Pillole di Mercato
(38° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Giacomo Leopardi: “E’ curioso vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito”
I mercati hanno reagito con maggiore equilibrio al primo rialzo dei tassi della Federal Reserve dal 2023, interpretando la determinazione di Kevin Warsh nel contrastare l’inflazione soprattutto come un segnale di credibilità della banca centrale. I futures sull’S&P 500 sono saliti dello 0,6% dopo che l’indice aveva chiuso la seduta precedente sui minimi da luglio, mentre quelli sul Nasdaq 100 hanno guadagnato lo 0,7% e l’azionario asiatico lo 0,3%. Anche il mercato obbligazionario ha recuperato parte delle perdite: il rendimento del Treasury a due anni, particolarmente sensibile alle aspettative sulla politica monetaria, è sceso al 4,71% dopo aver raggiunto nella seduta precedente il livello più elevato dal 2024, mentre anche i rendimenti del decennale e del trentennale sono diminuiti di circa due punti base. La Fed ha aumentato all’unanimità il tasso ufficiale di 25 punti base, portandolo nell’intervallo 3,75%-4%, e Warsh ha spiegato che la decisione ha eliminato una parte dell’accomodamento ancora presente nella politica monetaria. Il messaggio è stato chiaramente restrittivo: troppe componenti dei prezzi di beni e servizi continuano infatti a mostrare incrementi annualizzati superiori al 3% negli ultimi sei e dodici mesi e la Fed non sembra più disposta a considerare automaticamente queste pressioni come temporanee. La reazione dei mercati è però interessante perché, nonostante il rialzo e il tono deciso di Warsh, la parte lunga della curva dei Treasury non ha registrato una nuova accelerazione disordinata. È probabilmente questo l’elemento che ha rassicurato maggiormente gli investitori. Dopo settimane nelle quali il decennale aveva superato il 5% e il trentennale era salito ancora di più, il timore era che una Fed più aggressiva potesse provocare un nuovo shock sui rendimenti a lunga scadenza, aumentando ulteriormente il costo del capitale per famiglie e imprese. Questo, almeno nella prima reazione, non è accaduto. Il dollaro si è invece rafforzato, raggiungendo i livelli più elevati da oltre un mese, segnale che il mercato riconosce alla Fed una maggiore determinazione nel difendere la stabilità dei prezzi. Più che uno scenario ideale nel quale crescita, inflazione e tassi si muovono tutti nella direzione desiderata, la reazione sembra quindi rappresentare un sollievo legato alla credibilità: la Fed sta stringendo perché l’economia americana appare ancora sufficientemente resistente da poter sopportare condizioni finanziarie più restrittive, non perché stia cercando di reagire a un’economia già in forte deterioramento. Questo spiega anche perché la tecnologia continui a mostrare una discreta tenuta nonostante tassi più elevati. Il mercato sta riconoscendo il rischio che una politica monetaria più restrittiva rallenti la crescita, ma per ora non vede ancora segnali sufficienti per mettere in discussione in maniera significativa le aspettative sugli utili. A offrire un ulteriore elemento di sollievo è stato il petrolio. Il Brent è sceso fino al 5% nella seduta precedente e si mantiene intorno a 106 dollari al barile, dopo alcuni segnali di attenuazione delle interruzioni dell’offerta in Medio Oriente. L’Arabia Saudita sta cercando di ripristinare rapidamente parte della capacità dell’oleodotto East-West danneggiato dagli attacchi con droni, mentre Donald Trump ha dichiarato che il conflitto con l’Iran potrebbe terminare molto presto. Il petrolio resta comunque su livelli elevati e continua quindi a rappresentare una variabile importante per le prospettive dell’inflazione. L’oro, dopo tre sedute consecutive di ribasso, ha recuperato verso 4.290 dollari l’oncia. L’attenzione si sposta ora sul percorso successivo della politica monetaria. I mercati attribuiscono più del 50% di probabilità a un nuovo rialzo già in ottobre e sia gli investitori sia diversi membri della Fed considerano possibile almeno un altro intervento entro la fine dell’anno. Ed è proprio questo il punto centrale: il rialzo di settembre era ormai quasi completamente incorporato nei prezzi, mentre ciò che conta adesso è capire se rappresenti l’inizio di una vera sequenza restrittiva oppure un intervento preventivo seguito da una fase di osservazione dei dati. La storia mostra che raramente la Fed avvia un ciclo di rialzi limitandosi a un solo intervento, ma non significa necessariamente che debba aumentare i tassi a ogni riunione. Molto dipenderà dall’evoluzione dell’inflazione, del petrolio, del mercato del lavoro e delle condizioni finanziarie. Nel frattempo, il ciclo monetario globale continua a modificarsi: la Bank of England dovrebbe mantenere invariati i tassi, mentre venerdì la Bank of Japan potrebbe procedere con un nuovo rialzo. Il quadro che emerge è quindi quello di banche centrali nuovamente concentrate sul rischio inflazione proprio mentre l’economia globale continua a mostrare una discreta capacità di resistenza. Il messaggio più interessante della giornata non è quindi semplicemente che la Fed ha alzato i tassi. Il mercato lo aveva già previsto. La vera novità è che il rialzo non ha provocato un nuovo shock sulla parte lunga della curva. Per ora gli investitori sembrano accettare l’idea che una Fed più restrittiva possa essere il prezzo necessario per impedire all’inflazione di tornare fuori controllo. Ma l’equilibrio resta delicato: un secondo rialzo accompagnato da inflazione in rallentamento sarebbe probabilmente ancora gestibile; una sequenza più lunga, con petrolio nuovamente in accelerazione e rendimenti a lungo termine sopra il 5%, inizierebbe invece a mettere seriamente alla prova credito, valutazioni azionarie e crescita. Dopo la riunione di settembre, quindi, la domanda cambia ancora una volta: non più se la Fed avrebbe alzato i tassi, ma quanto dovrà continuare a stringere prima che il mercato inizi davvero a sentirne gli effetti.
I market movers di oggi sono: CPI (inflazione) nell’Eurozona, decisione sui tassi di interesse da parte della BOE in Gran Bretagna (attuali 3,75% - aspettative 3,75%), richieste dei sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,61%, China A50 +0,39%, Hang Seng +0,07%, il Nikkei ha chiuso a +0,36%, l’Australia +0,29%, Taiwan +0,59%, la Corea del Sud Kospi +0,81%, l’indice Indiano Sensex +0,53%. Il nostro FTSEMib +0,80%, Dax +0,53%, Ftse100 +0,28%, Cac40 +0,62%, Zurigo +0,43%. Lo S&P500 -0,45%, il Nasdaq -0,01%, il Russell2000 -0,32%. L’oro ha chiuso a 4.387,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 102,43$ per il wti e 105,83$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 77,84. Lo spread BTP/BUND 87,170. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 17,71%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi ad esclusione della Cina. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,24%, China A50 -0,24%, Hang Seng -0,99%, il Nikkei ha chiuso a +0,27%, l’Australia +0,20%, Taiwan +1,23%, la Corea del Sud Kospi +0,27%, l’indice Indiano Sensex +0,18%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.327,75 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 102,22$ per il greggio e 105,76$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 76.371 e l’Ethereum 2.438.
Buona giornata.



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