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Pillole di Mercato

(36° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Marchionne Sergio: “Le persone non lasciano che le cose accadano: le fanno accadere”

 

I mercati obbligazionari globali sono tornati sotto pressione, con i rendimenti in rialzo sui principali Paesi sviluppati, mentre cresce la convinzione che l’inflazione possa rivelarsi più persistente del previsto e costringere le banche centrali a mantenere una linea più restrittiva. Negli Stati Uniti il rendimento del Treasury decennale è salito fino al 4,78%, il livello più alto da gennaio 2025, mentre in Giappone il decennale ha raggiunto il 3% per la prima volta dal 1996. Anche in Australia i rendimenti sono saliti sui massimi dal 2011. A livello globale, il rendimento medio dei titoli di Stato monitorato da Bloomberg è arrivato al 3,72%, il valore più elevato dalla metà del 2008. Il movimento riflette un rapido cambiamento delle aspettative sulla Federal Reserve: dopo il discorso di Kevin Warsh a Jackson Hole, la probabilità implicita di un rialzo dei tassi già a settembre è salita fino al 65%, contro circa il 34% registrato pochi giorni prima. Il mercato sta quindi iniziando a mettere seriamente in discussione l’idea che la prossima fase della politica monetaria possa essere rapidamente accomodante. A complicare ulteriormente il quadro è tornato il petrolio. Il Brent è salito di circa l’1,2%, riportandosi intorno a 91,5 dollari al barile, dopo una nuova escalation delle tensioni in Medio Oriente. Il legame con il mercato obbligazionario è diretto: prezzi energetici più elevati aumentano il rischio che l’inflazione resti alta più a lungo e, di conseguenza, rafforzano le aspettative di tassi più elevati. L’oro, che tende a soffrire quando salgono i rendimenti reali e il costo opportunità di detenere attività prive di cedola, ha proseguito la fase di debolezza, scendendo verso 4.425 dollari l’oncia. Nonostante la pressione sui bond e il rialzo del petrolio, l’azionario asiatico ha mostrato una buona tenuta. L’indice MSCI Asia Pacific è salito dello 0,3%, sostenuto soprattutto da Taiwan, dove MediaTek ha guadagnato quasi il 10% dopo l’annuncio di un investimento da 3,5 miliardi di dollari da parte di Nvidia. Questo conferma ancora una volta come il mercato azionario, almeno per il momento, riesca a distinguere tra il rischio macroeconomico e la forza degli utili e degli investimenti legati all’intelligenza artificiale. La pressione sui rendimenti non dipende però soltanto dalle aspettative sulla Fed. Gli investitori stanno chiedendo un premio crescente per detenere obbligazioni in un contesto caratterizzato da deficit pubblici elevati, inflazione persistente e una forte espansione dell’offerta di debito corporate. A questa dinamica si aggiunge il gigantesco fabbisogno di capitale necessario per finanziare data center, infrastrutture e capacità produttiva legate all’AI. Le grandi società tecnologiche e gli hyperscaler stanno aumentando rapidamente le emissioni di debito per finanziare questi investimenti, contribuendo a creare un problema di equilibrio tra domanda e offerta sul mercato obbligazionario. Il risultato è che i rendimenti possono restare elevati anche in assenza di un nuovo shock inflazionistico, semplicemente perché il mercato deve assorbire una quantità crescente di titoli. La questione riguarda ormai tutte le principali economie. Settembre si presenta come un mese particolarmente intenso per le banche centrali, con i mercati che stanno prezzando probabilità superiori al 50% di rialzi dei tassi in diversi Paesi. Per la BCE il mercato considera ormai praticamente certo un intervento restrittivo nella riunione del 10 settembre, mentre sono elevate anche le probabilità attribuite a nuovi rialzi da parte della Bank of Japan, della Reserve Bank of Australia e della Reserve Bank of New Zealand. Se questo orientamento dovesse trovare conferma, potremmo entrare in una fase di maggiore sincronizzazione restrittiva a livello globale, con conseguenze importanti per valute, obbligazioni e asset ad alta valutazione. Un altro elemento da monitorare resta lo yen, tornato vicino a quota 160 contro dollaro. La valuta giapponese ha ormai restituito più della metà dei guadagni ottenuti durante gli interventi record iniziati a fine luglio, aumentando nuovamente il rischio che le autorità possano intervenire sul mercato. Il problema è che un eventuale nuovo intervento potrebbe avere effetti anche sul mercato dei Treasury, soprattutto se il Giappone dovesse utilizzare parte delle proprie riserve per sostenere la valuta. Nel frattempo, la parte lunga della curva americana continua a mandare un segnale particolarmente importante. Il rendimento del Treasury trentennale resta sopra il 5% da un periodo che non si osservava dal 2006 e ha recentemente raggiunto il 5,34%, vicino ai massimi degli ultimi ventidue anni.

 

Commento finale

Questo livello non riflette soltanto le aspettative sui tassi della Fed, ma anche il premio richiesto dagli investitori per finanziare deficit pubblici elevati, nuove emissioni societarie e un contesto inflazionistico ancora incerto. Il messaggio complessivo è quindi abbastanza chiaro: il mercato obbligazionario sta diventando il vero centro della fase attuale. L’azionario continua a reggere grazie alla crescita degli utili e alla forza degli investimenti nell’intelligenza artificiale, ma rendimenti globali più elevati, petrolio sopra i 90 dollari e dollaro forte stanno gradualmente aumentando il costo del capitale e riducendo il margine di errore. Finché gli utili continueranno a crescere, il mercato può convivere con tassi elevati; il rischio emerge se i rendimenti dovessero continuare a salire più velocemente della capacità delle aziende di aumentare profitti e flussi di cassa. In questa fase, quindi, non è tanto il livello assoluto degli indici azionari a fornire il segnale più importante, quanto ciò che sta accadendo sulla curva dei rendimenti. Se i tassi lunghi dovessero stabilizzarsi, il mercato potrebbe assorbire il nuovo scenario. Se invece il repricing globale proseguisse, la pressione inizierebbe inevitabilmente a trasferirsi anche sulle valutazioni azionarie, soprattutto nei segmenti più costosi e sensibili al costo del denaro.

 

I market movers di oggi sono: indice manifatturiero Caixin in Cina, vendite al dettaglio in Germania, indice PMI manifatturiero in tutta l’Eurozona, indice PCI (inflazione) previsionale in Italia e nell’Eurozona, tasso di disoccupazione nell’Eurozona, nuove offerte di lavoro JOLTS e indice ISM manifatturiero negli Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,25%, China A50 -0,43%, Hang Seng -0,50%, il Nikkei ha chiuso a -0,48%, l’Australia -0,22%, Taiwan -0,81%, la Corea del Sud Kospi -0,26%, l’indice Indiano Sensex -0,64%. Il nostro FTSEMib -0,01%, Dax -0,17%, Ftse100 chiusa per festività, Cac40 -0,79%, Zurigo -0,79%. Lo S&P500 -0,33%, il Nasdaq -0,12%, il Russell2000 -0,54%. L’oro ha chiuso a 4.481,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 85,76$ per il wti e 88,37$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 70,595. Lo spread BTP/BUND 84,040. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 14,92%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,03%, China A50 +0,09%, Hang Seng -1,09%, il Nikkei ha chiuso a +0,27%, l’Australia -0,13%, Taiwan +1,38%, la Corea del Sud Kospi +0,30%, l’indice Indiano Sensex +0,10%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa mentre gli Stati Uniti sono positivi. L’oro si attesta a 4.489,94 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 86,38$ per il greggio e 90,90$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 79.149 e l’Ethereum 2.480.

 

Buona giornata.


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