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Pillole di Mercato

(25° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Kobe Bryant: “Provare ad essere la versione migliore di te stesso vuol dire provare a migliorarsi ogni giorno. E’ una missione continua, infinita”

 

Obbligazioni e banche centrali: il mercato torna a guardare i tassi. Se nelle ultime settimane il petrolio era diventato il centro di gravità di quasi tutto, oggi il mercato sta iniziando a fare il percorso inverso. La riapertura dello Stretto di Hormuz e la prospettiva di un accordo più stabile tra Stati Uniti e Iran hanno provocato una delle correzioni più rapide del greggio degli ultimi anni. Il Brent è sceso sotto gli 80 dollari al barile, accumulando una perdita di circa il 15% in appena quattro sedute. È il ribasso più lungo degli ultimi dieci mesi e rappresenta un cambio di scenario importante rispetto alle settimane in cui il mercato temeva un blocco prolungato delle forniture energetiche. La conseguenza è stata immediata. I rendimenti obbligazionari hanno iniziato a scendere e il mercato ha rapidamente rivisto le aspettative sui tassi di interesse. Per mesi il ragionamento era stato piuttosto lineare: petrolio più alto significava inflazione più alta, inflazione più alta significava banche centrali più aggressive e quindi rendimenti in salita. Ora il mercato sta valutando la possibilità opposta. Se il petrolio continua a scendere e l'offerta energetica torna gradualmente alla normalità, una parte delle pressioni inflazionistiche che avevano preoccupato gli investitori potrebbe iniziare a rientrare. Ed è proprio questo il motivo per cui i Treasury americani stanno trovando supporto. Il rendimento del decennale statunitense è tornato vicino ai minimi dell'ultimo mese, mentre anche Australia e Giappone hanno visto una discesa dei rendimenti lungo la curva. Il messaggio che arriva dal mercato obbligazionario è abbastanza chiaro: il rischio di una nuova accelerazione dell'inflazione appare oggi meno minaccioso rispetto a pochi giorni fa. Questo non significa che il problema sia scomparso. Significa semplicemente che il principale motore della recente impennata inflazionistica, cioè il petrolio, sta perdendo forza. Ed è qui che entra in gioco la Federal Reserve. La riunione di questa settimana è probabilmente una delle più importanti dell'anno, non tanto per la decisione sui tassi, che dovrebbe lasciare invariato il costo del denaro, quanto per il modo in cui Kevin Warsh comunicherà la strategia futura della banca centrale. Per la prima volta dopo molti anni, il mercato non ha una visione chiara di quale sarà l'approccio del nuovo presidente della Fed. Alcuni strategist prevedono ancora diversi rialzi nei prossimi trimestri. Altri continuano a vedere tagli dei tassi entro la fine dell'anno. La dispersione delle aspettative è enorme e riflette perfettamente l'incertezza attuale. Da una parte troviamo un'economia che continua a mostrare una discreta resilienza. Dall'altra un'inflazione che potrebbe beneficiare della forte discesa dell'energia. È per questo che il mercato sembra aver abbandonato le convinzioni estreme e sta tornando ad ascoltare con attenzione ogni parola delle banche centrali. Anche in Europa e in Asia il quadro resta complesso. La BCE ha recentemente alzato i tassi per contrastare le pressioni inflazionistiche, mentre la Bank of Japan ha portato il costo del denaro all'1%, il livello più alto dal 1995. Sono segnali che confermano come il mondo stia lentamente uscendo dall'era dei tassi prossimi allo zero che ha caratterizzato gran parte degli ultimi quindici anni. Nel frattempo, la Cina continua a rappresentare l'anello più debole del quadro globale. I dati sui consumi e sugli investimenti pubblicati nelle ultime settimane mostrano un'economia ancora fragile, incapace di generare una ripresa interna sufficientemente robusta. Questo elemento contribuisce a contenere le aspettative di crescita globale e, indirettamente, aiuta anche a limitare le pressioni sulle materie prime. Per il momento il mercato sembra voler credere che il peggio sia alle spalle. L'azionario ha recuperato gran parte delle perdite legate alla crisi geopolitica, il petrolio è tornato rapidamente sotto pressione e gli investitori stanno nuovamente concentrando l'attenzione sui fondamentali economici e sugli utili societari. Ma il passaggio decisivo sarà capire se il calo dell'energia sarà sufficiente per modificare davvero le aspettative delle banche centrali. Perché se il petrolio continuasse a scendere, il tema dominante dei prossimi mesi potrebbe non essere più "quanto ancora saliranno i tassi?", ma "quando le banche centrali potranno finalmente iniziare ad allentare la loro stretta monetaria?".

 

Commento finale

La settimana segna probabilmente il primo vero cambio di narrativa dopo mesi dominati dal conflitto in Medio Oriente. L'attenzione degli investitori si sta spostando dalla geopolitica alla politica monetaria. Il forte calo del petrolio rappresenta una potenziale valvola di sfogo per l'inflazione e sta riaprendo scenari che fino a pochi giorni fa sembravano improbabili. Tuttavia, il mercato si trova ancora in una fase di transizione. Gli investitori stanno cercando di capire se la disinflazione generata dall'energia sarà sufficiente a modificare l'atteggiamento delle banche centrali oppure se i tassi resteranno elevati ancora a lungo. In questo contesto il ruolo dell'obbligazionario torna centrale. Dopo essere stato per mesi il principale termometro delle paure inflazionistiche, oggi il mercato dei bond sta iniziando a scommettere che il futuro potrebbe essere meno restrittivo di quanto si temesse solo poche settimane fa.

 

I market movers di oggi sono: salo della bilancia commerciale in Giappone, CPI (inflazione) in Gran Bretagna, CPI nell’Eurozona, vendite al dettaglio e decisione sui tassi di interesse da parte della FED negli Stati Uniti (attuali 3,75% - aspettative 3,75%).

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,14%, China A50 -0,32%, Hang Seng -1,50%, il Nikkei +0,52%, l’Australia -0,07%, Taiwan +0,59%, la Corea del Sud Kospi +2,10%, l’indice Indiano Sensex chiuso +0,57%. Il nostro FTSEMib +1,15%, Dax +0,07%, Ftse100 +0,61%, Cac40 +0,75%, Zurigo +0,32%. Lo S&P500 -0,56%, il Nasdaq -1,15%, il Russell2000 -0,74%. L’oro ha chiuso a 4.353,55 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 76,62$ per il wti e 79,41$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 42,005. Lo spread BTP/BUND 71,00. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 16,41%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi ad eccezione della Cina. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,18%, China A50 -0,78%, Hang Seng -0,53%, il Nikkei +0,42%, l’Australia +0,42%, Taiwan -0,49%, la Corea del Sud Kospi +0,59%, l’indice Indiano Sensex chiuso +0,34%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.341,07 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 75,69$ per il greggio e 78,72$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 65.829 e l’Ethereum 1.792.

 

Buona giornata.

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