Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 11 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min
(36° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Winston Churchill: “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”
Ben ritrovati e per chi è ancora in vacanza buon proseguimento!
L’S&P 500 ha chiuso la settimana con un rialzo dello 0,45%, il Nasdaq con un +0,83% e il Dow Jones con un +0,49%. A prima vista il messaggio sembrerebbe semplice: il mercato continua a tenere. Sotto la superficie, però, il quadro è stato molto più selettivo. Il Russell 2000 ha perso l’1,33%, mentre a livello settoriale la tecnologia ha guadagnato circa l’1,93%, a fronte delle flessioni di industriali, healthcare ed energia. Non abbiamo quindi assistito a un rialzo uniforme, ma a un mercato sostenuto soprattutto dalle large cap e dalla tecnologia, mentre diversi segmenti ciclici e le società di minore capitalizzazione hanno mostrato maggiore fragilità. Tutto questo in una settimana particolarmente ricca di eventi, con la trimestrale di Nvidia, i nuovi dati sull’inflazione PCE e soprattutto il simposio di Jackson Hole. Nonostante la quantità di informazioni, l’azionario ha reagito in modo relativamente ordinato, senza segnali evidenti di panico o stress sistemico. I movimenti più significativi si sono invece osservati sul mercato obbligazionario, sul dollaro e sull’oro. Venerdì il rendimento del Treasury a due anni è salito di 11 punti base fino al 4,34%, mentre il trentennale è rimasto più stabile intorno al 5,2%. La differenza è importante perché la parte breve della curva è molto più sensibile alle aspettative sulla politica monetaria: il mercato ha quindi iniziato a prezzare una Federal Reserve meno disponibile ad allentare rapidamente i tassi. Lo stesso messaggio è arrivato dal dollaro, in rialzo di circa lo 0,4%, e dall’oro, che ha perso oltre il 3% nella sola seduta di venerdì. Anche Bitcoin ha chiuso in calo, mentre il Brent è tornato sotto i 90 dollari al barile grazie al miglioramento delle aspettative sui flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Il credito, nel frattempo, non sta ancora mostrando segnali di tensione: gli spread corporate restano contenuti e le nuove emissioni continuano a essere assorbite senza particolari difficoltà. La vera novità della settimana è arrivata però da Jackson Hole, dove Kevin Warsh ha chiarito meglio la funzione di reazione della nuova Federal Reserve. Non ha annunciato un rialzo dei tassi né indicato una traiettoria precisa per le prossime riunioni, ma ha ribadito che l’obiettivo del 2% sull’inflazione resta un riferimento preciso. Il problema per la Fed non è soltanto che l’inflazione sia ancora superiore al target, ma che rimanga diffusa in molte componenti dell’economia. Negli ultimi dodici mesi oltre la metà delle componenti del PCE ha registrato aumenti superiori al 3%, una percentuale significativamente più elevata rispetto al periodo precedente alla pandemia. Allo stesso tempo, la Fed non vede un’economia abbastanza debole da giustificare una svolta accomodante. Gli investimenti aziendali continuano a crescere, gli utili dell’S&P 500 sono aumentati di oltre il 20%, gli spread sul credito restano compressi e il mercato del lavoro continua a mostrare una buona tenuta. Il messaggio è quindi chiaro: l’inflazione resta troppo diffusa, mentre l’economia è ancora sufficientemente solida da consentire alla banca centrale di mantenere una posizione prudente. Dopo Jackson Hole, il mercato ha infatti aumentato la probabilità di un rialzo già a settembre e considera ormai molto probabile almeno un intervento restrittivo entro la fine dell’anno. Warsh ha inoltre confermato l’intenzione di ridurre la forward guidance, lasciando ogni riunione maggiormente dipendente dai dati. Questo significa che inflazione, occupazione e consumi avranno un peso ancora maggiore nel determinare le aspettative sui tassi. I dati pubblicati durante la settimana spiegano bene questa prudenza. Il PCE headline è salito del 3,7% su base annua e il core PCE del 3,3%: nessuna nuova fiammata inflazionistica, ma nemmeno un ritorno abbastanza rapido verso il 2%. Sul fronte della crescita, il PIL del secondo trimestre è stato confermato all’1,5% annualizzato, ma la domanda privata interna ha mostrato una dinamica molto più robusta. I consumi sono stati rivisti al rialzo al 3,4% e le vendite finali agli acquirenti privati domestici sono cresciute del 4,2%, il ritmo più elevato dal primo trimestre del 2023. Anche i profitti societari sono aumentati sensibilmente e gli investimenti aziendali restano sostenuti, soprattutto quelli legati all’intelligenza artificiale. Il vero elemento di fragilità resta il consumatore, con la spesa reale stagnante e la fiducia in calo. L’economia americana appare quindi meno forte in modo uniforme, ma ancora troppo resistente per consentire alla Fed di rilassarsi. Anche Nvidia ha confermato questa doppia lettura. La società ha pubblicato ricavi per 96,2 miliardi di dollari, in crescita del 106% su base annua e superiori alle attese, mentre il Data Center ha raggiunto circa 89 miliardi, oltre il 90% del fatturato complessivo. La domanda continua ad allargarsi anche oltre i grandi hyperscaler e la guidance resta molto forte, con ricavi attesi per circa 108 miliardi nel prossimo trimestre. Il problema, per ora, non è quindi la domanda, ma la capacità di produrre abbastanza chip e assicurarsi le forniture necessarie. Proprio qui emergono però i primi elementi da monitorare. I margini sono attesi in progressiva discesa, soprattutto a causa dell’aumento dei costi della memoria, mentre gli impegni futuri verso i fornitori sono più che raddoppiati. Anche il free cash flow è sceso significativamente rispetto al trimestre precedente, penalizzato dall’aumento dei crediti verso clienti e delle scorte. Non è necessariamente un segnale negativo in un’azienda che cresce a questi ritmi, ma indica che il mercato inizierà a valutare Nvidia non soltanto sulla crescita dei ricavi, ma anche sulla qualità della conversione in cassa, sui margini e sul capitale necessario per sostenere l’espansione. Il ciclo dell’intelligenza artificiale resta quindi forte, ma il rischio si sta gradualmente spostando dalla domanda al costo necessario per costruire l’infrastruttura e alla capacità delle aziende di trasformare gli investimenti in ritorni economici reali. La sintesi della settimana è che il mercato continua a reggere, ma l’equilibrio è diventato più delicato. Da una parte abbiamo utili solidi, investimenti elevati e una domanda ancora molto forte legata all’intelligenza artificiale. Dall’altra, l’inflazione resta sopra il target e la Federal Reserve non sembra avere fretta di allentare la politica monetaria. Finché la crescita resterà sufficientemente robusta, il mercato potrà convivere con tassi elevati. Più a lungo questi resteranno su livelli restrittivi, però, maggiore sarà la pressione su valutazioni, consumatore e costo del capitale. Settembre diventa quindi un passaggio importante: non basterà osservare se l’S&P 500 resterà vicino ai massimi, ma sarà necessario seguire l’inflazione, il mercato del lavoro, la curva dei Treasury e soprattutto la capacità delle aziende di trasformare la crescita dei ricavi in cassa e ritorni reali. Il rischio non è necessariamente quello di un crollo improvviso, ma di un equilibrio sempre più stretto, nel quale anche una piccola delusione sui dati o sugli utili può produrre reazioni molto più rapide rispetto ai mesi precedenti.
La settimana dal 31 agosto al 4 settembre sarà dominata dai dati sull’attività economica, sull’inflazione e soprattutto sul mercato del lavoro americano. I PMI manifatturieri e dei servizi offriranno una fotografia aggiornata della crescita nelle principali economie mondiali, con particolare attenzione a Cina ed Eurozona. In Europa saranno importanti anche i dati sull’inflazione di Germania ed Eurozona, oltre a PIL e occupazione italiana. Negli Stati Uniti il percorso verso venerdì passerà attraverso JOLTS, ADP, richieste di sussidi, ISM e Beige Book della Fed. Il momento decisivo arriverà con i Non Farm Payrolls, il tasso di disoccupazione e i salari medi. Saranno questi numeri a fornire nuove indicazioni sulla tenuta dell’economia americana e, soprattutto, sulle prossime mosse della Federal Reserve.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,11%, China A50 -0,50%, Hang Seng +0,07%, il Nikkei ha chiuso a +0,41%, l’Australia +0,60%, Taiwan +0,77%, la Corea del Sud Kospi -1,79%, l’indice Indiano Sensex +0,43%. Il nostro FTSEMib +10,67%, Dax +0,77%, Ftse100 +0,29%, Cac40 +0,98%, Zurigo +0,11%. Lo S&P500 -0,25%, il Nasdaq -0,52%, il Russell2000 -1,93%. L’oro ha chiuso a 4.504,10 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 83,44$ per il wti e 88,28$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 66,979. Lo spread BTP/BUND 82,760. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 14,43%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,25%, China A50 -0,43%, Hang Seng -0,50%, il Nikkei ha chiuso a -0,48%, l’Australia -0,22%, Taiwan -0,81%, la Corea del Sud Kospi -0,26%, l’indice Indiano Sensex -0,64%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura debole così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.483,54 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 85,97$ per il greggio e 90,92$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 77.910 e l’Ethereum 2.431.
Buona giornata e buona settimana.



Commenti