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Pillole di Mercato

(29° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Marcel Proust: “Essere indulgenti verso gli altri, severi verso sé stessi è un consiglio banale; nell’esistenza è la sola regola da seguire”

 

A volte osserviamo i mercati e abbiamo l’impressione che non stia accadendo nulla di particolarmente importante. Gli indici non crollano, non violano livelli decisivi e non inviano segnali evidenti di debolezza. La conclusione più immediata è quindi che tutto sia fermo. In realtà, i mercati raramente cambiano volto tutti insieme. Prima cambiano i dettagli: si restringe il numero dei titoli che partecipano al rialzo, si modificano le leadership settoriali e gli investitori iniziano a ridurre il rischio proprio nelle aree che avevano corso di più. Sono spesso questi movimenti, meno visibili rispetto all’andamento degli indici, a raccontare la parte più interessante della storia. Per chi investe risparmi costruiti in anni di lavoro, restare aggiornato non è un passatempo, ma una parte essenziale del processo. Il messaggio di questa settimana è abbastanza chiaro: il mercato resta forte, ma è diventato meno semplice, meno lineare e soprattutto più selettivo. L’S&P 500 si mantiene vicino ai massimi, la volatilità resta contenuta e il mercato del credito non segnala ancora tensioni immediate. Lo spread tra i Treasury e le obbligazioni high yield si aggira intorno ai 270 punti base, ben al di sotto di quell’area dei 350 punti base che meriterebbe maggiore attenzione. Se gli investitori fossero realmente preoccupati per il ciclo economico o per la stabilità finanziaria, chiederebbero un premio molto più elevato per detenere obbligazioni societarie rischiose. Da questo punto di vista, il mercato resta in una modalità di propensione al rischio controllata: non c’è euforia indiscriminata, ma nemmeno una fuga generalizzata dagli asset rischiosi. Tuttavia, osservando ciò che accade all’interno degli indici, il quadro appare meno compatto. Solo circa il 10% dei titoli sta segnando nuovi massimi, mentre oltre la metà delle società quota sotto la propria media mobile a 200 giorni. L’indice continua quindi a reggere, ma la partecipazione è più ristretta. In una fase rialzista realmente solida e diffusa vedremmo un numero molto maggiore di società raggiungere nuovi massimi, diversi settori muoversi nella stessa direzione e una struttura interna più uniforme. Oggi, invece, assistiamo a una crescente dispersione. Questa dinamica emerge chiaramente anche dal rapporto tra Nasdaq e S&P 500. I due indici continuano a muoversi in modo fortemente correlato, ma il Nasdaq sta mostrando una minore forza relativa. Il motivo è che presenta una maggiore esposizione alle società tecnologiche, growth e ai semiconduttori, cioè proprio alle aree con le valutazioni più elevate, più sensibili ai tassi e maggiormente dipendenti dalle aspettative sulla crescita futura. Il mercato non sta vendendo indiscriminatamente tutto. Sta scegliendo con maggiore attenzione dove ridurre il rischio e lo sta facendo soprattutto nei segmenti in cui le aspettative erano diventate più ambiziose. Il Nasdaq, inoltre, è particolarmente concentrato: circa la metà del suo peso dipende dalle prime dieci società. Quando gli investitori iniziano a mettere in discussione i multipli, la sostenibilità degli investimenti nell’intelligenza artificiale o la crescita futura degli utili, la reazione può quindi diventare molto più violenta. L’S&P 500 riesce invece ad assorbire meglio queste rotazioni grazie alla presenza di settori come finanziari, industriali, energia, sanità e utilities, che non presentano tutti la stessa sensibilità ai tassi e alla narrativa dell’intelligenza artificiale. Non è una contraddizione, ma una rotazione interna al mercato. Questa rotazione diventa ancora più rilevante perché si verifica in presenza di rendimenti obbligazionari molto elevati. Il Treasury decennale ha superato il 4,6%, quello trentennale si è portato oltre il 5,1% e i tassi reali sulle scadenze più lunghe si avvicinano al 2,9%. Sono livelli che esercitano una pressione significativa sulle valutazioni azionarie. Quando i tassi sono bassi, gli investitori sono maggiormente disposti a pagare prezzi elevati per utili attesi in un futuro lontano. Quando il costo del capitale aumenta, quei flussi di cassa valgono meno in termini attuali e il mercato diventa più esigente. Chiede maggiore qualità, utili più solidi, più liquidità, visibilità sui risultati e bilanci più robusti. Questo non significa che rendimenti elevati debbano necessariamente provocare un crollo dell’azionario. Negli ultimi mesi l’S&P 500 è rimasto vicino ai massimi nonostante la salita dei Treasury, perché molte aziende hanno continuato a generare utili, mantenere buoni margini e produrre cassa. Finché i fondamentali tengono, il mercato può convivere anche con condizioni finanziarie più restrittive. Il problema nasce quando iniziano a emergere delle crepe. Con il costo del capitale su questi livelli, il margine di errore si riduce. Per una società già valutata sulla base di aspettative molto elevate non è più sufficiente pubblicare risultati semplicemente positivi. Occorre confermare una crescita robusta e offrire indicazioni credibili sulla traiettoria futura. Per questo motivo la stagione delle trimestrali assume un’importanza particolare. Non basta concentrarsi sugli utili per azione, che spesso superano stime già prudenti. Bisogna osservare i margini, il free cash flow, la qualità dei ricavi, il costo degli interessi, gli investimenti programmati e soprattutto la guidance. La domanda non è soltanto se un’azienda abbia battuto le attese, ma se sia in grado di continuare a farlo. Le trimestrali delle banche saranno altrettanto importanti, perché permetteranno di valutare la qualità del credito. Gli accantonamenti per possibili perdite future rappresentano uno degli indicatori più utili: se resteranno contenuti, il messaggio sarà che il ciclo del credito non sta ancora mostrando segnali preoccupanti; se aumenteranno sensibilmente, potranno anticipare maggiori difficoltà per famiglie e imprese. Netflix rappresenta un esempio particolarmente efficace di questa nuova fase. La società non ha pubblicato risultati negativi. I ricavi del secondo trimestre sono saliti a 12,56 miliardi di dollari, con una crescita di circa il 13% rispetto all’anno precedente, mentre l’utile netto è aumentato a 3,40 miliardi. Anche l’utile per azione ha superato leggermente le aspettative. Il titolo ha tuttavia perso circa l’8-9% dopo la pubblicazione dei risultati, perché il mercato non si è concentrato sul trimestre appena concluso, ma sulle prospettive future. Le stime per il terzo trimestre, pur rimanendo positive, sono risultate leggermente inferiori alle attese degli analisti. In un contesto di tassi elevati, multipli ambiziosi e aspettative già molto alte, anche una piccola delusione può generare una reazione significativa. Netflix non è stata penalizzata perché è diventata un’azienda debole. È stata penalizzata perché, pur restando una società solida, ha offerto al mercato una visibilità leggermente inferiore sulla fase successiva. Quando una società viene valutata come una storia di crescita strutturale, anche un rallentamento fisiologico può ridurre il multiplo che gli investitori sono disposti a riconoscerle. La società continua a beneficiare di una posizione dominante nello streaming, di margini elevati e di ricavi in crescita. Ha inoltre confermato una guidance annuale compresa tra 51 e 51,4 miliardi di dollari, con un margine operativo atteso intorno al 31,5%. Tuttavia, il mercato vuole capire quanto a lungo questa forza potrà continuare a espandersi. I principali motori di crescita indicati dall’azienda sono gli abbonamenti, gli aumenti di prezzo e la pubblicità. Sono tutti elementi promettenti, ma devono essere monitorati. Gli aumenti di prezzo funzionano finché il consumatore è disposto ad assorbirli; la pubblicità può diventare una componente importante, ma deve ancora dimostrare continuità e dimensioni adeguate; gli eventi in diretta favoriscono l’acquisizione di nuovi utenti, ma rappresentano ancora una parte limitata del tempo trascorso sulla piattaforma. Il messaggio è quindi chiaro: in un mercato caratterizzato da tassi elevati e valutazioni ambiziose, una grande storia non è più sufficiente. Il mercato vuole numeri che la confermino e soprattutto vuole capire se quei risultati siano sostenibili senza perdere qualità. L’ultimo tema da osservare con attenzione è il Giappone, uno degli snodi più delicati del sistema finanziario globale. Non si tratta di una storia lontana o confinata all’Asia. Lo yen, i rendimenti giapponesi e il carry trade sono strettamente collegati alla liquidità mondiale e possono avere conseguenze anche sui mercati americani, sulla tecnologia, sulle obbligazioni e più in generale sugli asset rischiosi. Il cambio dollaro-yen si mantiene nell’area 162-163, su livelli che non si vedevano dalla metà degli anni Ottanta. La valuta giapponese resta debole nonostante la Bank of Japan abbia già iniziato a normalizzare la propria politica monetaria. Questo comporta importazioni più costose, maggiore inflazione importata e un impatto particolarmente rilevante su un’economia fortemente dipendente dall’energia estera. La banca centrale giapponese si trova così davanti a un equilibrio complesso. Se cercasse di sostenere la valuta con una politica monetaria più restrittiva, rischierebbe di spingere ulteriormente al rialzo i rendimenti e di aumentare la pressione sul mercato obbligazionario. Se invece proteggesse eccessivamente il mercato dei titoli di Stato, potrebbe favorire un ulteriore indebolimento dello yen. Il tutto in un Paese con un debito pubblico superiore al 220% del PIL. Nel frattempo, i rendimenti giapponesi sono già saliti sensibilmente. Questo significa che il mercato chiede un premio maggiore per finanziare il debito del Paese. L’equilibrio tra valuta debole, rendimenti in aumento e indebitamento elevato diventa quindi sempre più fragile. Il vero collegamento con il resto del mondo è però rappresentato dal carry trade. Per anni molti investitori hanno preso a prestito yen a tassi molto bassi, convertendoli in altre valute per acquistare azioni, obbligazioni, credito e titoli tecnologici con rendimenti più elevati. Questo meccanismo ha sostenuto la liquidità globale. Finché lo yen e i tassi giapponesi restano stabili, il sistema funziona. Se però la valuta dovesse rafforzarsi rapidamente o la Bank of Japan fosse costretta ad aumentare i tassi più del previsto, una parte di queste operazioni potrebbe essere chiusa. Gli investitori sarebbero costretti a vendere asset, ridurre l’esposizione al rischio e riportare i capitali in Giappone. È quanto accadde nell’agosto 2024, quando una mossa inattesa della Bank of Japan contribuì a una forte correzione dei mercati americani e alla peggiore seduta per l’azionario giapponese dal 1987. Il Giappone non è quindi un mercato periferico, ma una delle principali fonti di finanziamento implicito del sistema finanziario mondiale. Anche la volatilità lo conferma. Mentre il VIX americano e quello europeo si mantengono su livelli relativamente contenuti, la volatilità del Nikkei è salita sopra quota 40, segnalando un grado di instabilità molto superiore rispetto agli Stati Uniti e all’Europa. La sintesi della settimana è quindi abbastanza chiara: il mercato resta forte, ma non è più semplice. L’S&P 500 vicino ai massimi, il VIX basso e gli spread del credito ancora contenuti ci dicono che non siamo davanti a una fase di panico o a una fuga generalizzata dal rischio. Sotto questa apparente stabilità, però, il mercato sta cambiando tono. Non sta vendendo tutto, ma sta diventando più selettivo. Non è più sufficiente essere esposti alla narrativa giusta. Il mercato vuole utili, margini, liquidità, bilanci solidi e indicazioni credibili sul futuro. Netflix ha dimostrato come anche una società forte possa essere penalizzata quando le aspettative diventano troppo elevate. I rendimenti obbligazionari ci ricordano che il capitale ha nuovamente un costo importante. Il Giappone, infine, rappresenta un equilibrio da monitorare perché yen, titoli di Stato e carry trade possono trasmettere rapidamente tensioni al resto del sistema. Il punto non è diventare catastrofisti, ma evitare di essere superficiali. Il mercato non sta dicendo di fuggire. Sta dicendo che la fase è cambiata: resta positiva, ma è più esigente, più selettiva e meno disposta a perdonare gli errori.

 

Commento Finale

In fasi come questa, la domanda più utile non è semplicemente se il mercato sia forte o debole. La vera domanda è quanto sia solida la forza che stiamo osservando. Un indice può restare vicino ai massimi anche mentre la partecipazione si restringe, i tassi aumentano e le aspettative diventano più difficili da soddisfare. Per questo investire non significa limitarsi a seguire il prezzo, ma comprendere cosa lo sostiene. Quando i mercati diventano più selettivi, disciplina, diversificazione e qualità tornano ad avere un ruolo centrale. Non serve prevedere ogni correzione: serve costruire un processo capace di riconoscere quando la forza è diffusa e quando, invece, dipende da equilibri sempre più fragili.

 

La settimana dal 20 al 24 luglio 2026 propone un calendario macroeconomico particolarmente ricco, con l'attenzione degli operatori concentrata su alcuni appuntamenti chiave: la decisione sui tassi della Banca Centrale Europea, la raffica di dati britannici su occupazione, inflazione e vendite al dettaglio, l'inflazione giapponese e gli indici PMI flash di luglio. Non mancano riferimenti alla Cina, con i tassi di riferimento sui prestiti e gli indicatori anticipatori. Di seguito una rassegna giorno per giorno dei principali dati in uscita. Lunedì 20 luglio. La settimana si apre con la Cina, che alle 3:00 comunica i tassi di riferimento sui prestiti a uno e cinque anni, entrambi attesi invariati rispettivamente al 3,00% e al 3,50%. Alle 8:00 tocca alla Germania con i prezzi alla produzione (PPI mensile), stimati in calo dello 0,2% dopo il +0,3% precedente. In giornata, con orario da confermare, è atteso anche il dato cinese sugli investimenti diretti esteri da inizio anno, il cui valore precedente segnava -8,6%. Alle 16:00 sarà la volta dell'indice anticipatore del Conference Board negli Stati Uniti, previsto in flessione dello 0,1% dopo il +0,1% del mese precedente. Martedì 21 luglio. Giornata dedicata soprattutto al Regno Unito, che alle 8:00 pubblica una serie di dati sul mercato del lavoro: la variazione delle richieste di sussidio di disoccupazione, la crescita media dei salari nei tre mesi (attesa al 4,5% dal 4,4%), il fabbisogno netto del settore pubblico e il tasso di disoccupazione, stimato in salita al 5,0% dal 4,9%. Alle 11:00 l'attenzione si sposta sull'Eurozona con l'indice di fiducia economica ZEW, atteso a 10,2 punti dai 9,5 precedenti, e sulla Germania, con lo ZEW tedesco previsto in forte miglioramento a 18,1 punti dai 10,5 del mese scorso. Alle 13:30 è in programma l'intervento del presidente della Bundesbank Joachim Nagel, mentre alle 14:15 gli Stati Uniti pubblicano la variazione settimanale dell'occupazione ADP, il cui dato precedente era pari a 19,8 mila unità. Mercoledì 22 luglio. Alle 1:50 il Giappone diffonde la bilancia commerciale, con una stima di deficit a 0,54 mila miliardi di yen, in peggioramento rispetto al -0,09 mila miliardi precedente. La giornata è però dominata dal Regno Unito, che alle 8:00 pubblica un'ampia serie di dati sui prezzi: l'inflazione al consumo (CPI) annua, attesa in calo al 2,7% dal 2,8%, l'inflazione core al 2,5% dal 2,6%, i prezzi alla produzione in entrata e in uscita e l'indice dei prezzi al dettaglio (RPI), stimato al 3,0% dal 3,1%. Alle 10:30 segue il dato sui prezzi delle case (HPI) su base annua, atteso in accelerazione al 3,9% dal 3,8%. Alle 16:30 gli Stati Uniti pubblicano le scorte settimanali di petrolio greggio, il cui valore precedente si è attestato -1,7 milioni di barili. Giovedì 23 luglio. È il giorno clou della settimana per l'Eurozona: alle 14:15 la Banca Centrale Europea comunica la decisione sui tassi di riferimento, attesi invariati al 2,40%, accompagnata dal comunicato sulla politica monetaria e, alle 14:45, dalla conferenza stampa della presidente Christine Lagarde. Prima, alle 12:00, il Regno Unito pubblica l'indice CBI sulle aspettative degli ordini industriali, atteso a -40 punti dai -45 precedenti. Alle 14:30 gli Stati Uniti diffondono le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, stimate a 214 mila dalle 208 mila della rilevazione precedente. Alle 15:00 la Cina pubblica il proprio indice anticipatore mensile, mentre alle 16:00 l'Eurozona chiude la giornata con l'indice di fiducia dei consumatori, atteso a -17 punti dai -18 precedenti; alle 16:30 seguono le scorte di gas naturale negli Stati Uniti. Venerdì 24 luglio. L'ultima giornata della settimana è quella dei PMI flash di luglio. Si parte alle 1:01 con la fiducia dei consumatori GfK nel Regno Unito, attesa a -21 punti dai -23 precedenti, seguita alle 1:30 dall'inflazione core giapponese su base annua, stimata in accelerazione all'1,6% dall'1,4%, e alle 2:30 dal PMI manifatturiero flash del Giappone, stimato a 54,9 punti dai 54,8 precedenti. Alle 8:00 la Germania pubblica l'indice di fiducia dei consumatori GfK, che dovrebbe segnare -28,5 punti, dai -29,2 precedenti, mentre il Regno Unito diffonde le vendite al dettaglio mensili, attese a +0,2% dal +1,2% del mese precedente. Tra le 9:15 e le 10:30 arrivano in sequenza i PMI flash di manifattura e servizi di Francia, Germania, Eurozona nel suo complesso e Regno Unito, tutti indicatori chiave per valutare lo stato di salute dell'attività economica europea a luglio. Nel pomeriggio, alle 15:45, è la volta dei PMI flash statunitensi, con il manifatturiero atteso a 54,5 punti dai 53,9 precedenti e i servizi a 51,0 punti dai 51,2 precedenti; la settimana si chiude alle 16:00 con le vendite di nuove case negli Stati Uniti, stimate a 617 mila unità dalle 580 mila precedenti.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi, in controtendenza l’India. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -2,23%, China A50 -2,68%, Hang Seng -2,39%, il Nikkei -5,18%, l’Australia -0,85%, Taiwan -5,54%, la Corea del Sud Kospi chiusa per festività, l’indice Indiano Sensex +0,98%. Il nostro FTSEMib -0,94%, Dax -0,34%, Ftse100 +0,27%, Cac40 -0,47%, Zurigo +0,54%. Lo S&P500 -1,01%, il Nasdaq -1,40%, il Russell2000 -0,42%. L’oro ha chiuso a 4.018,80 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 82,49$ per il wti e 88,10$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 60,250. Lo spread BTP/BUND 83,080. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 18,77%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +1,14%, China A50 +2,31%, Hang Seng +2,20%, il Nikkei chiuso per festività, l’Australia +0,15%, Taiwan +0,55%, la Corea del Sud Kospi chiusa per festività, l’indice Indiano Sensex -0,59%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.024,45 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 83,56$ per il greggio e 90,27$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 64.388 e l’Ethereum 1.864.

 

Buona giornata e buona settimana.


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