Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 5 ore fa
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(25° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Michael Jordan: “Ho sempre creduto che se lavori sodo il successo arriva. Non faccio le cose a metà, perché se lo facessi avrei la metà dei risultati”
Il quadro generale appare abbastanza chiaro: il mercato non sta crollando, ma non si trova nemmeno in una fase di piena serenità. L’azionario continua a muoversi in una zona delicata. Dopo il sell-off delle settimane precedenti, l’S&P 500 ha tentato un rimbalzo deciso, ma il recupero osservato finora non è ancora sufficiente per cancellare il deterioramento tecnico generato dalla correzione. Più che l’inizio di una nuova fase rialzista, il movimento assomiglia ancora a un classico retest delle aree da cui era partito il breakdown. I prezzi sono tornati a lavorare in prossimità di livelli chiave, ma manca ancora una conferma convincente che consenta di affermare che la fase più difficile sia ormai alle spalle. Non c’è panico, ma permane una certa fragilità. Anche gli altri asset stanno trasmettendo un messaggio simile. L’oro ha reagito con forza dopo la recente debolezza, il mercato obbligazionario ha recuperato terreno e il dollaro continua a gravitare nella parte alta del proprio range di oscillazione. È un comportamento che suggerisce come gli investitori stiano ancora cercando di capire se ci troviamo davanti a una semplice pausa all’interno della correzione oppure all’inizio di un cambiamento più strutturale del quadro di mercato. Quando oro e obbligazioni riescono a recuperare insieme all’azionario, infatti, non si tratta necessariamente di un segnale di piena propensione al rischio. Può anche significare che una parte degli operatori continui a privilegiare strumenti difensivi, mantenendo un atteggiamento prudente in attesa di maggiore chiarezza. Tra tutti gli asset, il petrolio resta probabilmente l’elemento più importante da monitorare. Nonostante il miglioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Iran e il Brent tornato sotto gli 88 dollari al barile, il problema non può ancora essere considerato definitivamente risolto. Il vero nodo continua a essere rappresentato dallo Stretto di Hormuz. Prima dell’inizio delle tensioni transitavano mediamente circa 140 navi al giorno; oggi il traffico rimane inferiore ai livelli normali. Questo significa che il mercato può certamente reagire positivamente alle notizie diplomatiche, ma la normalizzazione effettiva dei flussi energetici richiederà tempo. La fotografia di partenza è quindi piuttosto chiara: azionario in fase di consolidamento, volatilità più nervosa ma lontana dai livelli di panico, petrolio ancora sotto osservazione, rendimenti obbligazionari che restano centrali e dollaro e oro da interpretare come indicatori del sentiment complessivo degli investitori. Non siamo in una fase di crisi conclamata, ma nemmeno in un contesto in cui si possa sostenere che il rischio sia completamente scomparso. Ed è proprio da qui che nasce la domanda più importante di questa settimana: il mercato sta realmente costruendo una base di stabilizzazione oppure sta semplicemente prendendo fiato prima di tornare a confrontarsi con inflazione, tassi di interesse e tensioni geopolitiche? In questo contesto, il caso SpaceX rappresenta probabilmente l’evento più significativo delle ultime sedute. La sua quotazione non va letta come una semplice IPO tecnologica di grandi dimensioni. Rappresenta piuttosto il simbolo perfetto del mercato attuale: un mercato che da una parte appare più sensibile ai tassi, più selettivo e più attento ai rischi macroeconomici, ma che dall’altra continua a mostrare una straordinaria disponibilità a finanziare storie di crescita considerate capaci di trasformare il futuro. I numeri parlano da soli. SpaceX ha collocato circa 555 milioni di azioni a 135 dollari, raccogliendo 75 miliardi di dollari e realizzando la più grande IPO della storia. Il titolo ha aperto in rialzo di oltre l’11%, ha raggiunto un massimo intraday superiore a 168 dollari e ha chiuso la prima seduta con un guadagno vicino al 20%. La capitalizzazione ha immediatamente superato i 2.000 miliardi di dollari, collocando l’azienda tra le maggiori società quotate al mondo fin dal primo giorno di contrattazione. Ancora più impressionante è stata la domanda. Gli ordini hanno superato i 350 miliardi di dollari, con oltre 250 miliardi provenienti da investitori istituzionali e più di 100 miliardi dal segmento retail. Una parte significativa della domanda non è nemmeno riuscita a ottenere l’allocazione desiderata. Questo dato racconta molto bene il momento che stanno vivendo i mercati. Nonostante inflazione, rendimenti elevati e maggiore volatilità, la ricerca di grandi storie di crescita resta fortissima. Va però sottolineato un aspetto fondamentale: questa valutazione incorpora una quantità enorme di aspettative future. Nel 2025 SpaceX ha generato circa 19 miliardi di dollari di ricavi, registrando tuttavia una perdita vicina ai 5 miliardi. La componente più solida del business è oggi rappresentata da Starlink, mentre la divisione legata all’intelligenza artificiale continua a generare perdite molto significative. In altre parole, il mercato non sta acquistando la SpaceX di oggi. Sta acquistando la SpaceX che potrebbe esistere tra dieci o vent’anni. Sta acquistando la promessa di Starlink, delle infrastrutture spaziali, della difesa, dell’intelligenza artificiale, dei data center orbitanti, del turismo spaziale e, naturalmente, dell’intera visione legata all’esplorazione di Marte. Ed è proprio questo il messaggio più interessante che emerge dalla quotazione: il mercato può essere diventato più nervoso nel breve periodo, ma non ha perso la capacità di sognare né la disponibilità a pagare valutazioni molto elevate quando si trova davanti a una narrativa sufficientemente potente. Sul fronte macroeconomico, invece, il tema centrale continua a essere l’inflazione. A maggio il CPI americano è salito al 4,2% su base annua, il livello più elevato degli ultimi tre anni. Tuttavia, la composizione del dato racconta una storia più articolata. La componente energetica continua a rappresentare il principale motore dell’accelerazione, mentre l’inflazione core si mantiene relativamente più contenuta. Il vero elemento di attenzione arriva però dai prezzi alla produzione. Il PPI è aumentato dell’1,1% nel mese, ben oltre le attese, portando l’inflazione wholesale al 6,5% annuo. Energia, carburanti, trasporti e logistica stanno registrando incrementi molto significativi, e questo significa che le pressioni inflazionistiche stanno risalendo la catena produttiva. Finché questi aumenti restano confinati principalmente all’energia, le banche centrali possono permettersi una certa pazienza. Se invece iniziano a trasferirsi stabilmente nei servizi e nei prezzi finali, la situazione diventa molto più complessa. Anche in Europa il quadro resta impegnativo. L’inflazione dell’Eurozona è salita al 3,2% e la BCE ha risposto con un rialzo di 25 punti base, pur in presenza di una crescita economica che continua a mostrare segnali di debolezza. Ed è qui che arriviamo al vero tema della settimana: i tassi di interesse. Il mercato non si sta più chiedendo semplicemente quando arriveranno i tagli. Sta iniziando a interrogarsi sulla possibilità che le banche centrali siano costrette a mantenere condizioni monetarie restrittive molto più a lungo del previsto. Negli Stati Uniti le probabilità attribuite a un eventuale rialzo dei tassi entro fine anno restano significative. In Europa, la BCE continua a muoversi all’interno di un equilibrio estremamente delicato tra inflazione e crescita. Questo cambia profondamente la narrativa che ha accompagnato i mercati negli ultimi mesi. Per lungo tempo gli investitori hanno potuto contare sull’idea di un’inflazione in graduale rientro e di banche centrali pronte a tornare accomodanti. Oggi questo scenario appare molto meno scontato. L’inflazione resta elevata, la crescita economica non è particolarmente brillante e le banche centrali dispongono di uno spazio di manovra molto più limitato.
Commento finale
La settimana non ci consegna una nuova grande narrativa, ma ci ricorda una verità molto importante. Il mercato continua a essere sospeso tra due forze contrapposte. Da una parte troviamo l’entusiasmo per il futuro, rappresentato perfettamente da SpaceX, dall’intelligenza artificiale e dalle grandi storie di innovazione. Dall’altra troviamo un presente fatto di energia ancora costosa, inflazione persistente, rendimenti elevati e banche centrali prudenti. Nessuna delle due forze sta prevalendo in modo definitivo. È proprio questa convivenza tra entusiasmo e cautela che rende il contesto attuale così complesso. Per questo motivo la gestione del rischio continua a essere più importante della ricerca del prossimo tema di moda. I mercati possono continuare a salire, ma il percorso rischia di essere molto meno lineare rispetto a quanto visto nella prima parte dell’anno.
La settimana dal 15 al 19 giugno si presenta particolarmente densa di dati macroeconomici e decisioni di politica monetaria, con focus su inflazione, crescita, mercato del lavoro e indicatori di fiducia in tutte le principali aree economiche globali. Lunedì 15 giugno si apre con dati europei su prezzi all’ingrosso in Germania, bilancia commerciale italiana ed europea e produzione industriale dell’Eurozona. Negli Stati Uniti l’attenzione si concentra sull’indice manifatturiero Empire State, sulla produzione industriale e sull’indice NAHB del settore immobiliare. Martedì 16 giugno è caratterizzato da una forte concentrazione di dati in Asia e Stati Uniti. In Cina vengono pubblicati prezzi delle abitazioni, produzione industriale, tasso di disoccupazione e vendite al dettaglio. In Australia si tiene la riunione della RBA. In Europa arrivano inflazione italiana e indici ZEW tedeschi ed europei, oltre a dati su costo del lavoro e crescita dei salari nell’area euro. Negli Stati Uniti vengono diffusi l’occupazione ADP weekly, i nuovi cantieri edilizi e i permessi di costruzione. Mercoledì 17 giugno si concentra su inflazione, commercio e soprattutto Banche centrali. In Giappone esce la bilancia commerciale. In Regno Unito vengono pubblicati inflazione e prezzi alla produzione. Nell’area euro arriva il dato sull’inflazione di maggio. Negli Stati Uniti si osservano vendite al dettaglio, vendite di abitazioni in corso e i dati su scorte e produzione di greggio. La giornata culmina con la riunione della Federal Reserve e la conferenza stampa di Kevin Warsh. Giovedì 18 giugno porta ulteriori segnali dal Regno Unito con dati su occupazione, disoccupazione e salari. Sempre in UK si tiene la riunione della Bank of England. Negli Stati Uniti vengono pubblicate le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, l’indice manifatturiero della Fed di Philadelphia e il Leading Index di maggio. Venerdì 19 giugno è caratterizzato da minore liquidità per la chiusura dei mercati in Cina e Stati Uniti per festività. Restano comunque attivi alcuni dati: inflazione e verbali della Bank of Japan, prezzi alla produzione in Germania e vendite al dettaglio nel Regno Unito.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso in forte rialzo. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +1,51%, China A50 +1,47%, Hang Seng +1,99%, il Nikkei +3,46%, l’Australia +1,93%, Taiwan +2,23%, la Corea del Sud Kospi +7,83%, l’indice Indiano Sensex chiuso +0,97%. Il nostro FTSEMib +1,97%, Dax +1,76%, Ftse100 +1,63%, Cac40 +1,83%, Zurigo +1,32%. Lo S&P500 +0,50%, il Nasdaq +0,31%, il Russell2000 +0,79%. L’oro ha chiuso a 4.238,80 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 84,88$ per il wti e 87,33$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 46,773. Lo spread BTP/BUND 73,760. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 17,68%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere in forte rialzo. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +1,02%, China A50 +0,767%, Hang Seng +0,44%, il Nikkei +5,09%, l’Australia +1,32%, Taiwan +2,59%, la Corea del Sud Kospi +5,37%, l’indice Indiano Sensex chiuso +1,45%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura in forte rialzo così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.350,65 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 80,72$ per il greggio e 83,47$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 65.437 e l’Ethereum 1.717.
Buona giornata e buona settimana.



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