentale conoscere i rischi assunti e mantenere un processo di investimento coerente con i propri obiettivi. La disciplina, la diversificazione e l’attenzione alla sostenibilità dei risultati aziendali rimangono gli strumenti più importanti per affrontare un mercato nel quale la crescita continua a offrire opportunità, ma gli investitori sono sempre meno disposti a pagarla a qualsiasi prezzo.
La settimana dal 19 al 23 ottobre sarà caratterizzata da importanti appuntamenti macroeconomici, con l’attenzione concentrata soprattutto sulla crescita cinese, sull’inflazione britannica e sugli indicatori anticipatori dell’attività economica globale. Il filo conduttore sarà capire quanto le principali economie riescano a mantenere una crescita sostenuta in un contesto di inflazione ancora elevata e politiche monetarie restrittive.
· Lunedì 19 ottobre – Cina: giornata importante con la pubblicazione del PIL del terzo trimestre, della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti. Negli USA attenzione alla fiducia dei costruttori immobiliari.
· Martedì 20 ottobre – Regno Unito, Germania e USA: mercato del lavoro britannico, con particolare attenzione a disoccupazione e salari; indice ZEW tedesco e dati sul settore immobiliare americano. La Cina aggiornerà i tassi di riferimento sui prestiti.
· Mercoledì 21 ottobre – Regno Unito: giornata chiave per l’inflazione britannica, attesa in accelerazione, e per l’intervento del governatore della Bank of England Andrew Bailey, utile per comprendere le prospettive della politica monetaria.
· Giovedì 22 ottobre – USA: richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e indice anticipatore del Conference Board, indicatori utili per valutare la tenuta dell’economia americana.
· Venerdì 23 ottobre – Giornata chiave per la crescita globale: pubblicazione dei PMI manifatturieri e dei servizi di Francia, Germania, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti. Attesi anche l’inflazione giapponese e la fiducia dei consumatori americani.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai +0,24%, China A50 +0,05%, Hang Seng +0,52%, il Nikkei +1,39%, l’Australia +1,00%, Taiwan +0,30%, la Corea del Sud Kospi +2,05%, l’indice Indiano Sensex +0,56%. Il nostro FTSEMib +0,93%, Dax +0,95%, Ftse100 +0,38%, Cac40 +0,28%, Zurigo +0,29%. Lo S&P500 -1,09%, il Nasdaq -2,14%, il Russell2000 -1,66%. L’oro ha chiuso a 4.186,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 99,02$ per il wti e 109,69$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 87,547. Lo spread BTP/BUND 106,90. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 19,99%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai +0,06%, China A50 +0,10%, Hang Seng +0,52%, il Nikkei -0,71%, l’Australia +0,42%, Taiwan -0,64%, la Corea del Sud Kospi +0,76%, l’indice Indiano Sensex -0,30%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura debole mentre gli Stati Uniti sono positivi. L’oro si attesta a 4.203,75 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 97,38$ per il greggio e 107,85$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 82.542 e l’Ethereum 2.423.
Buona giornata e buona settimana.





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