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Pillole di Mercato

(29° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Giorgio Faletti: “L’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre corri”

 

Se guardiamo soltanto l’andamento dell’azionario, questa settimana il messaggio sembra piuttosto semplice: l’S&P 500 continua a muoversi senza una direzione ben definita. Non ci sono segnali di un vero deterioramento del trend, ma nemmeno la conferma di una nuova fase rialzista. È un mercato che, almeno per il momento, preferisce aspettare. Eppure le notizie non sono mancate. Il petrolio è tornato a salire con decisione, le tensioni nello Stretto di Hormuz si sono riaccese, la Federal Reserve ha ribadito un atteggiamento decisamente prudente sull’inflazione e il mercato continua a prezzare almeno un rialzo dei tassi negli Stati Uniti entro la fine dell’anno. Nonostante tutto questo, l’azionario ha reagito con grande moderazione, mentre la volatilità è rimasta contenuta: il VIX si è mantenuto nell’area tra 15 e 17 punti, segnale che gli investitori non stanno ancora prezzando uno scenario di forte stress. La parte più interessante emerge osservando gli altri mercati. Dopo aver quasi completamente eliminato il premio geopolitico accumulato durante le settimane più difficili del conflitto, il petrolio ha invertito nuovamente la rotta. Il Brent ha recuperato rapidamente terreno in seguito alla nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, riportando l’attenzione sul rischio energetico. Il vero elemento da monitorare, però, non è soltanto il prezzo del greggio, ma ciò che sta accadendo nel mercato fisico. I nuovi attacchi nello Stretto di Hormuz hanno ridotto drasticamente il traffico navale, alcune navi hanno attraversato l’area con i transponder spenti e i costi di trasporto delle petroliere sono tornati sui livelli osservati durante il picco delle ostilità. Questo significa che il problema non riguarda soltanto il prezzo del petrolio, ma l’intera catena logistica: assicurazioni più costose, tempi di consegna più lunghi, maggiore incertezza sulle forniture e costi operativi destinati a riflettersi, con il tempo, anche sull’economia reale. È proprio questo il motivo per cui Hormuz non rappresenta soltanto un rischio geopolitico, ma un vero test sulla resilienza della supply chain energetica globale. Il mercato finanziario aveva probabilmente archiviato troppo velocemente questa minaccia, mentre il mercato fisico continua a raccontare una storia decisamente più prudente. A questo scenario si aggiunge la Federal Reserve. I verbali dell’ultima riunione hanno confermato un orientamento ancora molto restrittivo: l’inflazione resta la priorità assoluta e alcuni membri del Comitato hanno persino valutato l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi. Il punto interessante è che la Fed non attribuisce la pressione sui prezzi esclusivamente all’energia. Una parte dell’inflazione deriva infatti dalla forte domanda interna, alimentata dagli enormi investimenti legati all’intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti la crescita continua a essere sostenuta soprattutto dagli investimenti in infrastrutture tecnologiche, data center, semiconduttori ed energia necessaria per alimentare questa trasformazione. Al contrario, i consumi delle famiglie stanno mostrando segnali di rallentamento. Si crea così una situazione particolare: una parte relativamente piccola dell’economia cresce molto rapidamente, mentre il consumatore, che rappresenta il motore principale del PIL americano, appare meno dinamico. È questo il dilemma che oggi la Fed deve affrontare. Da un lato gli investimenti sostengono la crescita economica; dall’altro alimentano una domanda di energia, materiali, componenti e manodopera che rischia di mantenere elevata l’inflazione. Per questo motivo il mercato ha completamente rivisto le aspettative sulla politica monetaria: a inizio anno si parlava di possibili tagli dei tassi, mentre oggi i futures incorporano almeno un rialzo entro l'autunno e attribuiscono una probabilità significativa anche a un secondo intervento successivo. La parte più interessante è però un'altra. Gli investitori non stanno prezzando una Fed restrittiva per sempre. La curva dei tassi suggerisce piuttosto che un eventuale irrigidimento della politica monetaria potrebbe essere seguito, più avanti, da una fase di normalizzazione qualora il rallentamento del consumatore diventasse più evidente. In questo contesto il mercato azionario continua a rimanere apparentemente immobile, ma sotto la superficie si stanno muovendo molte variabili. Petrolio, obbligazioni, dollaro e aspettative sui tassi raccontano una storia molto più complessa di quella che emerge osservando semplicemente gli indici azionari.

 

Commento Finale

Ci sono settimane in cui il mercato sembra non dire nulla. In realtà sono spesso quelle più importanti. Quando gli indici restano fermi, sono gli altri asset a costruire il racconto del futuro. Il compito dell'investitore non è forzare una previsione, ma mettere insieme tutti i segnali senza innamorarsi di una sola narrativa. Oggi più che mai serve flessibilità: i mercati non chiedono di avere sempre una risposta, chiedono di essere pronti a cambiare quando cambiano i fatti. Ed è proprio questa capacità di adattamento che, nel tempo, fa la differenza tra reagire agli eventi e gestirli con lucidità.

 

La settimana dal 13 al 17 luglio sarà caratterizzata da una fitta agenda macroeconomica, con particolare attenzione ai dati sull'inflazione statunitense, alla crescita della Cina e a numerosi indicatori sull'attività economica delle principali economie mondiali. Lunedì si apre con la pubblicazione del Monthly Oil Market Report dell'OPEC, che offrirà un aggiornamento sulle prospettive della domanda e dell'offerta di petrolio a livello globale. In serata gli Stati Uniti diffonderanno il dato sul bilancio federale di giugno. Martedì l'attenzione sarà inizialmente rivolta all'Asia, con gli indici di fiducia di consumatori e imprese australiani, la bilancia commerciale cinese e la produzione industriale giapponese. In Europa sarà pubblicato l'indice dei prezzi all'ingrosso della Germania. Negli Stati Uniti la giornata sarà dominata dal dato sull'inflazione di giugno, uno degli appuntamenti più importanti per i mercati finanziari. In programma anche il rapporto NFIB sull'ottimismo delle piccole imprese, il dato settimanale ADP sull'occupazione privata e un intervento del governatore della Fed Kevin Warsh, che potrebbe offrire ulteriori indicazioni sull'orientamento della banca centrale. Mercoledì sarà una giornata particolarmente intensa. La Cina pubblicherà il PIL del secondo trimestre insieme a produzione industriale, vendite al dettaglio, tasso di disoccupazione e prezzi delle abitazioni, offrendo un quadro completo dello stato della seconda economia mondiale. In Europa saranno diffusi i dati sull'inflazione e sui prezzi alla produzione spagnoli, oltre alla produzione industriale dell'Eurozona. Negli Stati Uniti arriveranno invece i prezzi alla produzione (PPI), l'indice manifatturiero Empire State di New York e i consueti dati sulle scorte e sulla produzione di greggio. In serata sarà pubblicato il Beige Book della Federal Reserve, documento che raccoglie le valutazioni delle dodici banche regionali sull'andamento dell'economia americana e che rappresenta un importante riferimento per le future decisioni di politica monetaria. Vendite al dettaglio e consumi sotto la lente. Giovedì i riflettori si sposteranno sul Regno Unito con la pubblicazione del PIL di maggio, della bilancia commerciale e della produzione industriale. In Italia saranno diffusi i dati sull'inflazione e sulla bilancia commerciale, mentre l'Eurozona pubblicherà il saldo della bilancia commerciale. Negli Stati Uniti il focus sarà sulle vendite al dettaglio di giugno, uno degli indicatori più significativi per misurare la forza dei consumi, principale motore dell'economia USA. La giornata sarà completata dall'indice manifatturiero della Fed di Philadelphia, dalle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, dall'indice NAHB sul mercato immobiliare e dalle vendite di abitazioni in corso. Venerdì l'Eurozona diffonderà il dato finale sull'inflazione di giugno, mentre negli Stati Uniti saranno pubblicati numerosi indicatori relativi al comparto immobiliare e all'attività produttiva. In particolare, i mercati seguiranno con attenzione i nuovi cantieri residenziali, i permessi di costruzione e la produzione industriale di giugno. La settimana si concluderà con la fiducia dei consumatori dell'Università del Michigan, uno degli indicatori più osservati per valutare il sentiment delle famiglie americane e le aspettative sull'inflazione.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,79%, China A50 -0,32%, Hang Seng +1,50%, il Nikkei +1,52%, l’Australia +0,31%, Taiwan -0,83%, la Corea del Sud Kospi +4,48, l’indice Indiano Sensex +0,95%. Il nostro FTSEMib +0,44%, Dax -0,20%, Ftse100 +0,24%, Cac40 +0,15%, Zurigo +0,14%. Lo S&P500 +0,42%, il Nasdaq +0,20%, il Russell2000 -0,49%. L’oro ha chiuso a 4.113,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 71,41$ per il wti e 76,01$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 48,655. Lo spread BTP/BUND 84,150. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,03%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,54%, China A50 -0,44%, Hang Seng -0,36%, il Nikkei -2,32%, l’Australia -0,11%, Taiwan +0,13%, la Corea del Sud Kospi -7,80%, l’indice Indiano Sensex -0,39%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.063,07 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 74,50$ per il greggio e 79,25$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 62.480 e l’Ethereum 1.774.

 

Buona giornata e buona settimana.


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