Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 27 lug
- Tempo di lettura: 5 min
(30° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Gaio Sallustio Crispo: “I piccoli Stati prosperano con la concordia, con la discordia vanno in rovina i più grandi”
Nelle ultime settimane S&P 500 e Nasdaq hanno iniziato a mostrare segnali di debolezza, senza però entrare in una vera fase di panico. Dopo una lunga fase laterale, i rimbalzi sono apparsi meno forti, sostenuti da volumi più bassi e da una partecipazione meno convinta. Il Nasdaq resta l’area più fragile e ha perso circa il 5% dai massimi di inizio giugno, mentre l’S&P 500 ha mostrato una maggiore tenuta. Anche il VIX è salito solo temporaneamente sopra quota 20, per poi tornare intorno a 18,6-18,7. Il mercato, quindi, non sta fuggendo: sta semplicemente facendo più fatica a salire. I rischi non sono nuovi. Guerra, petrolio, rendimenti elevati, consumatore più debole e investimenti enormi nell’AI erano già noti. Per mesi il mercato li aveva messi in secondo piano, sostenuto da utili solidi, crescita del cloud, domanda di chip e costruzione di data center. Ora non è cambiato il contesto, ma il modo in cui viene valutato. Prima gli investitori guardavano soprattutto alle opportunità della crescita; oggi iniziano a considerare anche il costo necessario per sostenerla. Lo dimostrano le reazioni alle trimestrali. Alphabet, Tesla e Intel hanno pubblicato risultati in parte superiori alle attese, ma le reazioni dei titoli sono state molto meno positive del previsto. Numeri forti non generano più automaticamente rialzi altrettanto forti. Il mercato sta diventando meno indulgente e vuole capire quanta cassa viene assorbita, quanto capitale serve e quando arriveranno ritorni adeguati. Nel frattempo, il petrolio è tornato verso quota 100 dollari al barile. La nuova escalation in Medio Oriente ha ridotto il traffico nello Stretto di Hormuz e ha riportato in alto i costi di trasporto delle petroliere. Il problema non riguarda solo il prezzo del greggio, ma anche la sua effettiva disponibilità. Hormuz rappresenta un passaggio fondamentale per le esportazioni dei Paesi del Golfo e una sua chiusura crea una vera strozzatura nella catena energetica globale. L’Arabia Saudita aveva parzialmente compensato il problema utilizzando l’oleodotto East-West, che porta il petrolio fino al Mar Rosso. Ora, però, anche questa rotta è diventata più fragile a causa delle minacce degli Houthi su Bab el-Mandeb. Il rischio è che venga compromesso anche il percorso alternativo costruito per evitare Hormuz. Da quell’area transitano oltre 5 milioni di barili al giorno diretti soprattutto verso Asia, Cina, Giappone, Corea del Sud e India. Le alternative esistono, ma sono più lente, costose e complesse. Il Canale di Suez, l’oleodotto Sumed e quello Eilat-Ashkelon possono assorbire solo una parte dei flussi. Servono quindi più navi, più trasferimenti di carico, maggiori assicurazioni e tempi di consegna più lunghi. La struttura dei prezzi conferma la tensione: il petrolio disponibile subito vale molto più di quello con consegna nei mesi successivi. Il mercato non sta necessariamente dicendo che il greggio resterà per sempre a questi livelli, ma che oggi la disponibilità immediata è particolarmente scarsa. Questo complica il lavoro della Federal Reserve. Un petrolio più caro aumenta l’inflazione, ma allo stesso tempo riduce il potere d’acquisto delle famiglie e aumenta i costi delle imprese. I rendimenti sono saliti e il mercato ha iniziato a prezzare nuovi rialzi dei tassi. Tuttavia, le aspettative di inflazione a medio-lungo termine sono rimaste relativamente stabili. Questo suggerisce che gli investitori non temono soltanto l’inflazione, ma anche un rallentamento della crescita. Le stime GDPNow della Fed di Atlanta sono scese da circa il 4% a circa l’1,7%. La direzione indica un’economia meno forte, soprattutto dal lato dei consumi. Il boom degli investimenti nell’AI può sostenere chip, infrastrutture e produzione, ma non può compensare all’infinito la debolezza del consumatore. I consumi rappresentano circa il 68% dell’economia americana, mentre gli investimenti aziendali pesano molto meno. Anche le trimestrali tecnologiche confermano il cambio di atteggiamento. Alphabet ha mostrato una crescita molto forte del cloud e del portafoglio ordini, ma anche un enorme aumento degli investimenti. Il free cash flow è diventato negativo, dimostrando quanto capitale sia necessario per sostenere la crescita dell’AI. Anche Tesla ha superato le attese sui ricavi, ma ha deluso su utili e cassa. Intel ha pubblicato numeri molto superiori alle stime ed è stata inizialmente premiata, mentre ServiceNow ha migliorato risultati e guidance senza ottenere una reazione altrettanto positiva. Il messaggio è chiaro: non basta più essere esposti all’intelligenza artificiale. Il mercato vuole vedere qualità della crescita, margini, free cash flow, ritorni sul capitale e tempi credibili di monetizzazione. Non siamo necessariamente alla fine del mercato rialzista, ma siamo entrati in una fase più selettiva. La domanda non è più soltanto se il mercato possa continuare a salire, ma quanto sia solida la crescita che sta pagando.
Market Movers
La settimana sarà particolarmente intensa per i mercati, con numerosi dati macroeconomici e decisioni delle banche centrali. L'attenzione sarà rivolta soprattutto alla Federal Reserve, che mercoledì dovrebbe lasciare invariati i tassi, ma le indicazioni sul futuro della politica monetaria saranno determinanti. Giovedì saranno pubblicati i dati sul PIL di Francia, Germania, Italia e Stati Uniti, insieme all'inflazione PCE americana e alla decisione della Bank of England. Venerdì chiuderanno la settimana la Bank of Japan, il PMI manifatturiero cinese e la stima preliminare dell'inflazione dell'Eurozona. Nel complesso, saranno giorni decisivi per comprendere lo stato di salute delle principali economie mondiali e le possibili prossime mosse delle banche centrali.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,87%, China A50 -0,65%, Hang Seng -1,18%, il Nikkei ha chiuso a -2,83%, l’Australia -0,76%, Taiwan -2,48%, la Corea del Sud Kospi -4,87%, l’indice Indiano Sensex -1,12%. Il nostro FTSEMib +0,95%, Dax +1,36%, Ftse100 +0,91%, Cac40 +0,88%, Zurigo +0,79%. Lo S&P500 +0,05%, il Nasdaq -0,64%, il Russell2000 -0,35%. L’oro ha chiuso a 4.070,80 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 85,15$ per il wti e 96,78$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 63,57. Lo spread BTP/BUND 84,270. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 18,58%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,44%, China A50 +0,03%, Hang Seng +0,75%, il Nikkei ha chiuso a +0,24%, l’Australia +1,29%, Taiwan -0,80%, la Corea del Sud Kospi +0,09%, l’indice Indiano Sensex +0,74%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.092,60 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 84,75$ per il greggio e 87,57$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 65.244 e l’Ethereum 1.952.
Buona giornata e buona settimana.



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