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Pillole di Mercato

(18° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Kahneman & Tversky: “La paura della perdita è 2,5 volte più intensa della gioia del guadagno”

 

Quando si parla di mercati finanziari, spesso ci si pone la domanda sbagliata: possiamo dire che il peggio è alle spalle e che da qui parte una salita più stabile? Il problema è che questa domanda rischia di portare a risposte troppo nette e, di conseguenza, a decisioni sbagliate. I mercati non funzionano come un interruttore della luce: non passano da “male” a “bene” per effetto di un tweet, di una dichiarazione politica o di un titolo di giornale. Si portano dietro memoria, cicatrici, eccessi, paura, squeeze e posizionamenti accumulati nel tempo. Negli ultimi giorni abbiamo visto una forza molto evidente. Il mercato ha rimbalzato, alcuni titoli hanno corso con violenza e, come sempre accade quando i prezzi ripartono velocemente, è tornata la tentazione di dire che sia ricominciato tutto. Ma il fatto che il mercato salga non significa automaticamente che il regime macroeconomico sia cambiato. Dentro lo stesso contesto possono convivere fasi molto diverse: una più difficile, in cui crescita in rallentamento e inflazione in accelerazione colpiscono duramente, e una più favorevole, in cui lo stesso scenario genera rimbalzi, rotazioni e opportunità molto selettive. Oggi sembra proprio che siamo entrati in questa seconda fase. Non appare ancora il momento in cui si possa dire con serenità che tutto sia finito e che stia partendo un rally pulito e stabile. Sembra piuttosto una fase in cui il mercato, dopo aver scaricato paura, pessimismo ed eccessi, sta premiando chi riesce a distinguere tra ciò che è solo rimbalzo tecnico e ciò che invece poggia su fondamenta più solide. Il mercato obbligazionario, ad esempio, continua a raccontare una storia diversa rispetto all’azionario. I rendimenti restano elevati e ricordano che l’inflazione non è sparita e che lo scenario di tassi più alti più a lungo non è ancora una fantasia lontana. In altre parole, l’azionario sta festeggiando, ma il mercato obbligazionario non sta ancora brindando davvero. Per questo la parola chiave non è previsione, ma disciplina. I mercati, ancora una volta, stanno ricordando che titoli, settori e Paesi non sono bandiere da difendere, ma strumenti da utilizzare. Il problema non è avere torto; il problema è restare aggrappati a un’idea quando il mercato sta già dicendo altro. La domanda corretta, quindi, non è se il mercato possa salire ancora, ma se questo rally abbia fondamenta abbastanza larghe per reggere. La risposta, oggi, sembra essere: forse in alcune aree sì, ma non ancora in modo ampio e definitivo. Il contesto è ancora complesso, frammentato e molto più selettivo di quanto possa sembrare guardando soltanto gli indici. Dentro lo stesso mercato convivono due storie. La prima è quella più facile da vedere: nuovi massimi, entusiasmo sull’intelligenza artificiale, utili societari solidi e un azionario che sembra voler guardare oltre la crisi. L’S&P 500 ha toccato nuovi massimi assoluti, il Nasdaq ha seguito la stessa direzione e la forza si concentra soprattutto sulle società più esposte al tema dell’AI. Gli utili delle Magnificent 7 continuano a crescere molto più rapidamente rispetto al resto dell’indice, e le prime trimestrali stanno confermando una stagione degli utili ancora solida, nonostante il conflitto. Questa è la storia positiva: la guerra sembra perdere intensità, Hormuz potrebbe gradualmente tornare a funzionare, le grandi aziende tecnologiche continuano a generare cassa e l’intelligenza artificiale resta il principale motore del mercato. Ma c’è anche una seconda storia, meno comoda, che arriva dal mondo reale: energia, petrolio fisico, logistica, inflazione e banche centrali. Lo Stretto di Hormuz non è tornato a funzionare normalmente. Ci sono ancora navi e marinai bloccati nel Golfo, il petrolio resta stabilmente su livelli elevati e il quadro dei flussi energetici è lontano da una vera normalizzazione. Hormuz non si riapre come un rubinetto: non basta dichiarare una tregua perché tornino subito normali traffico navale, premi assicurativi, rotte, tempi di consegna e fiducia degli operatori. Questa è la differenza fondamentale tra mercato finanziario ed economia reale. Il primo può anticipare scenari futuri e muoversi rapidamente. La seconda ha bisogno di tempo. E infatti, se guardiamo petrolio, oro, dollaro e rendimenti obbligazionari, il messaggio è molto meno lineare rispetto a quello dell’azionario. Il Treasury decennale resta intorno al 4,29%, il sell-off sui bond si è solo parzialmente riassorbito e il cosiddetto war trade su tassi, dollaro e petrolio non si è completamente sgonfiato. Da una parte, quindi, c’è l’equity, spinto anche dalla FOMO, che dice: ci sono i colloqui, gli utili saranno forti, l’AI continua a correre e non voglio restare fuori. Dall’altra c’è una lettura più prudente, che ricorda come le navi non passino ancora normalmente, il petrolio sia ancora alto, le infrastrutture non si riparino con una dichiarazione politica e l’inflazione stia già iniziando a comparire nei dati. Questo non significa che una lettura abbia sicuramente ragione e l’altra torto. Nei mercati bisogna restare umili, perché alla fine chi ha ragione è sempre il prezzo. Ma il compito di un investitore consapevole non è inseguire la narrativa più comoda, bensì seguire un processo basato sui numeri. Questo può voler dire restare investiti, ma con un rischio più controllato, maggiore selettività, eventuali protezioni e la disponibilità ad accettare di perdere una parte del rialzo se il mercato dovesse continuare a correre. Anche i dati macroeconomici confermano che la situazione non è uniforme. Negli Stati Uniti i PMI flash restano sopra quota 50 e mostrano un’economia ancora in espansione. Il composito sale a 52, il manifatturiero raggiunge 54 e i servizi restano in crescita. L’attività americana, quindi, non mostra segnali di cedimento netto. Tuttavia, una parte della forza manifatturiera arriva da scorte in aumento e acquisti anticipati, cioè da imprese che cercano di proteggersi da prezzi più alti e forniture più incerte. È crescita, ma non è una crescita completamente pulita. Il vero punto critico resta quello dei prezzi. Nei PMI, i tempi di consegna dei fornitori si allungano ai massimi da agosto 2022 e i prezzi salgono al ritmo più forte da luglio 2022. Questo significa che dentro la tenuta dell’economia americana stanno tornando tensioni tipiche di una fase inflattiva: supply chain meno fluide, costi più alti e imprese che anticipano gli ordini per paura che domani costi tutto di più. Anche il consumatore americano tiene, ma con più pressione addosso. Le vendite al dettaglio sono salite più delle attese, ma una parte importante del dato deriva dai maggiori incassi delle stazioni di servizio, spinti dall’aumento della benzina. Questo significa che il consumatore continua a spendere, ma una quota crescente della spesa viene assorbita dall’energia. La tenuta dei consumi resta positiva, ma più fragile. Per la Federal Reserve questo crea un problema evidente. Se l’economia regge, i consumi non crollano e i prezzi tornano a salire, la banca centrale ha meno spazio per tagliare i tassi. Gli Stati Uniti non sono immuni allo shock energetico, lo stanno semplicemente assorbendo meglio di altri. Ma proprio questa resilienza rischia di bloccare la Fed più a lungo in una posizione prudente. In Europa il quadro è più delicato. I PMI flash mostrano un composito dell’Eurozona sotto quota 50, con servizi in forte rallentamento. Germania e Francia segnalano lo stesso schema: manifattura che evita il tracollo, ma domanda interna e terziario molto più deboli. Il deterioramento della fiducia tedesca conferma che il rallentamento europeo non è teorico, ma già visibile nei dati. Qui il problema non è solo l’inflazione. È l’inflazione che torna mentre la crescita è già debole. E questa è una combinazione molto più scomoda per la BCE, perché tassi più alti, o anche solo meno tagli del previsto, diventano molto più dolorosi quando l’economia zoppica. Il Giappone, invece, vive uno shock energetico dentro un equilibrio monetario e valutario già fragile. I PMI restano in espansione, ma con una manifattura più forte dei servizi. Nel frattempo, l’inflazione risale e lo yen debole rischia di amplificare ulteriormente il costo dell’energia importata. Per la Bank of Japan questo significa meno libertà di restare accomodante, con possibili effetti anche sul mondo del carry trade costruito per anni su tassi bassissimi e yen debole. Se mettiamo insieme tutti i pezzi, il quadro finale è abbastanza chiaro. L’azionario sta correndo molto forte, sostenuto da una narrativa potente: intelligenza artificiale, utili delle Big Tech, ottimismo su Hormuz e paura di restare fuori dal trend. Ma sotto questa superficie il quadro resta meno pulito. Il problema energetico non è davvero rientrato, il petrolio resta alto, l’inflazione sta già entrando nei dati e le banche centrali hanno meno margine di manovra di quanto il mercato azionario sembri voler credere. Il punto non è dire che il mercato stia sbagliando. Il punto è capire che cosa sta prezzando. Oggi l’equity sta chiaramente scommettendo che gli utili legati all’intelligenza artificiale saranno abbastanza forti da assorbire tutto il resto: petrolio elevato, inflazione energetica, PMI asimmetrici, tassi alti e banche centrali meno accomodanti. Può anche andare così. Ma non è ancora una certezza confermata dai dati. È una scommessa ottimista. L’azionario può continuare a salire, ma oggi sta correndo più avanti del resto del sistema dei prezzi. Il compito di un macroinvestitore non è inseguire l’euforia, ma verificare se energia, inflazione, crescita e banche centrali stanno davvero convalidando quella corsa. Per ora, quella conferma resta solo parziale.

 

Commento finale

La fase attuale richiede equilibrio. Non bisogna farsi bloccare dalla paura, ma nemmeno lasciarsi trascinare dall’entusiasmo. Il mercato azionario sta premiando chi guarda avanti, soprattutto sui temi legati all’intelligenza artificiale e agli utili delle grandi aziende, ma il mondo reale continua a mandare segnali più prudenti attraverso energia, inflazione e obbligazioni. È proprio questa divergenza che va osservata con attenzione. Il rally può proseguire, ma finché la normalizzazione energetica non sarà concreta e le banche centrali non avranno davvero più spazio per respirare, la forza dell’equity resterà una scommessa da gestire con disciplina, non una certezza da inseguire senza metodo.

 

La settimana del 27 aprile si preannuncia particolarmente intensa, con una forte concentrazione di dati macroeconomici e appuntamenti di politica monetaria, tra cui spiccano le riunioni di Federal Reserve, BCE, BoE e BoJ. Lunedì l’agenda è relativamente leggera, ma offre comunque alcuni spunti: dalla Cina arriveranno i profitti industriali, utili per valutare la dinamica del settore manifatturiero, mentre in Germania verrà pubblicato il rapporto GfK sulla fiducia dei consumatori. Nel pomeriggio, negli Stati Uniti, focus sull’indice manifatturiero della Fed di Dallas. Martedì l’attenzione si sposterà sul Giappone, con la riunione della Bank of Japan, e sull’Europa, dove si attendono i dati sul mercato del lavoro spagnolo e le vendite industriali italiane. Negli Stati Uniti, riflettori puntati sulle vendite immobiliari, sulla fiducia dei consumatori del Conference Board e sull’aggiornamento settimanale dell’occupazione ADP. Il clou della settimana arriverà mercoledì, con la riunione della Federal Reserve e la successiva conferenza stampa del governatore Jerome Powell. Nel corso della giornata saranno pubblicati numerosi dati macro, tra cui inflazione in Germania, indicatori di fiducia in Italia e nell’Eurozona e diversi dati statunitensi, tra cui ordini di beni durevoli e dati sul mercato immobiliare. Come di consueto, spazio ai dati dell’EIA sulle scorte e la produzione di greggio. Giovedì rappresenta un vero e proprio “super Thursday” macro. Oltre ai PMI cinesi, verranno diffusi i dati sul PIL del primo trimestre per le principali economie europee (Francia, Germania, Italia ed Eurozona) e per gli Stati Uniti, accompagnati da inflazione e indicatori sul mercato del lavoro. Nella stessa giornata si terranno anche le riunioni della Bank of England e della BCE. Il focus sarrà rivolto in particolare alla conferenza stampa della presidente Christine Lagarde. Infine, venerdì, con diversi mercati chiusi per festività in Europa e Cina, l’attenzione si concentrerà sugli indici PMI e ISM manifatturierio degli Stati Uniti.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,74%, China A50 -0,46%, Hang Seng -0,21%, il Nikkei +0,79%, l’Australia -0,21%, Taiwan +0,22%, la Corea del Sud Kospi -0,27%, l’indice Indiano Sensex chiuso -0,95%. Il nostro FTSEMib -0,52%, Dax -0,11%, Ftse100 -0,75%, Cac40 -0,84%, Zurigo -0,59%. Lo S&P500 +0,80%, il Nasdaq +1,63%, il Russell2000 +0,43%. L’oro ha chiuso a 4.740,90 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 94,40$ per il wti e 99,13$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 44,861. Lo spread BTP/BUND 80,470. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 18,71%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,15%, China A50 -0,21%, Hang Seng -0,10%, il Nikkei +1,75%, l’Australia -0,18%, Taiwan +2,55%, la Corea del Sud Kospi +2,29%, l’indice Indiano Sensex chiuso +0,82%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa mentre gli Stati Uniti misti. L’oro si attesta a 4.737,29 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 95,77$ per il greggio e 100,92$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 78.740 e l’Ethereum 2.374.

 

Buona giornata e buona settimana.


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