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Pillole di Mercato

1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

(39° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Philip K. Dick: “L'universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l'oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall'abisso”

 

Dopo una delle fasi più violente degli ultimi anni per il mercato obbligazionario, i rendimenti americani stanno finalmente mostrando qualche segnale di stabilizzazione, anche se parlare di inversione sarebbe prematuro. Il Treasury decennale è sceso leggermente al 5,19%, dopo essere salito di oltre 20 punti base nelle due sedute precedenti, mentre il biennale è tornato al 4,90%. La tregua arriva soprattutto dal petrolio: il Brent è sceso dello 0,8% verso 106 dollari dopo essere aumentato di oltre il 7% nelle due giornate precedenti. Stati Uniti e Iran starebbero discutendo un accordo graduale che prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio della rimozione del blocco americano sui porti iraniani. È probabilmente questa, in questo momento, la variabile più importante per i mercati. Petrolio e rendimenti obbligazionari sono diventati strettamente collegati: energia più costosa significa maggiori pressioni inflazionistiche, aspettative di una Fed più restrittiva e quindi rendimenti più elevati. Al contrario, una distensione geopolitica capace di riportare stabilmente il petrolio sotto pressione potrebbe ridurre una delle principali ragioni che stanno spingendo il mercato a prezzare nuovi rialzi dei tassi. Gli swap incorporano ormai completamente tre ulteriori aumenti da 25 punti base nei prossimi dodici mesi, uno scenario che ha contribuito a portare il Treasury decennale sopra il 5,2% e il trentennale sui livelli più elevati dal 2004. Anche il rendimento medio dei titoli governativi globali ha raggiunto il 4% per la prima volta dal 2007. Non siamo quindi davanti soltanto a un problema americano, ma a una rivalutazione globale del costo del denaro. Dopo un movimento così rapido è fisiologico assistere a una fase di consolidamento, ma servirà una stabilizzazione più duratura prima di poter affermare che la pressione sulla duration sia terminata. Il mercato azionario ha comunque accolto positivamente la pausa: l’MSCI Asia Pacific è salito dello 0,3%, guidato dal Giappone, mentre i futures americani hanno recuperato parte delle perdite e quelli europei indicano un’apertura positiva. La questione centrale rimane però quanto a lungo l’azionario possa convivere con rendimenti superiori al 5%. Finora gli utili e soprattutto il ciclo degli investimenti nell’intelligenza artificiale hanno fornito un sostegno importante. Anthropic, ad esempio, ha appena firmato un contratto da 11,6 miliardi di dollari in sette anni con Akamai per capacità di calcolo, un’ulteriore conferma della dimensione degli investimenti necessari per sostenere lo sviluppo dell’AI. Ma proprio qui emerge il tema che stiamo seguendo da settimane: il boom dell’intelligenza artificiale è sempre più capital intensive. Data center, semiconduttori, energia e infrastrutture richiedono quantità enormi di capitale e una parte crescente di questi investimenti viene finanziata attraverso il debito. In un mondo con rendimenti governativi sopra il 5%, il costo di finanziare questa crescita diventa inevitabilmente più importante. Non significa che il ciclo dell’AI debba interrompersi, ma aumenta la necessità di distinguere tra aziende capaci di trasformare il capex in ricavi e free cash flow e quelle che stanno semplicemente aumentando gli investimenti inseguendo il tema. Anche operazioni come l’emissione di circa 52 miliardi di dollari di debito prevista da Paramount Skydance per finanziare l’acquisizione di Warner Bros. ricordano quanto il nuovo livello dei tassi possa incidere sulle decisioni aziendali e sul costo delle operazioni straordinarie. Sul fronte valutario lo yen si è rafforzato leggermente verso 158,4 contro dollaro dopo che il ministro delle Finanze giapponese ha riferito che anche Donald Trump condivide le preoccupazioni per la debolezza della valuta. Il dollaro si è invece stabilizzato dopo cinque sedute consecutive di rialzo, mentre l’oro rimane intorno a 4.270 dollari, penalizzato da rendimenti reali più elevati. In Cina, infine, la mancanza di risultati concreti dall’incontro tra Trump e Xi Jinping ha raffreddato l’entusiasmo, ricordando che la tregua commerciale riduce l’incertezza ma non risolve le questioni strutturali tra le due economie. Il quadro rimane quindi delicato. Il calo del petrolio sta concedendo una pausa ai bond e, indirettamente, alle valutazioni azionarie, ma non ha ancora modificato il regime che il mercato sta prezzando. Con il decennale americano intorno al 5,2%, il biennale vicino al 4,9% e tre ulteriori rialzi della Fed incorporati nei prezzi, il costo del capitale è tornato a essere una variabile centrale nelle decisioni degli investitori. Finché gli utili continueranno a crescere, soprattutto nei settori legati all’AI, l’azionario potrà convivere con rendimenti elevati. Il vero rischio emergerebbe se questi due pilastri iniziassero a muoversi contemporaneamente nella direzione sbagliata: rendimenti ancora più alti e crescita degli utili più debole. Per questo la piccola discesa odierna dei Treasury non rappresenta ancora un segnale definitivo. Dopo un movimento di questa portata, ciò che conta non è vedere i rendimenti scendere per una giornata, ma capire dove riusciranno finalmente a trovare un equilibrio. Ed è probabilmente proprio il petrolio, più ancora delle dichiarazioni quotidiane delle banche centrali, a poter determinare dove si troverà quell’equilibrio.

 

I market movers di oggi sono: rapporto sulla fiducia dei consumatori elaborato da GfK in Germania, ordinativi di beni durevoli e indice di fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,93%, China A50 -1,21%, Hang Seng -0,63%, il Nikkei +1,16%, l’Australia -0,74%, Taiwan -0,28%, la Corea del Sud Kospi +0,90%, l’indice Indiano Sensex -0,88%. Il nostro FTSEMib -0,85%, Dax -0,57%, Ftse100 -0,24%, Cac40 -0,52%, Zurigo -0,11%. Lo S&P500 -0,02%, il Nasdaq +0,01%, il Russell2000 -0,11%. L’oro ha chiuso a 4.298,00 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 94,61$ per il wti e 106,60$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 74,300. Lo spread BTP/BUND 97,570. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,18%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiusa per festività, China A50 chiusa per festività, Hang Seng -1,75%, il Nikkei +1,25%, l’Australia -0,51%, Taiwan chiusa per festività, la Corea del Sud Kospi chiusa per festività, l’indice Indiano Sensex +0,09%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.294,97 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 93,15$ per il greggio e 105,69$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 84.174 e l’Ethereum 2.678.

 

Buona giornata e buon fine settimana.

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