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Pillole di Mercato

(29° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Arthur Ponsonby: “Quando viene dichiarata una guerra, la prima vittima è la verità”

 

Le borse asiatiche hanno proseguito il recupero, sostenute ancora una volta dai titoli legati ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale. Gli investitori stanno tornando a scommettere sul fatto che una parte consistente dei miliardi destinati allo sviluppo dell’AI finirà nei bilanci dei produttori asiatici di chip, memorie e infrastrutture tecnologiche. Allo stesso tempo, il petrolio ha continuato a salire, riaccendendo le preoccupazioni sull’inflazione e sulle prossime decisioni delle banche centrali. L’indice MSCI Asia Pacific ha guadagnato circa l’1%, mentre il Kospi sudcoreano, considerato uno dei principali indicatori dell’andamento degli investimenti nell’intelligenza artificiale, è salito del 3,7%. Samsung Electronics e SK Hynix hanno registrato rialzi superiori al 3%, beneficiando delle aspettative secondo cui saranno tra i principali destinatari della nuova ondata di spesa globale nel settore. Il quadro, tuttavia, resta contrastato. I future sul Nasdaq 100 hanno ceduto lo 0,2%, mentre Alphabet ha perso oltre il 3% nelle contrattazioni successive alla chiusura dopo aver annunciato investimenti in conto capitale superiori alle attese. Anche Tesla ha registrato un calo del 4%, mentre IBM si è mossa leggermente al ribasso dopo la pubblicazione dei risultati. Le borse europee si preparavano inoltre a un’apertura negativa, in attesa della decisione di politica monetaria della Banca centrale europea. Il mercato sta quindi mostrando due letture differenti della stessa notizia. Da una parte, l’aumento degli investimenti di Alphabet viene accolto positivamente dai fornitori di infrastrutture, perché una quota rilevante di quella spesa potrebbe trasformarsi in nuovi ordini per i produttori di semiconduttori asiatici. Dall’altra, gli azionisti di Alphabet si interrogano sulla redditività di investimenti così elevati e sui tempi necessari per ottenere ritorni adeguati. Alphabet prevede ora di destinare fino a 205 miliardi di dollari agli investimenti nel corso dell’anno, una cifra nettamente superiore alle indicazioni precedenti e alle aspettative di Wall Street. La società ha spiegato che intende accelerare l’espansione della capacità di calcolo destinata all’intelligenza artificiale per soddisfare una domanda in forte crescita. Per Samsung, SK Hynix, Taiwan Semiconductor e per l’intera filiera asiatica, questo rappresenta un segnale favorevole. La costruzione di data center, server e sistemi di calcolo richiede infatti quantità crescenti di processori, memorie avanzate, componenti per l’alimentazione e apparecchiature per la produzione dei chip. Secondo Josh Gilbert di Etoro, l’aumento della spesa di Alphabet conferma che la costruzione dell’infrastruttura AI sta ancora accelerando. Molte di queste risorse finiranno inevitabilmente nei portafogli ordini delle aziende asiatiche, rafforzando la visibilità sui ricavi del settore. Il vero passaggio, però, è che il mercato non considera più sufficiente il semplice annuncio di nuovi investimenti. Dopo la recente correzione della tecnologia, che aveva spinto l’indice dei semiconduttori in territorio ribassista, le prossime trimestrali saranno analizzate soprattutto per capire se le centinaia di miliardi investite nell’AI stiano producendo risultati economici proporzionati. Come osserva Mark Malek di Siebert Financial, l’ottimismo sull’intelligenza artificiale resta intatto, ma l’onere della prova si è spostato in modo deciso sui management aziendali. Nelle prossime conference call si parlerà sempre meno di ambizioni generiche e sempre di più di ritorno sul capitale investito. Gli investitori guarderanno ora ai risultati di Intel e, successivamente, a quelli di Microsoft, Meta e Amazon. Le indicazioni sulla spesa futura saranno centrali, ma conterà altrettanto la capacità di mostrare una crescita dei ricavi, dei margini e del free cash flow sufficiente a giustificare il livello degli investimenti. Nel frattempo, il petrolio continua a rappresentare il principale rischio macroeconomico. Il Brent è salito fino al 2,5%, avvicinandosi ai 96,5 dollari al barile, il livello più alto dall’inizio di giugno. Il rialzo è stato alimentato dalla notizia secondo cui i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, avrebbero colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso, aumentando il rischio di ulteriori interruzioni nelle forniture. La nuova escalation si inserisce in un quadro già fragile. Il presidente Donald Trump ha minacciato di colpire ponti e centrali elettriche iraniane qualora Teheran continuasse ad attaccare le navi nello Stretto di Hormuz, mentre l’Iran ha risposto con nuove minacce. Le iniziative diplomatiche appaiono quindi sostanzialmente bloccate, mentre gli attacchi militari proseguono senza segnali concreti di rallentamento. Questo continua a sostenere i prezzi dell’energia e a esercitare pressione sui mercati obbligazionari. I Treasury hanno infatti mantenuto le perdite accumulate, perché un petrolio più caro può rallentare il processo di disinflazione e costringere le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo. Il rendimento del Treasury biennale si è mantenuto intorno al 4,30%, mentre quello trentennale resta sopra il 5% da un periodo particolarmente prolungato, riflettendo non soltanto i timori sull’inflazione, ma anche le preoccupazioni per la crescita del debito pubblico statunitense. La Federal Reserve si riunirà la prossima settimana e i mercati monetari attribuiscono circa il 30% di probabilità a un aumento dei tassi, mentre lo scenario più probabile resta una conferma dei livelli attuali. Il problema è che l’aumento del petrolio modifica nuovamente l’equilibrio macroeconomico. Finché l’inflazione scende, la Fed può permettersi di attendere. Se invece il costo dell’energia dovesse trasferirsi in modo più persistente sui prezzi, la banca centrale potrebbe essere costretta a mantenere un atteggiamento più prudente. Il dollaro ha comunque mostrato una lieve flessione, con l’indice Bloomberg sulla valuta statunitense in calo dello 0,2%. Sul fronte societario, Texas Instruments ha fornito una previsione sui ricavi superiore alle attese, ma non sufficiente a entusiasmare gli investitori dopo il forte rialzo registrato dal titolo nel corso dell’anno. Anche in questo caso emerge la maggiore severità del mercato: risultati positivi non bastano quando una parte rilevante delle aspettative è già incorporata nei prezzi. Macquarie Group ha annunciato che l’amministratrice delegata Shemara Wikramanayake lascerà il proprio incarico a novembre dopo otto anni, per essere sostituita da Greg Ward, attualmente responsabile della divisione bancaria e dei servizi finanziari. Southwest Airlines ha invece presentato una guidance annuale superiore alle previsioni, nonostante i ricavi operativi del secondo trimestre siano risultati inferiori alle attese degli analisti.

 

Commento Finale

Il mercato continua a credere nell’intelligenza artificiale, ma sta iniziando a fare una distinzione sempre più netta tra chi spenderà il capitale e chi beneficerà di quella spesa. Per i produttori di chip, l’aumento degli investimenti rappresenta una conferma della domanda. Per le grandi piattaforme tecnologiche, invece, diventa una prova di responsabilità finanziaria. Non basta più investire somme enormi: bisogna dimostrare che quei capitali generino ricavi, margini e ritorni adeguati. A complicare il quadro c’è il petrolio, che torna a esercitare pressione sull’inflazione e sui tassi. La fase resta favorevole ai temi strutturali, ma diventa più selettiva. In un mercato così, il prezzo può reagire in modo molto diverso alla stessa notizia. Per questo è fondamentale non fermarsi alla narrativa, ma capire chi sostiene il costo degli investimenti e chi, invece, ne raccoglie realmente i benefici.

 

I market movers di oggi sono: tasso di disoccupazione in Australia, decisione sui tassi di interesse da parte della BCE nell’Eurozona (attuali 2,40% - aspettative 2,40%), richieste inziali dei sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,06%, China A50 +0,13%, Hang Seng -1,02%, il Nikkei ha chiuso a +0,07%, l’Australia +0,27%, Taiwan +1,72%, la Corea del Sud Kospi +2,22%, l’indice Indiano Sensex -0,87%. Il nostro FTSEMib +0,97%, Dax +0,58%, Ftse100 +1,24%, Cac40 +0,89%, Zurigo +0,12%. Lo S&P500 -0,14%, il Nasdaq -0,57%, il Russell2000 -0,92%. L’oro ha chiuso a 4.151,90 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 86,83$ per il wti e 94,07$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 62,91. Lo spread BTP/BUND 84,060. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 16,64%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,06%, China A50 +0,04%, Hang Seng +1,35%, il Nikkei ha chiuso a +0,67%, l’Australia +0,44%, Taiwan -0,83%, la Corea del Sud Kospi +3,66%, l’indice Indiano Sensex -0,12%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura sopra la parità mentre gli Stati Uniti sono negativi. L’oro si attesta a 4.125,51 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 88,27$ per il greggio e 96,07$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 65.632 e l’Ethereum 1.919.

 

Buona giornata.

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