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Pillole di Mercato

11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

(39° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

François de La Rochefoucauld: “La gelosia è in un certo senso giusta e ragionevole, poiché tende solo a conservare un bene che ci appartiene, o che crediamo ci appartenga; mentre l'invidia è un furore che non può sopportare il bene altrui”

 

La pressione sul mercato obbligazionario globale sta aumentando rapidamente. I rendimenti dei Treasury americani sono saliti ai livelli più elevati degli ultimi vent’anni, trascinando al ribasso anche le obbligazioni di Giappone, Australia, Nuova Zelanda e diversi mercati emergenti. Il Treasury decennale ha raggiunto il 5,11%, dopo un aumento di 15 punti base in una sola seduta, il movimento giornaliero più forte dalle turbolenze provocate dai dazi americani nell’aprile 2025. Anche il rendimento del Treasury a cinque anni ha superato il 5% per la prima volta dal 2007. Dietro questo movimento ci sono due fattori che stanno iniziando a rafforzarsi reciprocamente. Da una parte l’economia americana continua a mostrare una notevole capacità di resistenza, dall’altra le aste del Tesoro iniziano a evidenziare una domanda meno robusta. L’ultima emissione a cinque anni ha incontrato scarso interesse e, quando gli investitori chiedono rendimenti maggiori per assorbire nuovo debito, il prezzo delle obbligazioni deve necessariamente scendere. A questo si aggiungono petrolio ancora sopra i 100 dollari e il rischio che l’energia mantenga l’inflazione elevata più a lungo. Il Brent è tornato verso 102 dollari dopo il recente rialzo e, nonostante il calo dello 0,7% registrato nelle ultime ore, rimane sufficientemente alto da continuare a rappresentare un problema per le banche centrali. Il mercato sta quindi iniziando a incorporare uno scenario più restrittivo rispetto a quello previsto soltanto poche settimane fa. Gli swap prezzano ormai completamente tre rialzi da 25 punti base nei prossimi dodici mesi e iniziano a coprirsi anche contro la possibilità di un quarto intervento. Se questo scenario si realizzasse, i Fed Funds salirebbero dall’attuale 3,75%-4% fino al 4,75%-5%. La Fed aveva già indicato attraverso il Dot Plot almeno un altro rialzo entro fine anno, ma il mercato sta andando oltre. Anche il governatore Michael Barr ha ribadito che probabilmente saranno necessari ulteriori interventi per riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. È proprio questa distanza tra le proiezioni ufficiali e ciò che stanno incorporando i mercati a diventare uno degli elementi più importanti da monitorare. Non stiamo più assistendo soltanto a un aggiustamento della parte breve della curva: questa volta i rendimenti stanno salendo contemporaneamente su diverse scadenze. Ed è qui che il movimento diventa più importante per i portafogli. Rendimenti più elevati significano tassi di sconto maggiori per le valutazioni azionarie, mutui più costosi, maggiore costo del debito per le imprese e un’alternativa obbligazionaria sempre più interessante rispetto agli asset rischiosi. Non sorprende quindi che l’azionario abbia iniziato a risentirne: le borse asiatiche hanno perso circa lo 0,6%, seguendo la debolezza di Wall Street, mentre anche i futures europei indicano una partenza negativa. L’oro è sceso verso 4.290 dollari l’oncia, penalizzato dall’aumento dei rendimenti reali e dal maggiore costo opportunità di detenere un asset che non distribuisce interessi. Anche il dollaro si è rafforzato, tornando sui livelli di luglio. Il movimento non riguarda però soltanto gli Stati Uniti. In Giappone il rendimento del decennale è aumentato di 10 punti base raggiungendo il livello più elevato dal 1996, mentre Australia e Nuova Zelanda hanno registrato forti rialzi. La normalizzazione della Bank of Japan si sta quindi sommando alla nuova fase restrittiva della Fed, contribuendo a spingere verso l’alto il costo del denaro a livello globale. Sul fronte geopolitico, Stati Uniti e Cina hanno prorogato di due mesi la tregua commerciale, eliminando temporaneamente una fonte di incertezza in vista della visita di Xi Jinping negli Stati Uniti, ma la reazione dei mercati è stata limitata perché gli investitori attendono progressi più concreti sui principali temi commerciali. Il punto centrale rimane quindi il mercato obbligazionario. Fino a poche settimane fa la domanda era se il Treasury decennale avrebbe superato stabilmente il 5%; oggi quella soglia è già stata oltrepassata e il mercato sta iniziando a chiedersi quale livello sarà necessario per attirare nuova domanda. Rendimenti di questa entità iniziano però anche a diventare interessanti per gli investitori obbligazionari e potrebbero progressivamente creare una base di acquisti. È proprio qui che si giocherà la prossima fase: se il rialzo dei rendimenti riuscirà a trovare domanda e a stabilizzarsi, l’azionario potrà continuare a essere sostenuto dalla crescita degli utili e dall’AI. Se invece la combinazione tra economia forte, inflazione resistente, petrolio elevato e grande offerta di debito continuerà a spingere la curva verso l’alto, il mercato azionario dovrà confrontarsi con un costo del capitale sempre più difficile da ignorare. Il vero rischio non è quindi il Treasury decennale al 5,1% in sé, ma la velocità con cui ci siamo arrivati e soprattutto ciò che accadrebbe se i rendimenti continuassero a salire mentre le aspettative sugli utili iniziassero a rallentare. È quella combinazione, più del singolo livello dei tassi, che potrebbe realmente cambiare il comportamento dei mercati.

 

I market movers di oggi sono: tasso di disoccupazione in Australia, decisione sui tassi di interesse da parte della BNS in Svizzera (attuali 0,00% - aspettative 0,00%), indice Ifo sulla fiducia delle aziende in Germania, richiesta dei sussidi alla disoccupazione e vendita di nuove abitazioni negli Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso positivi ad eccezione della Cina. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,34%, China A50 -0,64%, Hang Seng -1,02%, il Nikkei chiuso per festività, l’Australia +0,07%, Taiwan +0,67%, la Corea del Sud Kospi +0,48%, l’indice Indiano Sensex +0,40%. Il nostro FTSEMib -0,21%, Dax -0,66%, Ftse100 -0,03%, Cac40 -0,39%, Zurigo -0,23%. Lo S&P500 -0,75%, il Nasdaq -1,13%, il Russell2000 -1,77%. L’oro ha chiuso a 4.318,40 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 92,16$ per il wti e 103,08$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 73,650. Lo spread BTP/BUND 93,670. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,18%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,93%, China A50 -1,21%, Hang Seng -0,63%, il Nikkei +1,16%, l’Australia -0,74%, Taiwan -0,28%, la Corea del Sud Kospi +0,90%, l’indice Indiano Sensex -0,88%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.318,05 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 92,05$ per il greggio e 103,10$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 84.126 e l’Ethereum 2.687.

 

Buona giornata.

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