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Pillole di Mercato

17 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

(41° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Theodore Roosevelt: “Il confronto è il ladro della gioia”

 

Il mercato azionario globale torna a mostrare segnali di debolezza dopo essersi avvicinato ai massimi storici, mentre il petrolio e i rendimenti obbligazionari continuano a rappresentare le principali fonti di pressione. L’MSCI All Country World ha perso lo 0,2%, allontanandosi ulteriormente dai record dopo essere arrivato a meno dell’1,5% dai massimi. Anche Wall Street ha interrotto il recente rialzo e le borse asiatiche hanno ceduto circa l’1%. Ancora una volta il principale elemento di instabilità arriva dal Medio Oriente. Il Brent è salito del 2%, superando i 102 dollari al barile, dopo le indiscrezioni secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono di predisporre possibili operazioni militari contro l’Iran prima delle elezioni americane di novembre. A complicare ulteriormente il quadro sono arrivati nuovi attacchi degli Houthi contro infrastrutture aeroportuali saudite e interruzioni della produzione petrolifera americana causate dal maltempo. Il risultato è stato un nuovo aumento del premio geopolitico incorporato nel petrolio, con effetti immediati anche sul mercato obbligazionario. Il rendimento del Treasury decennale è salito al 5,31%, avvicinandosi ai livelli più elevati dal 2002. È la stessa dinamica che osserviamo ormai da diverse settimane: petrolio più caro significa maggiori pressioni inflazionistiche, aspettative di politica monetaria più restrittiva e rendimenti obbligazionari che faticano a stabilizzarsi. Il problema è che questa volta l’aumento dei costi energetici si accompagna anche a un forte incremento dei costi di trasporto. Le tariffe per il noleggio delle superpetroliere hanno raggiunto nuovi massimi, aggiungendo ulteriori pressioni lungo la filiera petrolifera. Non conta quindi soltanto quanto costa un barile di greggio, ma anche quanto costa trasportarlo e distribuirlo. Se queste tensioni dovessero prolungarsi, una parte dell’aumento dei costi potrebbe trasferirsi progressivamente sui prezzi finali, rendendo più difficile il processo di disinflazione. In questo contesto assumono particolare importanza i verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve. Tutti i 19 membri hanno sostenuto il rialzo di 25 punti base deciso a settembre, il primo dal luglio 2023, condividendo la necessità di contrastare il rischio di una nuova accelerazione dell’inflazione. È un segnale significativo perché conferma che la Fed considera ancora insufficientemente restrittive le condizioni monetarie rispetto alla tenuta dell’economia americana. La crescita rimane robusta e l’inflazione superiore all’obiettivo del 2%, una combinazione che potrebbe giustificare ulteriori interventi entro la fine dell’anno. Per i mercati questo significa che non basta più osservare qualche dato favorevole sull’inflazione per aspettarsi automaticamente una riduzione dei tassi. La Fed deve valutare anche la persistenza della crescita e soprattutto il rischio che il petrolio riaccenda le pressioni sui prezzi. Eppure, nonostante questo contesto, l’azionario americano ha dimostrato finora una capacità di tenuta notevole, arrivando a nuovi massimi grazie soprattutto alla crescita degli utili e agli investimenti nell’intelligenza artificiale. Il prossimo test arriverà con la stagione delle trimestrali, ormai imminente. Sarà il momento di verificare se le centinaia di miliardi investiti in infrastrutture tecnologiche stanno effettivamente generando risultati economici proporzionati al capitale impiegato. Anche dall’Asia arrivano segnali che invitano a una maggiore selettività. Samsung Electronics ha comunicato utili trimestrali record, ma inferiori alle aspettative degli analisti, provocando una flessione del titolo dell’1,3%. È un esempio interessante di come il mercato stia diventando sempre più esigente: non basta più registrare risultati storicamente elevati, bisogna superare aspettative che nel frattempo sono cresciute altrettanto rapidamente. Il caso Samsung mostra bene il passaggio da una fase nella quale veniva premiata soprattutto la crescita della domanda tecnologica a una nella quale conteranno sempre di più margini, capacità produttiva e sostenibilità degli utili. Anche le difficoltà incontrate dalla quotazione della società australiana di data center Firmus Grid suggeriscono che l’interesse per l’intelligenza artificiale non si traduce automaticamente in disponibilità degli investitori a finanziare qualsiasi progetto. Con rendimenti governativi superiori al 5%, il capitale è diventato più costoso e il mercato richiede maggiore visibilità sui ritorni economici. Nel frattempo, anche l’Europa continua a rappresentare una fonte autonoma di rischio. La situazione fiscale francese mantiene elevata la pressione sui titoli di Stato e gli investitori continuano a richiedere premi maggiori rispetto ai Bund tedeschi. Il governo francese ha confermato di non voler modificare la propria strategia di emissione del debito, ma il mercato sembra attendere risposte più convincenti sulla sostenibilità dei conti pubblici. È un passaggio importante perché dimostra come il rialzo dei rendimenti non sia più soltanto una questione di inflazione e banche centrali. In Europa si aggiunge il rischio fiscale, mentre negli Stati Uniti pesano anche la crescita economica e la quantità di debito da finanziare. Il quadro complessivo rimane quindi caratterizzato da una convivenza sempre più difficile tra utili aziendali robusti e condizioni finanziarie restrittive. Da una parte l’intelligenza artificiale continua a sostenere investimenti, domanda e profitti; dall’altra petrolio elevato, rendimenti ai massimi pluridecennali e tensioni geopolitiche aumentano il costo del capitale e riducono il margine di errore. La variabile decisiva non è soltanto il livello raggiunto dal Treasury decennale, ma la capacità delle aziende di continuare a far crescere gli utili abbastanza rapidamente da compensare rendimenti così elevati. Se la prossima stagione delle trimestrali confermerà aspettative e margini, l’azionario potrà continuare a mostrare resilienza. Se invece dovessero emergere revisioni al ribasso proprio mentre petrolio e Treasury rimangono sotto pressione, l’equilibrio diventerebbe più fragile. Per questo continuerei a osservare soprattutto tre elementi: l’evoluzione del petrolio, la direzione dei rendimenti di lungo periodo e la qualità degli utili aziendali. I nuovi massimi raggiunti recentemente dagli indici non significano che i rischi siano scomparsi, così come una correzione di qualche seduta non rappresenta necessariamente l’inizio di un’inversione strutturale. Il mercato sta semplicemente diventando più selettivo e sempre meno disposto a finanziare crescita e valutazioni senza una dimostrazione concreta dei risultati. In una fase come questa, più che prevedere la prossima direzione degli indici, diventa fondamentale mantenere un processo di investimento capace di distinguere tra crescita sostenibile, rischio finanziario e prezzo pagato per partecipare a quella crescita.

 

I market movers di oggi sono: saldo della bilancia commerciale in Germania, richieste dei sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiuso per festività, China A50 chiuso per festività, Hang Seng -0,61%, il Nikkei -0,55%, l’Australia -0,08%, Taiwan -0,15%, la Corea del Sud Kospi -1,33%, l’indice Indiano Sensex -0,37%. Il nostro FTSEMib -2,51%, Dax -1,35%, Ftse100 -0,79%, Cac40 -1,22%, Zurigo +0,14%. Lo S&P500 -0,22%, il Nasdaq -0,22%, il Russell2000 -1,31%. L’oro ha chiuso a 4.140,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 88,28$ per il wti e 100,20$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 79,730. Lo spread BTP/BUND 116,04. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,08%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai -0,57%, China A50 -0,62%, Hang Seng -0,72%, il Nikkei -0,63%, l’Australia -0,77%, Taiwan -0,72%, la Corea del Sud Kospi -1,21%, l’indice Indiano Sensex -0,69%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura mista mentre gli Stati Uniti sono deboli. L’oro si attesta a 4.154,12 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 90,11$ per il greggio e 102,57$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 82.867 e l’Ethereum 2.571.

 

Buona giornata.

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