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Pillole di Mercato

(14° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Eduardo De Filippo: “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”

 

I mercati azionari asiatici hanno registrato il rialzo più marcato dell’ultimo anno, mentre il comparto obbligazionario ha esteso i guadagni, sostenuto dall’ottimismo crescente sul fatto che il conflitto in Medio Oriente, che nelle ultime settimane ha scosso i mercati globali e interrotto i flussi energetici, possa avvicinarsi a una fase conclusiva. Le borse asiatiche hanno messo a segno un balzo del 4,4%, recuperando dopo il peggior mese degli ultimi diciassette anni, in seguito alle dichiarazioni del presidente Donald Trump, secondo cui gli Stati Uniti potrebbero porre fine alla guerra con l’Iran entro due o tre settimane. Il movimento si inserisce nel solco dei rialzi già osservati a Wall Street, dove si è rafforzata l’idea che una possibile risoluzione del conflitto possa favorire una normalizzazione dei flussi di petrolio e sostenere la crescita economica globale. Anche i future sugli indici europei hanno beneficiato di questo clima, salendo dell’1,9%. Il dollaro ha mostrato un leggero indebolimento, mentre i Treasury hanno proseguito il loro recupero, sempre sulla scia delle dichiarazioni di Trump. Tuttavia, l’incertezza legata sia all’evoluzione del conflitto sia alla situazione dello Stretto di Hormuz resta elevata, e il petrolio ha parzialmente riassorbito le perdite della giornata precedente, con il Brent che si mantiene intorno ai 105 dollari al barile. Una possibile risoluzione del conflitto contribuirebbe a ripristinare la fiducia degli investitori dopo cinque settimane caratterizzate da forte volatilità, che hanno portato diversi indici in territorio di correzione. L’attenzione dei mercati si sposta ora anche sulle banche centrali, chiamate a gestire gli effetti dei prezzi energetici elevati e delle interruzioni dell’offerta, e sull’impatto che queste dinamiche potranno avere sull’economia reale e sui risultati aziendali nelle prossime settimane. Secondo Tai Hui di JPMorgan Asset Management, le prospettive di una de-escalation da parte degli Stati Uniti hanno contribuito a migliorare la propensione al rischio nel breve periodo, come dimostrato dai movimenti delle ultime 24 ore, ma resta comunque possibile assistere a nuove fasi di volatilità qualora l’amministrazione americana dovesse modificare la propria strategia militare. Lo stesso Donald Trump, che ha annunciato un discorso alla nazione per fornire aggiornamenti rilevanti sull’Iran, ha dichiarato che esiste ancora la possibilità di raggiungere un accordo con Teheran, pur sottolineando che la fine del conflitto non dipende necessariamente da un’intesa formale. Dal lato iraniano, il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità a porre fine alla guerra, a condizione che vengano garantite alcune richieste fondamentali, in particolare quelle volte a evitare il ripetersi di aggressioni. Non tutti gli operatori, però, condividono l’ottimismo di breve periodo. Nick Twidale di AT Global Markets ha evidenziato come il mercato stia leggendo queste notizie in chiave fortemente positiva, ipotizzando una conclusione imminente del conflitto, ma ha espresso dubbi sulla sostenibilità di questo scenario nel medio termine, sottolineando come la volatilità legata ai flussi informativi sia destinata a rimanere elevata finché non emergeranno prove concrete di una reale fine delle ostilità. Anche gli strategist di Bloomberg mettono in evidenza un punto chiave: se da un lato azioni e obbligazioni stanno reagendo positivamente alla speranza di una soluzione diplomatica, dall’altro gli asset rischiosi asiatici potrebbero continuare a sottoperformare, considerando che lo Stretto di Hormuz potrebbe restare almeno parzialmente limitato nel medio periodo. Nel frattempo, il mercato delle materie prime continua a riflettere un equilibrio ancora instabile. L’oro ha registrato il quarto rialzo consecutivo, salendo verso i 4.670 dollari l’oncia, pur rimanendo segnato da una flessione di circa il 12% nel mese di marzo, la peggiore dal 2008. L’indice del dollaro Bloomberg ha ceduto lo 0,1%, dopo un mese in cui aveva guadagnato il 2,4%, confermandosi come uno degli asset rifugio preferiti durante la fase più acuta del conflitto. Sul fronte obbligazionario, il rendimento del Treasury decennale è sceso al 4,29%, proseguendo il movimento di compressione già avviato nelle sedute precedenti. Particolarmente rilevante è stato il rimbalzo del comparto tecnologico asiatico, con un indice di riferimento in rialzo del 7% e forti progressi per i produttori di semiconduttori come Samsung Electronics e SK Hynix, entrambi in crescita di oltre il 10%. Il recupero è stato diffuso, con nove titoli in rialzo per ogni titolo in calo all’interno dell’indice MSCI Asia Pacific. Sul piano macro-finanziario, si segnala anche l’upgrade della Grecia a mercato sviluppato da parte di MSCI, un passaggio simbolico che segna un punto importante nel percorso di uscita dalla crisi del debito che per anni ha rappresentato uno dei principali rischi per l’area euro. Nonostante il miglioramento del sentiment, restano diversi elementi di incertezza. Non è ancora chiaro quanto sia concreta la tempistica indicata da Trump, noto per utilizzare frequentemente finestre temporali di due settimane per decisioni rilevanti, spesso poi superate senza risultati definitivi. Inoltre, il rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione lascia aperta la possibilità di una nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni, una terza portaerei americana sarebbe in rotta verso il Medio Oriente, mentre fonti citate dal Wall Street Journal indicano che gli Emirati Arabi Uniti starebbero valutando di affiancare Stati Uniti e alleati in un’operazione volta a riaprire lo Stretto di Hormuz anche con l’uso della forza. Lo stesso Trump ha invitato altri Paesi a farsi carico della gestione dello stretto, mostrando una certa frustrazione per il protrarsi del conflitto e per l’impatto sui prezzi energetici. Tim Waterer di KCM Trade ha sottolineato come, con il petrolio ancora stabilmente su livelli a tre cifre e messaggi contrastanti sul destino dello Stretto di Hormuz, il percorso per una stabilizzazione dei mercati resti tutt’altro che lineare. Sul fronte societario, Nike ha esteso le perdite dopo aver previsto un calo dei ricavi nel trimestre in corso, alimentando i timori che il conflitto possa rallentare il processo di rilancio. OpenAI ha invece completato un round di raccolta da 122 miliardi di dollari, raggiungendo una valutazione di 852 miliardi, mentre Nvidia ha annunciato un investimento da 2 miliardi in Marvell Technology, rafforzando l’ecosistema legato all’intelligenza artificiale. In Europa, le borse hanno chiuso in rialzo nella seduta di martedì, con lo STOXX 600 in progresso dello 0,43%, pur archiviando un mese di marzo in calo del 7,99%, il peggiore dalla metà del 2022. I dati preliminari sull’inflazione dell’area euro hanno mostrato un’accelerazione al 2,5%, superiore al target del 2% della Banca Centrale Europea, trainata in larga parte dall’aumento dei prezzi energetici. Nel complesso, i mercati continuano a reagire in modo molto sensibile alle notizie provenienti dal fronte geopolitico, alternando fasi di forte volatilità a tentativi di recupero legati alla speranza di una soluzione diplomatica. Il rimbalzo osservato sui mercati nelle ultime ore è un chiaro esempio di quanto il sentiment possa cambiare rapidamente quando si apre anche solo uno spiraglio verso una possibile de-escalation. Tuttavia, al di là dell’ottimismo di breve, restano ancora irrisolti i nodi centrali della crisi, in particolare il tema dello Stretto di Hormuz e dei prezzi energetici. Questo significa che il mercato continua a muoversi più sulle aspettative che su elementi concreti, rendendo la volatilità una componente strutturale di questa fase. In uno scenario così incerto, la differenza non la fa l’interpretazione della singola notizia, ma la capacità di mantenere una visione coerente e disciplinata, evitando di scambiare un rimbalzo tecnico per un cambiamento strutturale del contesto. I market movers di oggi sono: Indice Tankan dei grandi produttori manifatturieri in Giappone, indice manifatturiero Caixin in Cina, indice PMI manifatturiero e tasso di disoccupazione nell’Eurozona, vendite al dettaglio e indice ISM del settore manifatturiero negli Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,16%, China A50 -0,06%, Hang Seng -0,36%, il Nikkei -0,80%, l’Australia +0,25%, Taiwan -2,01%, la Corea del Sud Kospi -3,20%, l’indice Indiano Sensex -2,22%. Il nostro FTSEMib +1,11%, Dax chiuso +0,52%, Ftse100 +0,48%, Cac40 +0,57%, Zurigo +1,20%. Lo S&P500 +2,91%, il Nasdaq +3,83%, il Russell2000 +3,45%. L’oro ha chiuso a 4.678,60 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 101,38$ per il wti e 103,97$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 50,24. Lo spread BTP/BUND 90,99. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 25,25%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere molto tonici. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +1,60%, China A50 +1,49%, Hang Seng +2,28%, il Nikkei +4,97%, l’Australia +2,24%, Taiwan +4,30%, la Corea del Sud Kospi +8,86%, l’indice Indiano Sensex +2,24%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.709,42 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 102,24$ per il greggio e 104,44$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 67.577 e l’Ethereum 2.063.

 

Buona giornata.


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