Pillole di Mercato
(38° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Gianni Agnelli: “Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere: fanno solo perdere il senso del viaggio”
Siamo esseri umani e ci piace pensare che ci sia sempre qualcuno al comando: una banca centrale, un governo o un ministro capace di controllare il sistema. I mercati, però, spesso funzionano diversamente. Questa settimana il messaggio arrivato da Fed, dollaro, materie prime e soprattutto obbligazioni è stato molto chiaro: l’inflazione non può ancora essere considerata un problema risolto. Kevin Warsh sta cercando di riportare la Fed verso un approccio meno dipendente dalla comunicazione e più legato ai dati, ma proprio per questo il mercato deve anticipare ciò che farà l’inflazione, non limitarsi a commentare i numeri già usciti. I Treasury lo stanno già facendo. Il rendimento a 2 anni è salito al 4,63%, il decennale al 4,97% e il trentennale al 5,35%, livelli che incorporano una politica monetaria più restrittiva. L’azionario, invece, continua a reggere meglio, ma sotto la superficie emergono segnali di debolezza: il Russell 2000 ha perso il 2,4%, soltanto il 33% dei titoli dell’S&P 500 è sopra la media a 50 giorni e appena il 53% resta sopra quella a 200 giorni. Il VIX è salito temporaneamente verso 18 per poi chiudere intorno a 15, quindi la tensione è aumentata senza trasformarsi per ora in un vero cambio di regime. A complicare il quadro è arrivato il petrolio, con il WTI sopra i 100 dollari dopo essere stato vicino a 70 soltanto a inizio luglio. Il problema non è semplicemente il rialzo dell’energia, ma il rischio che questo shock inizi a trasferirsi all’inflazione sottostante. Il PPI di agosto è salito dello 0,4% mensile e del 5,4% annuale, con l’energia in aumento del 4,2% e il diesel del 24,1%. Il CPI ha poi mostrato un’inflazione headline al 3,4% annuo e una core al 2,4%, ma il dato mensile core dello 0,3%, superiore alle attese, ha attirato maggiormente l’attenzione del mercato. Sono infatti saliti anche servizi, tariffe aeree, auto usate, istruzione e costi abitativi, mentre i servizi core al netto di energia e affitti sono cresciuti dello 0,5%. Il messaggio è quindi meno rassicurante: la disinflazione annuale continua, ma nel breve periodo le pressioni sui prezzi stanno tornando a essere più diffuse. Dopo il CPI, il mercato ha portato vicino al 90% la probabilità di un rialzo della Fed il 16 settembre e ha iniziato a considerare con maggiore attenzione anche un secondo intervento entro fine anno. Non siamo però tornati al 2022: l’inflazione è molto più bassa e il mercato non sta prezzando una nuova sequenza aggressiva di rialzi, ma una fase restrittiva più limitata. In Europa la BCE si è già mossa, aumentando i tassi di 25 punti base al 2,5%, nel tentativo di evitare che lo shock energetico diventi più persistente. La differenza è che l’Europa resta maggiormente esposta alle importazioni di energia, mentre l’economia continua per ora a reggere abbastanza bene da consentire alla BCE di intervenire. L’azionario americano riesce invece ancora ad assorbire tassi elevati grazie alla forza degli utili, soprattutto delle grandi società, mentre small cap e aziende più indebitate iniziano a mostrare maggiore difficoltà. Ed è questo il punto centrale: il vero rischio non è necessariamente un singolo rialzo di 25 punti base, ma quanto a lungo durerà questa nuova fase restrittiva. Se il petrolio smettesse di salire e l’inflazione tornasse a rallentare, gran parte dello scenario sarebbe già incorporata nei prezzi. Se invece le pressioni core continuassero e la Fed fosse costretta a intervenire più volte, aumenterebbe la pressione su credito, small cap, Treasury e valutazioni azionarie. Il mercato obbligazionario sta quindi ricordando che governi e banche centrali possono provare a influenzare i prezzi, ma non possono ignorare indefinitamente inflazione, deficit e offerta di debito. Il messaggio finale è semplice: oggi non conta più soltanto sapere se la Fed alzerà i tassi, ma capire quanto ancora dovrà stringere. Il primo rialzo è quasi nei prezzi. È il secondo che potrebbe cambiare davvero il comportamento dei mercati.
La settimana dal 15 al 19 settembre 2026 è tra le più dense dell'anno per i mercati finanziari: si concentrano infatti le decisioni di politica monetaria di Federal Reserve, Bank of England e Bank of Japan, insieme a una raffica di dati macro da Cina, Regno Unito, Eurozona e Stati Uniti. Occhi puntati soprattutto sulla Fed, attesa a un possibile rialzo dei tassi in un contesto inflattivo ancora sopra target, e sulla BoJ, che potrebbe portare il costo del denaro all'1,25%, livello più alto dal 1995. Non mancano inoltre inflazione e mercato del lavoro nel Regno Unito, produzione industriale in Eurozona e vendite al dettaglio negli Stati Uniti. Lunedì 14 settembre non presenta appuntamenti macro di rilievo per le sette economie principali monitorate (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Cina e Giappone): la giornata resta dominata da dati minori relativi a Nuova Zelanda, Australia e Canada, mentre il Regno Unito pubblica solo l'indice anticipatore CB, di scarso impatto sui mercati. Martedì 15 settembre è il primo vero snodo della settimana, aperto dalla raffica di dati cinesi delle 4:00: gli investimenti in immobilizzazioni sono attesi in calo del 7% su base annua da inizio anno, in peggioramento rispetto al -6,7% precedente, mentre la produzione industriale dovrebbe accelerare al 4,8% annuo dal 4,5% e le vendite al dettaglio salire allo 0,8% dallo 0,6%, confermando comunque una domanda interna ancora debole nella seconda economia mondiale. Il tasso di disoccupazione cinese è previsto stabile al 5,2%. In Europa la giornata si anima con l'indice ZEW tedesco, atteso in netto miglioramento a 42,5 punti da 34,2, e con quello sull'intera Eurozona, visto salire a 39,5 da 31,4, segnali di un possibile recupero della fiducia degli investitori. Nel Regno Unito arrivano i dati sul mercato del lavoro, con il tasso di disoccupazione atteso al 5% dal 4,9% e la crescita salariale a tre mesi in decelerazione al 3,9% dal 4,1%. In Francia si conferma la stima finale della CPI a +0,7% mensile, mentre l'Italia pubblica la bilancia commerciale a 4,23 miliardi di euro. Negli Stati Uniti l'indice Empire State sulla manifattura newyorkese è atteso in forte calo a 14,5 punti da 20,6. Mercoledì 16 settembre è la giornata più densa della settimana, con l'inflazione britannica in primo piano alle 8:00: la CPI headline è vista accelerare al 3,1% annuo dal 2,9%, mentre la componente core sale al 2,7% dal 2,6%, dati che complicano il compito della Bank of England nei giorni successivi. In Eurozona la produzione industriale di luglio dovrebbe contrarsi dello 0,5% mensile dopo la stagnazione precedente. Negli Stati Uniti il pomeriggio porta le vendite al dettaglio, attese in forte rimbalzo a +0,9% mensile dal -0,6% precedente, e la componente core a +0,5% dal -0,3%. Ma l'evento clou della giornata, e probabilmente dell'intera settimana, è la decisione della Federal Reserve alle 20:00: il mercato prezza un tasso sui fondi federali confermato al 3,75%, anche se un sondaggio Reuters segnala che circa il 70% degli economisti si aspetta un'invarianza, mentre altre analisi indicano un rialzo come esito più probabile; seguiranno le nuove proiezioni economiche del FOMC e la conferenza stampa del presidente, che chiariranno la rotta della politica monetaria statunitense per fine anno. Giovedì 17 settembre si apre con la CPI finale dell'Eurozona, confermata al 3,3% annuo e al 2,4% per il dato core. Alle 13:00 è il turno della Bank of England, che dovrebbe lasciare il tasso di riferimento fermo al 3,75% con una spaccatura del comitato di politica monetaria pari a 3 voti per un cambiamento contro 6 per l'invarianza. Negli Stati Uniti la giornata porta l'indice Philly Fed, atteso in brusco calo a 28,9 punti da 47,4, le richieste di sussidi di disoccupazione settimanali a 209mila da 206mila, i permessi di costruzione a 1,41 milioni e gli avvii di cantieri residenziali a 1,32 milioni. È anche il primo giorno della riunione della Bank of Japan, che si concluderà venerdì. Venerdì 18 settembre chiude la settimana con l'appuntamento più atteso in Asia: la Bank of Japan dovrebbe alzare il tasso di riferimento all'1,25% dall'1%, il livello più alto dal 1995, in una mossa volta a contenere le pressioni inflazionistiche legate al rincaro del petrolio e alla debolezza dello yen. Poco prima, alle 1:30, viene pubblicata la CPI core giapponese, attesa stabile all'1,8% annuo. In Germania i prezzi alla produzione dovrebbero salire dello 0,4% mensile, in decelerazione rispetto all'1,1% precedente, mentre nel Regno Unito le vendite al dettaglio sono viste in calo dello 0,3% mensile. L'Eurozona chiude la settimana con il dato sulla partita corrente. Negli Stati Uniti la produzione industriale è attesa in crescita dello 0,3% mensile e il tasso di utilizzo della capacità produttiva al 76,4%, mentre il pomeriggio porta anche l'intervento del membro del FOMC Bowman.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,50%, China A50 -1,00%, Hang Seng -0,72%, il Nikkei ha chiuso a -2,24%, l’Australia -0,25%, Taiwan -1,44%, la Corea del Sud Kospi -2,24%, l’indice Indiano Sensex -0,72%. Il nostro FTSEMib +1,36%, Dax +0,82%, Ftse100 +0,39%, Cac40 +0,78%, Zurigo +0,26%. Lo S&P500 +0,86%, il Nasdaq +0,96%, il Russell2000 +0,45%. L’oro ha chiuso a 4.390,00 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 99,99$ per il wti e 104,47$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 79,520. Lo spread BTP/BUND 85,820. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,84%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,03%, China A50 -0,39%, Hang Seng +0,16%, il Nikkei ha chiuso a -0,95%, l’Australia +0,01%, Taiwan -0,63%, la Corea del Sud Kospi -3,08%, l’indice Indiano Sensex -0,16%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.370,26 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 102,54$ per il greggio e 107,14$per il brent. Infine, il Bitcoin quota 77.555 e l’Ethereum 2.511.
Buona giornata e buona settimana.




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