Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 9 ore fa
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(15° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Niccolò Machiavelli: “Le intenzioni contano, ma sono le scelte che cambiano le cose. E ogni scelta porta con sé una responsabilità: non puoi volere un risultato diverso continuando a fare le stesse azioni”
I mercati asiatici hanno chiuso in rialzo, estendendo la prima settimana positiva dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, con gli investitori che guardano con cautela ma anche con una certa speranza ai colloqui tra Stati Uniti e Iran previsti nel fine settimana. Parallelamente, il petrolio si avvia verso la più ampia flessione settimanale degli ultimi nove mesi, segnalando un parziale allentamento delle tensioni. L’indice MSCI Asia Pacific ha guadagnato lo 0,8% dopo che il presidente Donald Trump si è detto “ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Teheran, pur mantenendo una linea dura sulle eventuali tariffe applicate al traffico nello Stretto di Hormuz. I titoli tecnologici, considerati meno esposti agli effetti diretti del conflitto, hanno sovraperformato, con la Corea del Sud - spesso vista come indicatore dell’andamento degli investimenti legati all’intelligenza artificiale - in rialzo dell’1,7%. I future sugli indici statunitensi hanno recuperato le perdite iniziali, mentre quelli europei indicano un’apertura positiva. A sostenere il sentiment è stato anche il movimento del petrolio: il Brent, dopo aver toccato un rialzo dell’1,2%, ha ridotto i guadagni attestandosi a +0,6% intorno ai 96,53 dollari al barile. Il dollaro, che durante le settimane di conflitto si era imposto come principale bene rifugio, si prepara a chiudere la settimana con la flessione più marcata da gennaio. Gli operatori restano comunque focalizzati sulla fragilità del cessate il fuoco e sull’esito dei colloqui previsti a Islamabad. Sebbene la disponibilità di Israele ad aprire un dialogo con il Libano abbia contribuito a migliorare il clima, la persistente chiusura dello Stretto di Hormuz continua a rappresentare un elemento di rischio significativo, soprattutto considerando i movimenti estremi osservati nelle ultime settimane, spesso concentrati all’inizio delle sessioni settimanali. Secondo Hao Hong di Lotus Asset Management, il mercato sta iniziando a prezzare la possibilità che un accordo venga effettivamente raggiunto nel breve termine, con un rimbalzo tecnico che potrebbe proseguire ancora per qualche giorno, segno che gli investitori stanno cercando di guardare oltre il conflitto. Anche sul fronte politico emergono segnali di possibile distensione. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accettato di avviare colloqui con il Libano, mentre Donald Trump avrebbe invitato a ridurre l’intensità delle operazioni militari per favorire il successo dei negoziati con l’Iran. Nonostante ciò, il contesto resta tutt’altro che stabile. Dopo l’annuncio del cessate il fuoco, le ostilità sono proseguite in alcune aree e nuovi attacchi, tra cui operazioni con droni contro infrastrutture in Kuwait, hanno evidenziato quanto la situazione sia ancora fragile. Secondo Rajeev De Mello di Gama Asset Management, la riduzione della volatilità su azioni, obbligazioni e valute rappresenta un segnale positivo per i mercati asiatici e per il comparto tecnologico, penalizzati nelle fasi iniziali del conflitto. Tuttavia, non tutti condividono questo ottimismo. Nick Ferres di Vantage Point Asset Management sottolinea come, anche in caso di accordo, sia probabile che l’offerta di petrolio resti limitata, un elemento che non sarebbe ancora pienamente riflesso nei premi per il rischio azionario. Gli strategist evidenziano inoltre come il mercato sembri disposto a trascurare la fragilità della tregua, a condizione che non emergano segnali di una nuova escalation da parte di Donald Trump. Questo atteggiamento, tuttavia, potrebbe rendere il rimbalzo azionario eccessivo rispetto ai fondamentali, soprattutto considerando che gli shock sull’offerta energetica potrebbero avere effetti più persistenti. Nel resto dei mercati, l’oro ha registrato un lieve calo intorno ai 4.760 dollari l’oncia, mentre i Treasury hanno interrotto una serie positiva di quattro sedute, in attesa dei dati sull’inflazione statunitense. Le stime indicano un aumento dell’indice dei prezzi al consumo dello 0,9% su base mensile, il più elevato dal 2022, un dato che potrebbe influenzare in modo significativo le aspettative di politica monetaria. Secondo Kyle Rodda di Capital, il rischio geopolitico resta il principale fattore di volatilità, ma anche i dati macroeconomici, in particolare quelli sull’inflazione, rappresentano un elemento di rischio rilevante per i mercati. Sul fronte societario, Carlyle Group ha limitato i riscatti su un fondo di private credit da 7 miliardi di dollari dopo richieste significative da parte degli investitori. Intel ha annunciato un accordo con Alphabet per l’utilizzo delle future generazioni di processori Xeon, mentre PIMCO sta valutando la cessione di una parte del finanziamento da 14 miliardi di dollari per un data center di Oracle. Chevron ha segnalato un calo della produzione fino al 6% nel primo trimestre a causa del conflitto, mentre Berkshire Hathaway ha collocato un’emissione obbligazionaria in yen per 272,3 miliardi, la prima dopo l’uscita di scena di Warren Buffett dal ruolo di CEO. In Europa, i mercati hanno chiuso in lieve calo, con lo STOXX 600 in flessione dello 0,4%, riflettendo le tensioni legate alla tenuta della tregua. I titoli del comparto viaggi e tempo libero, come Lufthansa e Tui, sono stati tra i più penalizzati, restituendo parte dei guadagni della seduta precedente. Il mercato si trova in una fase estremamente delicata, in cui la speranza di una soluzione diplomatica convive con la consapevolezza che il quadro resta fragile. Il rimbalzo in atto sembra più legato alla volontà degli investitori di guardare oltre il conflitto che a un reale miglioramento dei fondamentali. Il vero discrimine resta ancora una volta lo Stretto di Hormuz e la stabilità dei flussi energetici: finché questo nodo non sarà risolto in modo definitivo, ogni movimento positivo rischia di essere temporaneo. In questo contesto, il mercato continua a muoversi tra aspettative e realtà, rendendo fondamentale mantenere un approccio disciplinato e non farsi trascinare da un ottimismo che, almeno per ora, resta ancora fragile. I market movers di oggi sono: CPI (Inflazione) in Cina e Germania, produzione industriale in Italia, CPI e previsioni dell’indice di fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,83%, China A50 -0,55%, Hang Seng -0,35%, il Nikkei -0,59%, l’Australia +0,01%, Taiwan -0,13%, la Corea del Sud Kospi -1,36%, l’indice Indiano Sensex chiuso -0,90%. Il nostro FTSEMib +0,50%, Dax -1,14%, Ftse100 -0,05%, Cac40 -0,22%, Zurigo +0,09%. Lo S&P500 +0,62%, il Nasdaq +0,83%, il Russell2000 +0,60%. L’oro ha chiuso a 4.818,00 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 97,87$ per il wti e 95,92$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 44,480. Lo spread BTP/BUND 75,990. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 19,49%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,60%, China A50 +1,44%, Hang Seng +0,51%, il Nikkei +1,26%, l’Australia -0,29%, Taiwan +1,36%, la Corea del Sud Kospi +1,73%, l’indice Indiano Sensex chiuso +1,01%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.782,76 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 98,44$ per il greggio e 96,76$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 72.189 e l’Ethereum 2.198.
Buona giornata e buon fine settimana.


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