Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 3 giorni fa
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(13° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Morgan Freeman: “Forse, se pagassimo meno i politici e più gli insegnanti, avremmo persone più intelligenti e leggi meno stupide”
Il più marcato ribasso mensile dei mercati azionari globali dal 2022 ha iniziato a perdere intensità dopo che gli Stati Uniti hanno concesso all’Iran più tempo per raggiungere un accordo che possa porre fine a un conflitto ormai in corso da un mese, mentre il petrolio ha registrato un lieve arretramento. I future sugli indici azionari statunitensi hanno esteso i rialzi fino allo 0,6%, segnalando un tentativo di rimbalzo dopo che gli indici sottostanti erano scivolati sui minimi da settembre. Questo movimento è seguito alla decisione del presidente Donald Trump di posticipare di dieci giorni la scadenza entro cui l’Iran avrebbe dovuto accettare un cessate il fuoco. Anche i mercati europei si preparavano a un’apertura in rialzo dello 0,7%, mentre le borse asiatiche hanno ridotto le perdite iniziali chiudendo in calo dello 0,2%. Nonostante il parziale miglioramento del sentiment, l’MSCI All Country World Index resta avviato verso il peggior mese degli ultimi tre anni, con il conflitto in Medio Oriente che continua ad alimentare timori di inflazione più elevata e crescita economica più debole. Alcune di queste preoccupazioni si sono attenuate grazie al calo del Brent, sceso dello 0,5% intorno ai 107 dollari al barile, avviandosi verso la prima flessione settimanale da metà febbraio. Il dollaro ha perso terreno mentre l’oro ha registrato un forte rialzo, in un contesto in cui i mercati azionari tentavano di recuperare. Tuttavia, il clima resta fragile e parte dell’ottimismo si è raffreddato dopo che il Wall Street Journal ha riportato che il Pentagono starebbe valutando l’invio di fino a 10.000 ulteriori soldati in Medio Oriente. L’ultima fase di volatilità estrema si inserisce in un mese caratterizzato da continui cambi di direzione guidati dal conflitto, con gli investitori ancora incerti se le ostilità siano destinate a ridursi o ad intensificarsi. L’attenzione resta focalizzata sullo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi petroliferi globali, che rimane di fatto bloccato, contribuendo a sostenere i prezzi del greggio e ad aumentare le pressioni inflazionistiche. Secondo Tony Sycamore di IG Australia, il rinvio della scadenza rappresenta sostanzialmente un modo per rimandare qualsiasi soluzione concreta, prolungando così l’incertezza che pesa sui mercati e sull’economia globale. Lo stesso Donald Trump ha dichiarato che i colloqui con l’Iran stanno procedendo molto bene, aggiungendo che manterrà l’impegno a non colpire le infrastrutture energetiche del Paese, offrendo temporaneamente un po’ di sollievo ai mercati energetici. Secondo Franklin Templeton, i mercati stanno sottostimando l’impatto inflazionistico del conflitto in Medio Oriente. L’Iran, nel frattempo, ha risposto alla proposta di cessate il fuoco tramite intermediari e attende ora una replica, ponendo tra le condizioni per la fine del conflitto la garanzia che Stati Uniti e Israele non riprendano gli attacchi. Gli investitori erano stati colti di sorpresa dai primi attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele a fine febbraio, avvenuti mentre i negoziati sembravano procedere positivamente ma accompagnati da un significativo rafforzamento militare americano nell’area. La situazione attuale appare simile, con i mercati che si stanno posizionando in vista di una possibile escalation nel fine settimana. Secondo gli strategist, le azioni potrebbero continuare a scendere nel breve termine, in assenza di segnali concreti di miglioramento nel conflitto tra Stati Uniti e Iran, nonostante i commenti più ottimistici provenienti da Washington. Gli investitori si trovano quindi in grande difficoltà nel valutare la possibilità di una svolta positiva. In Asia, l’indice di riferimento ha perso circa il 10% nel corso del mese, mentre l’oro ha registrato una flessione intorno al 15%. Il Brent, al contrario, è salito di circa il 48% dall’inizio della guerra a fine febbraio. L’aumento dei prezzi del petrolio ha alimentato i timori inflazionistici, rafforzando l’ipotesi che le banche centrali possano mantenere i tassi di interesse elevati o addirittura procedere con ulteriori rialzi. Questo scenario si riflette nel mercato dei Treasury americani, con il rendimento del decennale salito al 4,42%, circa 48 punti base in più rispetto alla fine di febbraio. Sul mercato valutario, lo yen si è rafforzato contro il dollaro dopo che il ministro delle Finanze giapponese ha dichiarato che le autorità sono pronte a intervenire anche con misure decise per contrastare movimenti eccessivi. Il Bitcoin è sceso sotto i 69.000 dollari, mentre il rendimento del titolo di Stato giapponese a 30 anni è salito al 3,66%, riflettendo l’incertezza legata al conflitto. Nel frattempo, il segretario al Tesoro statunitense ha annunciato l’avvio imminente di un programma assicurativo volto a sostenere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, una misura che potrebbe contribuire a ripristinare i flussi globali di petrolio e gas. La quasi totale chiusura dello stretto ha infatti comportato la perdita di milioni di barili al giorno di produzione, spingendo al rialzo i prezzi di prodotti energetici come diesel e carburante per aerei. Gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato agli alleati la loro partecipazione a una task force marittima multinazionale con l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz, sostenendo la creazione di una coalizione in grado di garantire il passaggio delle navi in questa arteria fondamentale. Secondo Adam Turnquist di LPL Financial, il conflitto in Iran e il conseguente aumento dei prezzi del petrolio continuano a ridurre la propensione al rischio degli investitori, sottolineando come una ripresa sostenibile dei mercati richieda progressi concreti verso un accordo di pace e la riapertura dello stretto. Sul fronte societario, Pernod Ricard e Brown-Forman stanno valutando una possibile fusione in risposta al rallentamento del settore degli alcolici, mentre Meituan prevede una riduzione delle perdite per ordine grazie a un allentamento della competizione con Alibaba Group e JD. Apple ha invece annunciato l’intenzione di aprire Siri ad assistenti di intelligenza artificiale esterni, rafforzando il posizionamento dell’iPhone come piattaforma AI. I mercati europei hanno chiuso in calo, con lo STOXX Europe 600 in flessione dell’1,2% e vendite diffuse su tutti i principali settori, in particolare su titoli minerari e tecnologici. In ambito corporate, il retailer britannico Next ha riportato risultati solidi e migliorato le prospettive, pur avvertendo che l’instabilità in Medio Oriente potrebbe frenare la crescita nei mercati internazionali. Il CEO ha inoltre sottolineato i possibili effetti a catena su costi, prezzi e domanda dei consumatori. Al contrario, Hennes & Mauritz ha registrato vendite deboli nel primo trimestre, con il titolo in calo. In Europa, l’attenzione resta concentrata sulla riunione dei ministri degli Esteri del G7 in Francia, dove i conflitti in Iran e Ucraina rappresentano i temi centrali, con la partecipazione anche di delegazioni di Arabia Saudita, Brasile, India, Corea del Sud e Ucraina. Il quadro che emerge è quello di mercati sospesi tra segnali di distensione e rischi concreti di escalation, in cui ogni dichiarazione politica o sviluppo militare ha un impatto immediato su asset chiave come petrolio, tassi e valute. Il vero driver resta lo Stretto di Hormuz: finché questa arteria rimarrà compromessa, l’inflazione continuerà a rappresentare una minaccia e le banche centrali saranno costrette a mantenere un atteggiamento prudente. In questo contesto, più che inseguire i movimenti di breve, diventa fondamentale mantenere un approccio disciplinato e coerente con il proprio piano di investimento, perché è proprio nelle fasi di maggiore incertezza che la differenza tra strategia e reazione emotiva si manifesta con maggiore evidenza. I market movers di oggi sono: vendite al dettaglio in Gran Bretagna, indice di fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,22%, China A50 -0,76%, Hang Seng -1,92%, il Nikkei -0,55%, l’Australia -0,10%, Taiwan -0,30%, la Corea del Sud Kospi -3,22%, l’indice Indiano Sensex chiuso per festività. Il nostro FTSEMib -0,71%, Dax chiuso -1,50%, Ftse100 -1,33%, Cac40 -0,98%, Zurigo -0,44%. Lo S&P500 -1,74%, il Nasdaq -2,38%, il Russell2000 -1,70%. L’oro ha chiuso a 4.409,00 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 94,48$ per il wti e 101,89$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 55,450. Lo spread BTP/BUND 95,230. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 27,44%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi ad esclusione della Cina. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,54%, China A50 +0,76%, Hang Seng +0,46%, il Nikkei -0,35%, l’Australia -0,11%, Taiwan -0,68%, la Corea del Sud Kospi -0,77%, l’indice Indiano Sensex -1,57%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.486,09 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 94,15$ per il greggio e 101,67$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 68.555 e l’Ethereum 2.058.
Buona giornata e buon fine settimana.


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