Pillole di Mercato
(40° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Stanisław Jerzy Lec: “Molti che avevano preceduto il proprio tempo, hanno poi dovuto aspettarlo in locali piuttosto scomodi”
Dopo settimane nelle quali il principale problema dei mercati è stato il rialzo dei rendimenti obbligazionari, nelle ultime sedute qualcosa sta iniziando a cambiare. Non perché siano scomparsi i rischi legati a inflazione e tassi, ma perché stanno emergendo nuove fonti di tensione che stanno riportando domanda verso i titoli governativi considerati più sicuri. Il credito societario sta mostrando i primi segnali di deterioramento, le materie prime rimangono volatili e soprattutto la situazione politica e fiscale francese sta creando tensioni all’interno del mercato obbligazionario europeo. I Treasury americani hanno mantenuto gran parte del recupero della seduta precedente, mentre sono saliti anche i titoli governativi di Giappone, Australia e Nuova Zelanda. È un passaggio interessante perché nelle ultime settimane le obbligazioni erano state vendute quasi indipendentemente dal comportamento dell’azionario. Ora sembra riaffacciarsi, almeno parzialmente, la loro tradizionale funzione di bene rifugio. Non tutte le obbligazioni, però, stanno beneficiando allo stesso modo di questo movimento. In Europa sta emergendo una forte divergenza tra il Bund tedesco, che continua ad attirare acquisti, e i titoli dei Paesi percepiti come fiscalmente più vulnerabili. La Francia è diventata il punto centrale della tensione. L’incertezza politica e le preoccupazioni sulla sostenibilità dei conti pubblici hanno spinto i futures sui titoli francesi vicino ai minimi storici e provocato un rapido aumento del premio per il rischio. Lo spread tra i rendimenti biennali francesi e tedeschi è aumentato fino a 22 punti base in una sola seduta, il movimento più forte dal 2012. Anche l’Italia è stata coinvolta: il differenziale tra BTP e Bund a due anni è quasi raddoppiato fino a 55 punti base, registrando il maggiore aumento giornaliero dal 2020. È un segnale da seguire con attenzione perché indica che il mercato sta iniziando nuovamente a distinguere il rischio sovrano all’interno dell’Eurozona. Quando aumenta l’incertezza fiscale, non conta soltanto il livello generale dei tassi: diventa fondamentale anche quale governo sta emettendo quel debito e quale premio gli investitori richiedono per finanziarlo. La tensione non riguarda però soltanto i titoli governativi. Anche il credito societario sta iniziando a mostrare qualche crepa. Gli spread delle obbligazioni corporate globali si sono allargati di circa cinque punti base nella settimana, il movimento più ampio da marzo, raggiungendo i livelli più elevati degli ultimi sei mesi. Sull’investment grade asiatico i premi al rendimento sono aumentati ulteriormente. Preso isolatamente non è ancora un movimento particolarmente allarmante, ma rappresenta un cambiamento rispetto ai mesi precedenti, durante i quali gli spread erano rimasti estremamente compressi nonostante l’aumento dei rendimenti governativi. È proprio il credito che merita ora maggiore attenzione: finché salgono soltanto i Treasury possiamo parlare soprattutto di inflazione, politica monetaria e premio per la duration; quando iniziano ad allargarsi anche gli spread corporate significa che il mercato sta cominciando a chiedere una remunerazione maggiore anche per il rischio di credito e per la qualità dei bilanci aziendali. Dopo una quantità record di nuove emissioni e con il costo del finanziamento molto più elevato, questa distinzione diventa particolarmente importante. Anche le materie prime stanno inviando segnali contrastanti. Il Brent rimane sopra 102 dollari al barile dopo due sedute di rialzo e continua quindi a rappresentare una fonte di pressione sull’inflazione, soprattutto finché il confronto tra Stati Uniti e Iran mantiene elevato il rischio geopolitico. Contemporaneamente, però, minerale di ferro e rame stanno correggendo con forza: il primo si avvia verso la decima seduta consecutiva di ribasso, mentre il rame potrebbe registrare la peggiore settimana da maggio. È una divergenza interessante perché energia e metalli industriali stanno raccontando due storie differenti. Il petrolio continua a incorporare soprattutto geopolitica e rischio sull’offerta, mentre la debolezza dei metalli può riflettere maggiori dubbi sulla domanda industriale e sulla crescita globale. Anche l’azionario sta iniziando a risentire di questa combinazione. Le borse asiatiche si avviano verso la peggiore settimana da luglio e quelle europee verso la peggiore da aprile. Hong Kong ha registrato la seduta più debole da marzo e HSBC ha perso quasi il 5%, in un contesto nel quale le banche devono confrontarsi contemporaneamente con rendimenti elevati, rischio di credito e possibili nuove pressioni fiscali nel Regno Unito. Il dollaro continua invece a rafforzarsi e si avvia verso la terza settimana consecutiva di rialzo, la sequenza migliore dal gennaio 2025, beneficiando sia del differenziale dei tassi sia della ricerca di sicurezza. Il prossimo passaggio importante arriverà dal mercato del lavoro americano. Il consenso prevede circa 90.000 nuovi occupati a settembre, dopo i 162.000 del mese precedente, con disoccupazione stabile al 4,1%. Dopo dati relativamente solidi su occupazione privata e richieste di sussidio, un rapporto ancora forte lascerebbe alla Fed ampio spazio per proseguire con la stretta monetaria. Un dato significativamente più debole potrebbe invece ridurre la pressione sui Treasury e rafforzare il recupero della duration. Ma il punto forse più interessante di questa settimana è che il mercato sta diventando più complesso. Fino a pochi giorni fa la catena dominante era abbastanza lineare: petrolio alto, inflazione più resistente, Fed più restrittiva e rendimenti in aumento. Ora dobbiamo aggiungere almeno altri due elementi: credito e rischio sovrano europeo. Se gli spread corporate continueranno ad allargarsi e le tensioni francesi inizieranno a propagarsi maggiormente agli altri Paesi dell’Eurozona, rendimenti governativi più bassi non rappresenterebbero necessariamente una buona notizia. Potrebbero semplicemente indicare che gli investitori stanno cercando sicurezza. È quindi importante distinguere un rally dei bond provocato dal miglioramento dell’inflazione da un rally provocato dal peggioramento della percezione del rischio. Nel primo caso scenderebbe il costo del capitale e aumenterebbe lo spazio per azioni e credito; nel secondo diminuirebbero i rendimenti dei titoli più sicuri mentre aumenterebbero contemporaneamente gli spread degli strumenti più rischiosi. Per questo nelle prossime sedute non guarderei soltanto il Treasury decennale. Guarderei insieme Treasury, Bund, spread sovrani europei e soprattutto spread investment grade e high yield. Se i rendimenti governativi si stabilizzano mentre anche gli spread smettono di allargarsi, potremmo iniziare a parlare di un miglioramento reale delle condizioni finanziarie. Se invece Treasury e Bund salgono di prezzo mentre credito e periferia europea continuano a indebolirsi, il messaggio sarebbe molto diverso: non sarebbe ancora la fine della tensione, ma semplicemente il mercato che sta iniziando a cercare un posto più sicuro dove aspettare.
I market movers di oggi sono: feste nazionali per Cina e India, vendite al dettaglio in Italia, indice previsionale CPI (inflazione) nell’Eurozona, buste paga del settore non agricolo (NFP), salario orario medio e tasso di disoccupazione negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiuso per festività, China A50 chiuso per festività, Hang Seng chiuso per festività, il Nikkei +3,02%, l’Australia -1,71%, Taiwan +0,60%, la Corea del Sud Kospi +1,47%, l’indice Indiano Sensex -0,13%. Il nostro FTSEMib -2,21%, Dax -0,87%, Ftse100 -1,68%, Cac40 -1,62%, Zurigo -1,50%. Lo S&P500 +0,25%, il Nasdaq +0,04%, il Russell2000 +0,40%. L’oro ha chiuso a 4.202,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 92,87$ per il wti e 102,31$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 73,535. Lo spread BTP/BUND 118,30. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 16,42%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiuso per festività, China A50 chiuso per festività, Hang Seng -2,85%, il Nikkei -0,94%, l’Australia +0,72%, Taiwan +0,20%, la Corea del Sud Kospi +0,25%, l’indice Indiano Sensex chiuso per festività. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti sono positivi. L’oro si attesta a 4.216,75 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 92,34$ per il greggio e 101,93$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 86.503 e l’Ethereum 2.732.
Buona giornata e buon fine settimana.



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