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Pillole di Mercato

(17° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Dominio: “Se tutto ciò che hai offerto non è stato sufficiente, offri la tua assenza. Il sale non è nel menù, ma quando manca…lo senti”

 

Diciamoci la verità: dopo tutto quello che è successo tra Stati Uniti, Israele e Iran, dopo il panico sul petrolio, i timori di una nuova fiammata inflattiva e il rischio di una stretta sulle catene di approvvigionamento globali, la reazione più naturale sarebbe stata immaginare un mercato impaurito, fragile, sulla difensiva. E invece è accaduto il contrario. Il mercato ha fatto quello che spesso fa quando decide di guardare oltre: ha smesso di fissare lo specchietto retrovisore e ha ricominciato a prezzare ciò che potrebbe arrivare dopo. Ed è proprio qui che nasce la domanda più importante: il mercato ha già scontato una risoluzione positiva del conflitto? Guardando i dati, la sensazione è che almeno nel breve una parte molto ampia di quel rischio sia già stata assorbita nei prezzi. Ed è questo che oggi fa sentire molti investitori quasi “in ritardo”, come se il treno fosse già ripartito mentre loro erano ancora fermi a leggere i titoli dei giornali. Ma qui serve una distinzione fondamentale. Se si gestisce un portafoglio in modo molto attivo, se si vive di rotazioni veloci, di posizionamento e di eccessi, allora può avere senso alleggerire un po’ di forza. Il rally è stato rapido, violento, quasi parabolico in alcuni segmenti, e quando tutti iniziano a vedere il cielo azzurro nello stesso momento il mercato tende spesso a prendersi una pausa. Se invece si ragiona da investitore con un processo, la lettura cambia. Perché sotto il rumore della geopolitica, sotto l’ansia da petrolio e inflazione, ci sono ancora diversi temi di fondo che restano costruttivi: l’economia americana continua a essere più resiliente del previsto, la produttività resta un vento favorevole, il mercato del lavoro si sta raffreddando senza implodere e il sistema economico, pur rallentando, non sta mostrando segnali di rottura. In altre parole, il mercato non sta dicendo che i rischi sono spariti. Sta dicendo qualcosa di più sottile: li ha già digeriti abbastanza da poter tornare a guardare ai temi rialzisti di medio periodo. Ed è questo il punto più interessante degli ultimi giorni. Mentre molti continuavano a chiedersi se il mondo si sarebbe fermato per colpa del petrolio, il mercato aveva già iniziato a spostare l’attenzione altrove: industria, infrastrutture, alcune borse internazionali fuori dagli Stati Uniti, Bitcoin, energia, telecomunicazioni, Hong Kong, Messico. Presi singolarmente, questi segnali sembrano dispersi. Letti insieme, raccontano una storia precisa: la rotazione è ripartita. E come spesso accade, non parte mai con una sirena. Parte in silenzio. Questo recupero, però, non è arrivato dal nulla. È stato preparato da settimane di vendite meccaniche, da eccessi di pessimismo, da posizionamenti affollati che si sono svuotati, da un dollaro che ha smesso di essere il martello delle ultime fasi e da una volatilità che ha iniziato lentamente a rientrare. Quando succede questo, i mercati respirano. E quando respirano, spesso tornano a salire prima ancora che la narrativa ufficiale se ne accorga. Detto questo, non significa che sia tutto facile. C’è ancora una parte del quadro che va rispettata molto. L’inflazione non è morta e il mercato obbligazionario continua a mandare un messaggio chiaro: i tassi potrebbero restare più alti più a lungo di quanto il mercato azionario sembri voler credere. Questo non è un contesto da entusiasmo cieco. Non è il momento di comprare qualsiasi cosa si muova. È il momento di essere selettivi, di distinguere dove c’è davvero forza e dove invece c’è solo un rimbalzo tecnico travestito da nuova narrativa. Se si guarda ai numeri, questa divergenza emerge con chiarezza. Nel momento peggiore del sell-off legato alla guerra, l’S&P 500 era arrivato a perdere circa il 9% dall’inizio del conflitto, il Nasdaq circa l’11%. Oggi quel movimento non solo è stato completamente riassorbito, ma è stato superato: l’S&P è tornato sopra i livelli di inizio guerra, il Nasdaq ancora di più, e perfino Bitcoin è passato da una fase di debolezza a una forte sovraperformance. È un recupero estremamente aggressivo per il contesto in cui si è sviluppato. Ma il punto è che non tutto il resto del mercato si è comportato allo stesso modo. Il petrolio, per esempio, ha smesso di salire come nella fase più isterica del conflitto, ma non è affatto tornato ai livelli di partenza. I rendimenti obbligazionari hanno moderato gli eccessi, ma non sono rientrati in una vera normalità. Anche oro e dollaro non stanno raccontando una storia di piena distensione. E questo ci dice una cosa semplice ma importante: oggi l’equity si sta già comportando come se il rischio fosse stato assorbito, mentre il resto del mercato sta dicendo che forse il peggio si è allontanato, ma non abbastanza da parlare di ritorno alla normalità. Per capire davvero questa divergenza bisogna fare un passaggio in più e distinguere tra petrolio finanziario e petrolio fisico. Il petrolio finanziario, quello dei future e degli strumenti quotati, prova sempre ad anticipare il futuro. È quello che si rilassa appena il mercato intravede tregua, negoziati, riapertura graduale e fine della fase più estrema. Il petrolio fisico, invece, vive nel presente. Deve trovare navi, assicurazioni, porti funzionanti, rotte praticabili, carichi disponibili. Ed è proprio lì che la storia cambia. Perché oggi il mercato fisico continua a raccontare un sistema energetico ancora sotto pressione. I premi pagati per garantirsi il greggio restano molto elevati, i costi di trasporto sono saliti in modo importante e il costo reale del barile consegnato è molto più alto di quanto suggerisca il semplice prezzo dei future. Questo significa che dire “il petrolio è sceso” rischia di essere fuorviante. È sceso il petrolio che prezza il futuro, non quello che oggi deve davvero arrivare a destinazione. E quando questi due mondi, che normalmente viaggiano abbastanza vicini, iniziano a separarsi così tanto, il messaggio è chiaro: la normalizzazione che l’azionario e il petrolio finanziario stanno già scontando non è ancora quella che il mondo reale dell’energia sta vivendo. Ed è qui che entra in gioco l’inflazione. Negli Stati Uniti, i dati più recenti mostrano chiaramente che lo shock energetico è già entrato nelle statistiche. Il CPI ha accelerato in modo evidente e dentro quel dato la componente energia pesa in modo molto significativo, soprattutto attraverso il balzo della benzina. Anche i prezzi alla produzione mostrano un’accelerazione, ma in modo più concentrato: il colpo, per ora, si vede soprattutto nel blocco energia e nei primi anelli della catena dei costi. Questo è importante, perché evita due errori opposti: dire che non è successo niente o dire che tutta l’inflazione sta esplodendo di nuovo. La lettura più corretta oggi è più precisa: lo shock energetico c’è, è già nei dati, ma non ha ancora contaminato in modo uniforme tutto il paniere. A questo punto il ragionamento porta inevitabilmente alle banche centrali. Il punto non è tanto dire che torneranno ad alzare i tassi domani mattina. Il punto vero è che, se lo shock energetico dura più del previsto, allora avranno meno spazio per allentare di quanto l’azionario oggi sembri dare per scontato. E questo si vede anche nelle aspettative incorporate nei bond: il mercato obbligazionario continua a mandare un messaggio più prudente rispetto all’ottimismo dell’equity. Se si mettono insieme tutti questi elementi, il quadro finale è abbastanza chiaro. Il mercato azionario ha avuto una reazione straordinaria per velocità e intensità, ha recuperato tutto il terreno perso e si è spinto oltre, come se il rischio fosse ormai assorbito. Ma il resto del sistema dei prezzi non sta raccontando la stessa storia con la stessa convinzione. Il petrolio non è davvero tornato ai livelli di partenza, il mercato fisico dell’energia resta molto più teso di quello finanziario, l’inflazione energetica è già entrata nei dati e le aspettative sui tassi restano meno accomodanti di quanto un azionario così forte lascerebbe immaginare. La lettura più onesta, quindi, non è dire che l’equity stia sbagliando. Sarebbe troppo facile. La lettura più onesta è che oggi il mercato azionario sta facendo una scommessa molto ottimista. Sta scommettendo che la normalizzazione arrivi abbastanza in fretta da rendere secondari tutti gli altri problemi: la tensione nel fisico, la coda inflattiva dell’energia, il minore margine delle banche centrali. Può avere ragione, certo. Nessuno ha la palla di cristallo. Ma finché il resto del mercato continuerà a mandare segnali più prudenti, quella dell’equity resterà una scommessa, non ancora una certezza. La settimana del 20 aprile si presenta ricca di spunti macroeconomici. Si parte lunedì con pochi appuntamenti, ma comunque rilevanti: in Cina si tiene la riunione della PBoC, che potrebbe fornire indicazioni sulla direzione della politica monetaria, mentre in Germania vengono pubblicati i prezzi alla produzione di marzo, utili per valutare le pressioni inflazionistiche a monte della filiera. Martedì l’agenda si intensifica. In Europa, focus sul mercato del lavoro UK (occupazione, salari e disoccupazione) e sugli indici ZEW di Germania ed Eurozona, che offrono una misura del sentiment degli investitori. Negli Stati Uniti, l’attenzione sarà rivolta alle vendite al dettaglio di marzo, dato chiave per misurare la tenuta dei consumi, insieme alle vendite di case e al consueto aggiornamento settimanale sull’occupazione ADP. Mercoledì i riflettori si spostano sull’inflazione nel Regno Unito e sui prezzi alla produzione, mentre nel pomeriggio sarà pubblicato l’indice di fiducia dei consumatori dell’Eurozona. Come di consueto, spazio anche ai dati sulle scorte e produzione di greggio negli Stati Uniti, osservati per le implicazioni sul mercato energetico. Giovedì rappresenta il momento centrale della settimana, con la pubblicazione degli indici PMI preliminari di aprile nelle principali economie, dall’Asia all’Europa fino agli Stati Uniti. In parallelo, dagli Stati Uniti arriveranno anche il Chicago Fed National Activity Index e le nuove richieste di sussidi di disoccupazione. Infine, venerdì l’attenzione si concentrerà su alcuni dati di fiducia e attività economica: le vendite al dettaglio nel Regno Unito, i prezzi alla produzione in Spagna e soprattutto gli indici IFO tedeschi, tra i principali termometri dello stato di salute dell’economia tedesca. Dagli Stati Uniti, si chiuderà la settimana con la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,22%, China A50 -0,69%, Hang Seng -1,21%, il Nikkei -0,91%, l’Australia -0,23%, Taiwan +0,89%, la Corea del Sud Kospi -0,50%, l’indice Indiano Sensex chiuso +0,31%. Il nostro FTSEMib +1,75%, Dax +02,27%, Ftse100 +0,73%, Cac40 +1,97%, Zurigo +1,92%. Lo S&P500 +1,20%, il Nasdaq +1,52%, il Russell2000 +2,11%. L’oro ha chiuso a 4.879,60 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 82,59$ per il wti e 90,38$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 42,250. Lo spread BTP/BUND 72,02. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 17,48%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,64%, China A50 +0,32%, Hang Seng +0,79%, il Nikkei +0,72%, l’Australia +0,02%, Taiwan +0,99%, la Corea del Sud Kospi +1,07%, l’indice Indiano Sensex chiuso +0,21%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.807,61 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 87,54$ per il greggio e 95,34$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 74.386 e l’Ethereum 2.274.

 

Buona giornata e buona settimana.


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