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Pillole di Mercato

(13° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Maurice Switzer: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio”

 

Questa settimana non è stata semplicemente l’ennesimo capitolo di una crisi geopolitica, né l’ennesima fase di rialzo del petrolio. È stata, piuttosto, la conferma di qualcosa che i mercati stavano già iniziando a raccontare da tempo, ma che oggi è diventato molto più evidente: il problema non è ciò che è successo, ma il contesto in cui sta succedendo. Perché il punto vero è proprio questo. Il terreno non era solido già prima dell’escalation in Medio Oriente. L’Europa viaggiava con una crescita debole, quasi ferma. La Cina non è mai uscita davvero dalle difficoltà del settore immobiliare. Gli Stati Uniti, è vero, hanno mostrato una resilienza maggiore, ma già da mesi stavano rallentando, con un ritmo meno brillante rispetto al passato. E dentro questo quadro, anche l’inflazione non stava scendendo in modo così lineare come molti si aspettavano. I segnali c’erano tutti. I breakeven inflation rate negli Stati Uniti avevano già iniziato a risalire, così come le dinamiche osservate in Europa, in Giappone e in altre economie sviluppate. Non stavamo andando verso una disinflazione “pulita”, ordinata, verso il famoso 2%. Stavamo entrando, lentamente, in una fase più incerta. E i mercati, come spesso accade, lo avevano capito prima dei titoli dei giornali: dollaro più forte, indici meno direzionali, oro meno brillante. Poi arriva il petrolio a 100 dollari. E quello che prima era un segnale diventa un’accelerazione. Ma anche qui, il punto non è il petrolio in sé. Il punto è cosa fa il petrolio alle aspettative. Perché oggi i mercati si muovono molto meno su ciò che accade e molto di più su ciò che pensano accadrà. E, sopra ogni cosa, su quello che si aspettano dalle banche centrali. Negli ultimi anni, una parte enorme della forza dei mercati è stata sostenuta da una narrativa molto precisa: prima o poi i tassi scenderanno, il costo del denaro si alleggerirà, le condizioni finanziarie torneranno favorevoli. Era questo il vento alle spalle dell’azionario. Ma se quel vento cambia, cambia tutto. Ed è esattamente quello che è successo questa settimana. La Federal Reserve non ha mosso i tassi, ma il messaggio è stato tutt’altro che neutrale. Powell è stato molto chiaro: finché non ci saranno progressi concreti sull’inflazione, i tagli non arriveranno. E questa frase, apparentemente semplice, racconta in realtà una banca centrale molto meno libera di quanto il mercato sperasse. Perché gli Stati Uniti non arrivavano a questo shock da una posizione comoda. La crescita tiene, ma ha perso slancio. Il mercato del lavoro rallenta, ma non crolla. E soprattutto, l’inflazione resta appiccicosa, ancora lontana dal target. Il PCE previsto sopra il 2,5% anche nei prossimi anni lo dimostra chiaramente. In questo contesto, un petrolio alto non è un semplice rumore di fondo. È un elemento che rischia di riaccendere proprio quella componente inflattiva che la Fed stava cercando di spegnere. E il mercato ha reagito subito. Le aspettative di taglio si sono ridotte drasticamente. Da un mondo in cui si immaginavano più interventi accomodanti, siamo passati a uno scenario in cui si prezza a malapena un taglio, con una probabilità non nulla persino di rialzi. È un cambio di narrativa netto. In Europa il quadro è diverso, ma non più semplice. La BCE ha lasciato i tassi invariati, ma il linguaggio di Lagarde è stato molto chiaro: il mondo è diventato più incerto. E soprattutto, più scomodo. Perché qui il problema non è solo l’inflazione. È il fatto che un eventuale rialzo dei prezzi arriva su un’economia già fragile. Le nuove proiezioni parlano di inflazione più alta e crescita più bassa. È la combinazione peggiore possibile. Non stai combattendo un’economia che corre troppo. Stai cercando di gestire prezzi che salgono dentro un sistema che non ha abbastanza forza per assorbirli. Ed è proprio questo che rende la BCE meno libera. Perché in uno scenario del genere, tagliare diventa difficile, ma anche restare troppo restrittivi diventa rischioso. È un equilibrio estremamente delicato. Se poi allarghiamo lo sguardo, il messaggio diventa ancora più evidente. La Bank of England ha riconosciuto apertamente il rischio di effetti di secondo ordine su salari e prezzi. La Bank of Japan continua il suo percorso, ma dentro un contesto più fragile. La Reserve Bank of Australia ha fatto il passo più deciso, alzando i tassi e mostrando che, quando l’inflazione torna a farsi sentire, alcune banche centrali non hanno il lusso di aspettare.

Il filo conduttore è uno solo: meno comfort, meno visibilità, meno spazio per essere accomodanti.

E il mercato, come sempre, si è portato avanti. Non aspetta la decisione finale. Prezza prima. E infatti vediamo rendimenti che salgono, dollaro che si rafforza, asset di rischio sotto pressione. Non serve un crollo per capire il cambio di regime. Basta osservare la direzione. In questo contesto si inserisce anche un altro elemento che ha sorpreso molti: il comportamento dell’oro. In teoria, con guerra e tensione geopolitica, dovrebbe essere uno dei principali beneficiari. Ma oggi non sta succedendo in modo così evidente. Il motivo è semplice, ma spesso sottovalutato. Il mercato non sta leggendo solo la geopolitica. Sta leggendo soprattutto i tassi. E quando i rendimenti salgono e il dollaro si rafforza, il costo opportunità di detenere oro aumenta. Perché l’oro non paga cedole, non genera flussi. E quindi, in un mondo di tassi più alti più a lungo, diventa relativamente meno attraente. A questo si aggiunge un altro aspetto: dopo una salita molto forte, un ritracciamento è fisiologico. Non è la fine della narrativa di lungo periodo. È semplicemente una fase di normalizzazione dentro un contesto che resta strutturalmente complesso. Se mettiamo insieme tutti i pezzi, il quadro diventa molto più chiaro. La guerra è il detonatore. Il petrolio è il canale di trasmissione. Ma il vero impatto si vede nelle aspettative. Prima quelle sull’inflazione, poi quelle sulle banche centrali, poi quelle sui tassi. E infine, inevitabilmente, sui prezzi degli asset. La sequenza è sempre quella: energia più cara, inflazione più persistente, banche centrali meno libere, condizioni finanziarie più restrittive, pressione sugli asset di rischio. Ed è proprio per questo che il mercato oggi non è in panico, ma nemmeno sereno. È in una fase diversa. Una fase in cui sta iniziando a prezzare un mondo meno favorevole di quello immaginato fino a poche settimane fa.

Un mondo in cui il problema non è solo avere più inflazione, ma averla dentro economie che non sono abbastanza forti da assorbirla bene. E con banche centrali che non possono intervenire con la stessa facilità del passato. In conclusione, la vera chiave di lettura non è la guerra, né il petrolio, né il singolo dato macro. È il cambio di regime. I mercati stanno smettendo di vivere nella narrativa dei tassi in discesa e stanno iniziando a confrontarsi con uno scenario più complesso, fatto di inflazione più ostinata e crescita meno brillante. In questi contesti non serve avere certezze, perché non ce ne sono. Serve lucidità. Serve capacità di leggere i prezzi, di capire dove si stanno spostando le aspettative e di accettare che spesso il rischio più grande non è ciò che accade, ma il fatto che accade in un momento in cui il sistema era già più fragile di quanto sembrasse. La settimana del 23 marzo presenta un calendario macroeconomico ricco di indicatori congiunturali, in grado di offrire segnali aggiornati sullo stato di salute delle principali economie globali, con particolare attenzione agli indici di fiducia e all’andamento del settore manifatturiero. Lunedì i dati saranno relativamente limitati ma comunque utili per delineare il contesto macro. In Europa verrà pubblicata la bilancia commerciale spagnola, mentre nel pomeriggio dagli Stati Uniti arriveranno il Chicago Fed National Activity Index e le spese per costruzioni. Nel pomeriggio verrà diffuso anche l’indice di fiducia dei consumatori dell’Eurozona. Martedì rappresenterà uno dei momenti più rilevanti della settimana grazie alla pubblicazione degli indici PMI preliminari di marzo nelle principali economie. Dopo i primi dati provenienti dal Giappone, l’attenzione si sposterà sull’Europa con gli indicatori di Francia, Germania ed Eurozona, seguiti da quelli del Regno Unito. Nel pomeriggio sarà poi la volta degli Stati Uniti, con i PMI relativi ai settori manifatturiero e dei servizi e l’indice manifatturiero della Fed di Richmond. Sempre dagli USA arriverà anche il dato settimanale sull’occupazione ADP, utile per monitorare l’evoluzione del mercato del lavoro. Mercoledì i riflettori saranno puntati su diversi indicatori di inflazione. In Asia verrà pubblicato il dato sui prezzi al consumo in Giappone, mentre in Australia uscirà l’inflazione di febbraio. In Europa saranno invece diffusi i dati sull’inflazione del Regno Unito e sui prezzi alla produzione spagnoli. Particolare attenzione sarà inoltre dedicata agli indici IFO, indicatori chiave del sentiment delle imprese tedesche. Nel pomeriggio, come di consueto, arriveranno dagli Stati Uniti anche i dati dell’EIA sulle scorte e la produzione di greggio. Giovedì il focus tornerà sugli indicatori di fiducia e sulle prospettive economiche. In Giappone saranno pubblicati gli indici anticipatori del ciclo economico, mentre in Europa si attendono il rapporto GFK sulla fiducia dei consumatori tedeschi e gli indicatori di fiducia italiani. Negli Stati Uniti l’attenzione sarà invece rivolta alle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e agli indici della Fed di Kansas City. La settimana si chiuderà venerdì con alcuni dati rilevanti sia in Asia sia in Europa. In Cina saranno diffusi i profitti industriali degli ultimi 12 mesi. In Europa l’attenzione si concentrerà sulle vendite al dettaglio nel Regno Unito e sui dati preliminari di inflazione spagnola. Dagli Stati Uniti arriverà infine la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.

 

IERI

I listini dell’Asia hanno chiuso misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,68%, China A50 +0,77%, Hang Seng -0,72%, il Nikkei chiuso per festività, l’Australia -0,82%, Taiwan -0,43%, la Corea del Sud Kospi +0,46%, l’indice Indiano Sensex +1,30%. Il nostro FTSEMib -1,97%, Dax chiuso -2,02%, Ftse100 -1,44%, Cac40 -1,82%, Zurigo -1,11%. Lo S&P500 -1,51%, il Nasdaq -2,01%, il Russell2000 -2,26%. L’oro ha chiuso a 4.609,60 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 98,32$ per il wti e 106,41$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 59,255. Lo spread BTP/BUND 92,270. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 26,78%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -3,57%, China A50 -2,76%, Hang Seng -3,96%, il Nikkei -3,38%, l’Australia -0,74%, Taiwan -2,45%, la Corea del Sud Kospi -6,42%, l’indice Indiano Sensex -2,34%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.329,96 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 98,52$ per il greggio e 107,57$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 68.714 e l’Ethereum 2.059.

 

Buona giornata e buona settimana.


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