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Pillole di Mercato

(13° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Warren Buffett: “Wall Street è l'unico luogo in cui chi arriva in Rolls-Royce chiede consiglio a chi arriva in metropolitana”

 

I mercati hanno mostrato un nuovo segnale di indebolimento, con azioni e obbligazioni entrambe in calo e il petrolio tornato a salire, in un contesto in cui le tensioni in Medio Oriente restano elevate e, soprattutto, i segnali contrastanti sul fronte diplomatico continuano a generare incertezza. È proprio questa mancanza di chiarezza che sta progressivamente erodendo il sentiment degli investitori, dopo i tentativi di ottimismo visti nei giorni precedenti. Il movimento è coerente con la dinamica che stiamo osservando ormai da settimane: ogni fase di speranza legata a possibili negoziati viene rapidamente ridimensionata da dichiarazioni opposte o da nuovi sviluppi sul campo. Da un lato gli Stati Uniti continuano a parlare di trattative in corso, dall’altro l’Iran nega qualsiasi apertura concreta. Nel frattempo, le operazioni militari proseguono e il nodo dello Stretto di Hormuz resta sostanzialmente irrisolto. E ancora una volta, il mercato reagisce attraverso il suo canale principale: il petrolio. Il Brent torna a salire sopra i 100 dollari, segnalando che il premio al rischio energetico è tutt’altro che riassorbito. Questo si riflette immediatamente sui rendimenti obbligazionari, con il Treasury decennale in ulteriore rialzo e un incremento complessivo significativo dall’inizio del conflitto. Il messaggio è chiaro: prezzi dell’energia più alti continuano ad alimentare aspettative di inflazione più persistente e, di conseguenza, rafforzano l’idea di tassi più elevati più a lungo. Ed è proprio qui che si inserisce il vero punto di lettura. Non è la guerra in sé a guidare i mercati, ma la sua capacità di modificare le aspettative macro. Il mercato sta progressivamente facendo i conti con uno scenario in cui lo shock energetico non è temporaneo, ma rischia di avere effetti più duraturi su inflazione e crescita. E questo cambia completamente il quadro per le banche centrali, che si trovano con meno margine per allentare la politica monetaria. La reazione dell’equity riflette esattamente questa dinamica. Gli indici globali tornano a indebolirsi, interrompendo il tentativo di recupero, mentre settori più sensibili al ciclo e alla crescita mostrano maggiore vulnerabilità. Anche il comparto tecnologico, che aveva sostenuto i mercati in precedenza, entra in fase di correzione, segnalando come il contesto di tassi più alti inizi a pesare anche sulle valutazioni più elevate. Parallelamente, la volatilità resta elevata e trasversale. I mercati continuano a muoversi in modo rapido e spesso incoerente, proprio perché manca un punto fermo su cui costruire uno scenario stabile. Le dichiarazioni politiche non sono considerate sufficientemente credibili e, senza segnali concreti sul terreno, gli investitori restano in una posizione di attesa, pronti a reagire ma poco inclini a esporsi in modo deciso. Un altro elemento rilevante è la crescente consapevolezza che il costo economico dello shock energetico potrebbe essere sottovalutato. Non si tratta solo di un problema di prezzo del petrolio, ma di un impatto più ampio sulla catena produttiva globale, sui costi di trasporto, sull’industria e, in ultima analisi, sulla domanda. È un meccanismo che può rallentare la crescita proprio mentre alimenta l’inflazione, creando quel mix complesso che i mercati stanno iniziando a prezzare con maggiore attenzione. In questo quadro, anche asset come oro e criptovalute mostrano segnali di debolezza, confermando ancora una volta che il driver principale resta quello dei tassi reali e del dollaro. Quando i rendimenti salgono e il costo del denaro resta elevato, gli asset che non generano flussi tendono a perdere attrattiva nel breve periodo. Il mercato si trova in una fase in cui non mancano le informazioni, ma manca la direzione. Le notizie si susseguono, spesso in contraddizione tra loro, e questo mantiene elevata la volatilità senza costruire un trend solido. Ma sotto questa apparente confusione c’è una logica molto chiara: il petrolio resta il centro di tutto. Finché lo shock energetico non rientra in modo credibile, le aspettative di inflazione resteranno elevate, le banche centrali resteranno prudenti e gli asset di rischio continueranno a muoversi con fatica.  I market movers di oggi sono: rapporto della GfK sul clima di fiducia dei consumatori in Germania, richieste dei sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +1,15%, China A50 +0,92%, Hang Seng +0,43%, il Nikkei +2,82%, l’Australia +1,85%, Taiwan -0,34%, la Corea del Sud Kospi +1,59%, l’indice Indiano Sensex +2,07%. Il nostro FTSEMib +1,48%, Dax chiuso +1,41%, Ftse100 +1,42%, Cac40 +1,43%, Zurigo +1,33%. Lo S&P500 +0,54%, il Nasdaq +0,77%, il Russell2000 +1,23%. L’oro ha chiuso a 4.585,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 90,32$ per il wti e 97,26$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 52,065. Lo spread BTP/BUND 93,250. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 25,33%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,22%, China A50 -0,76%, Hang Seng -1,92%, il Nikkei -0,55%, l’Australia -0,10%, Taiwan -0,30%, la Corea del Sud Kospi -3,22%, l’indice Indiano Sensex chiuso per festività. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.469,76 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 92,21$ per il greggio e 98,96$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 70.033 e l’Ethereum 2.122.

 

Buona giornata.

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