Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 11 mag
- Tempo di lettura: 6 min
(20° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Ralph Waldo Emerson: “Ho finalmente imparato che spesso, se ho bisogno di una mano, devo stringere forte la mia”
Il contesto di fondo resta quello che conosciamo: Hormuz non è ancora un capitolo chiuso, il petrolio non è tornato ai livelli pre-guerra, i rendimenti restano elevati e diversi asset, come dollaro e oro, continuano a raccontare una storia più prudente rispetto all’azionario. Tuttavia, questa settimana il punto non è ripetere che l’equity è troppo ottimista e il resto del mercato più cauto. Il punto è capire cosa sta davvero tirando il mercato verso l’alto. Guardando solo gli indici principali, la fotografia sembra quasi perfetta: S&P 500 e Nasdaq sono tornati sui massimi e il ribasso legato al conflitto è stato riassorbito con una velocità impressionante. Ma se apriamo meglio il cofano, scopriamo che non tutto il mercato sta salendo allo stesso modo. Il rally non è ampio e uniforme: è molto concentrato. Il Nasdaq è salito con forza, ma il Nasdaq equal weight, cioè la versione in cui ogni titolo pesa allo stesso modo, è quasi piatto. Questo significa che non è tutto il settore tecnologico a correre, ma solo alcune filiere specifiche. La vera esplosione si vede nei semiconduttori, nelle GPU, nelle CPU, nei produttori di memoria, nel cloud e in tutte le società che forniscono l’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale. Il mercato, quindi, non sta comprando genericamente tecnologia. Sta comprando i mattoni dell’AI: chip, capacità computazionale, data center, hardware, memoria e reti. Questa è una forza reale, non solo una moda del momento, ma è anche una forza molto concentrata. E quando un rally dipende così tanto da pochi comparti, bisogna chiedersi se dietro ci sia soltanto entusiasmo o anche una base economica concreta. La risposta arriva dal PIL americano. Nel primo trimestre il PIL USA è cresciuto del 2% annualizzato. Non è un numero esplosivo, ma conferma un’economia ancora in crescita. La parte più interessante, però, è la composizione: i consumi, che rappresentano circa il 68% del PIL, hanno contribuito per circa 1,08 punti percentuali, mentre gli investimenti non residenziali, che pesano molto meno, hanno contribuito per circa 1,39 punti. In altre parole, una componente più piccola dell’economia ha dato una spinta alla crescita superiore a quella dei consumi. Questo perché gli investimenti aziendali sono cresciuti del 10,4% annualizzato, sostenuti da data center, software, strutture digitali e apparecchiature per l’elaborazione dei dati. È qui che l’intelligenza artificiale smette di essere solo una narrativa di Borsa e diventa un elemento visibile dentro l’economia reale. Per questo il rally dei titoli legati all’AI ha una logica. Il mercato vede che la domanda di infrastruttura è forte, che le aziende stanno investendo cifre enormi e che questa spesa sta già entrando nei dati macroeconomici. Ma attenzione: dire che il motore AI è reale non significa dire che tutta l’economia stia bene allo stesso modo. Significa che una parte dell’economia sta andando molto forte e sta compensando altre aree più normali o più fragili. Ed è qui che entra l’altra faccia della medaglia. Il consumatore americano resta il cuore del sistema, ma la spesa per consumi è cresciuta solo dell’1,6% annualizzato e ha rallentato per il secondo trimestre consecutivo. Non è un crollo, ma non è nemmeno la stessa forza di prima. Le famiglie non vivono dentro il boom dei chip: ragionano su benzina, bollette, mutui, rate, credito e prezzi al supermercato. Su questo fronte il quadro resta scomodo. L’inflazione core era già in risalita prima che lo shock petrolifero entrasse completamente nei dati, le aspettative di inflazione prezzate dal mercato obbligazionario sono salite insieme al greggio e i costi di spedizione restano elevati. La pressione arriva da tutta la catena: energia, trasporti, forniture, margini aziendali e prezzi finali. A questo si aggiunge il tema dei tassi. Il rendimento americano a 30 anni resta vicino al 5%, una soglia importante perché rende più costoso finanziare case, auto, imprese e debito. Per famiglie e aziende non è un dettaglio tecnico: è una tassa silenziosa sulla capacità di spesa. Ecco allora la vera divisione di questa fase: da una parte c’è la AI economy, che attira capitali, investimenti e aspettative enormi; dall’altra c’è la street economy, quella più quotidiana, dove il consumatore rallenta, l’inflazione resta fastidiosa e il credito costa ancora molto. Il mercato azionario sta scegliendo di guardare soprattutto la prima, ma un investitore macro deve guardarle entrambe. La conclusione, quindi, non è che il mercato stia sbagliando. Il trend va rispettato, perché l’intelligenza artificiale è un tema reale: gli investimenti ci sono, la domanda di capacità computazionale è forte e la costruzione di data center, chip, cloud e infrastruttura digitale sta già entrando nei numeri dell’economia. La spesa degli hyperscaler potrebbe avvicinarsi a circa 750 miliardi di dollari quest’anno, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Ma resta una scommessa concentrata. Funziona se gli investimenti continuano, se la domanda di compute resta forte, se i ritorni arrivano in tempi ragionevoli e se energia, tassi e costi non diventano troppo pesanti. Alcune stime indicano che circa il 40% dei progetti legati all’AI buildout potrebbe slittare nei prossimi anni per colli di bottiglia, logistica, costi e disponibilità delle risorse. Per questo oggi serve selezione. Il rally è potente, ma non uniforme. L’AI economy corre, la street economy è più fragile. I semiconduttori tirano gli indici, ma l’equal weight racconta un mercato meno brillante. Il petrolio resta alto, i rendimenti non scendono davvero e il consumatore non vive la stessa euforia che vediamo nei titoli AI.
Commento finale
Il mercato non sta ignorando completamente la realtà. Sta scegliendo di credere che l’intelligenza artificiale sarà abbastanza forte da coprire tutto il resto. Può avere ragione, ma resta una scommessa molto concentrata. E quando una scommessa diventa così concentrata, il rischio non sparisce: semplicemente si nasconde sotto la superficie.
La settimana dell’11 maggio presenta alcuni dati chiave su inflazione, crescita e consumi che potrebbero influenzare le aspettative di politica monetaria, soprattutto negli Stati Uniti. Lunedì l’agenda sarà relativamente leggera: dalla Cina arrivano i dati sull’inflazione di aprile, mentre negli Stati Uniti saranno pubblicate le vendite di abitazioni esistenti, indicatore importante per il settore immobiliare. Martedì rappresenta uno dei momenti più rilevanti della settimana. In Asia si segnalano la sintesi delle opinioni della Bank of Japan e gli indicatori di fiducia australiani. In Europa, attenzione all’inflazione tedesca e alla produzione industriale italiana, oltre agli indici ZEW di Germania ed Eurozona, che misurano il sentiment degli investitori. Negli Stati Uniti, il focus sarà soprattutto sull’inflazione di aprile, dato cruciale per le prossime mosse della Federal Reserve, accompagnato dall’indice NFIB sull’ottimismo delle piccole imprese e dai consueti dati settimanali sull’occupazione ADP. Mercoledì i riflettori si spostano sull’Eurozona, con una serie di pubblicazioni rilevanti, tra cui PIL, produzione industriale e occupazione del primo trimestre, oltre all’inflazione francese. Negli Stati Uniti verranno diffusi i prezzi alla produzione, altro indicatore utile per monitorare le pressioni inflazionistiche, insieme ai dati settimanali sulle scorte di petrolio. Giovedì l’attenzione si divide tra Europa e Stati Uniti. Dal Regno Unito arrivano i dati sul PIL del primo trimestre, produzione industriale e bilancia commerciale, mentre negli Stati Uniti saranno pubblicate le vendite al dettaglio di aprile, fondamentali per valutare la solidità dei consumi, insieme alle richieste di sussidi di disoccupazione. Infine, venerdì la settimana si chiude con i prezzi alla produzione in Giappone, prezzi all’ingrosso in Germania e l’inflazione italiana. Negli Stati Uniti, focus sull’indice manifatturiero Empire State di New York e sulla produzione industriale di aprile.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,15%, China A50 -1,03%, Hang Seng -1,20%, il Nikkei -0,44%, l’Australia -1,59%, Taiwan -0,80%, la Corea del Sud Kospi -0,34%, l’indice Indiano Sensex -0,38%. Il nostro FTSEMib +0,00%, Dax -1,32%, Ftse100 -0,43%, Cac40 -1,09%, Zurigo -0,26%. Lo S&P500 +0,84%, il Nasdaq +1,71%, il Russell2000 +0,76%. L’oro ha chiuso a 4.730,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 95,42$ per il wti e 101,29$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 44,143. Lo spread BTP/BUND 73,320. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 17,19%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,60%, China A50 +0,88%, Hang Seng -0,27%, il Nikkei -0,34%, l’Australia -0,61%, Taiwan +0,97%, la Corea del Sud Kospi +5,17%, l’indice Indiano Sensex -1,38%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura sopra la parità mentre gli Stati Uniti sono negativi. L’oro si attesta a 4.679,61 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 100,07$ per il greggio e 105,51$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 80.845 e l’Ethereum 2.333.
Buona giornata e buona settimana.



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