Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 14 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
(13° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Mark Zuckerberg: “Il rischio più grande è non prendersi nessun rischio”
Il rimbalzo dei mercati azionari si è rapidamente affievolito, mentre il petrolio è tornato a salire e l’oro ha proseguito la sua fase di debolezza, segnalando come l’ottimismo iniziale legato a una possibile de-escalation in Medio Oriente fosse estremamente fragile. Bastano infatti pochi titoli, poche dichiarazioni contrastanti, per riportare gli investitori su un terreno di maggiore cautela. Dopo il sollievo visto a inizio settimana, alimentato dall’idea di un possibile rinvio degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, il sentiment è tornato a deteriorarsi. Le indiscrezioni su un possibile coinvolgimento più diretto degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico e la chiusura netta dell’Iran a qualsiasi negoziato hanno riportato al centro lo scenario di un conflitto più lungo e complesso. E il mercato, come spesso accade in queste fasi, ha reagito in modo immediato ma anche molto coerente con il quadro che stiamo osservando da giorni: petrolio in rialzo, dollaro più forte, rendimenti in salita e asset di rischio sotto pressione. Il Brent è tornato sopra area 100 dollari, segnalando che il tema energetico resta il vero barometro del mercato, mentre i Treasury a breve scadenza hanno visto i rendimenti salire proprio per effetto delle nuove aspettative sui tassi. Perché il punto non è più soltanto la guerra, ma ciò che questa guerra implica. Un petrolio stabilmente elevato non è semplicemente una variabile di mercato: è un fattore che alimenta le aspettative di inflazione e che, di conseguenza, riduce ulteriormente lo spazio per una politica monetaria più accomodante. Ed è esattamente questo il messaggio che i mercati obbligazionari stanno iniziando a prezzare con sempre maggiore decisione. In questo contesto si inserisce anche la debolezza dell’oro, che a prima vista potrebbe sembrare controintuitiva. In uno scenario di tensione geopolitica ci si aspetterebbe infatti una corsa verso i beni rifugio. Ma ancora una volta, il mercato sta leggendo qualcosa di diverso: non una semplice fuga dal rischio, ma un contesto di tassi più alti più a lungo. E quando i rendimenti salgono e il dollaro si rafforza, il costo opportunità di detenere oro aumenta, rendendo il metallo meno attraente nel breve termine. Allo stesso tempo, la volatilità resta elevata e trasversale a tutte le asset class. I movimenti degli ultimi giorni mostrano chiaramente come il mercato sia estremamente sensibile alle notizie, con continui cambi di direzione che riflettono più l’incertezza sul futuro che una reale convinzione su uno scenario definito. La stessa dinamica si osserva nel comportamento degli investitori, sempre più prudenti, con un aumento della liquidità e il ricorso a coperture tramite opzioni. Un elemento interessante, inoltre, è il disallineamento che si sta creando tra il mercato obbligazionario e quello azionario. I tassi, soprattutto nella parte breve della curva, stanno reagendo in modo più aggressivo, mentre l’equity, pur mostrando segnali di debolezza, rimane relativamente più composto. Questo suggerisce che una parte del mercato azionario potrebbe non aver ancora pienamente incorporato le implicazioni di uno scenario di inflazione più persistente e tassi più elevati. Tutto questo avviene mentre il nodo centrale resta invariato: lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare il punto critico per il sistema energetico globale. Finché i flussi restano compromessi, anche solo parzialmente, il premio al rischio sul petrolio rimane elevato e con esso tutta la catena di effetti che si trasmettono all’economia reale e ai mercati finanziari. La dinamica che stiamo osservando è sempre la stessa, ma ogni giorno diventa un po’ più chiara: il mercato non sta reagendo alla notizia, sta reagendo alle conseguenze della notizia. E in questo momento la conseguenza principale è una sola: energia più cara significa inflazione più persistente, e inflazione più persistente significa meno libertà per le banche centrali. È questo il filo che lega petrolio, tassi, dollaro e asset di rischio. Finché questo equilibrio non cambia, ogni rimbalzo rischia di essere fragile, ogni fase di ottimismo temporanea. I market movers di oggi sono: CPI (Inflazione) in Giappone, indice preliminare PMI manifatturiero e servizi nell’Eurozona, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -3,57%, China A50 -2,76%, Hang Seng -3,96%, il Nikkei -3,38%, l’Australia -0,74%, Taiwan -2,45%, la Corea del Sud Kospi -6,42%, l’indice Indiano Sensex -2,34%. Il nostro FTSEMib +0,81%, Dax chiuso +1,22%, Ftse100 -0,24%, Cac40 +0,79%, Zurigo +0,71%. Lo S&P500 +1,15%, il Nasdaq +1,38%, il Russell2000 +2,22%. L’oro ha chiuso a 4.439,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 88,13$ per il wti e 95,92$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 56,030. Lo spread BTP/BUND 91,890. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 26,15%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,99%, China A50 -0,02%, Hang Seng +2,01%, il Nikkei +1,28%, l’Australia +0,16%, Taiwan -0,34%, la Corea del Sud Kospi +2,95%, l’indice Indiano Sensex +1,02%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.404,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 91,24$ per il greggio e 98,91$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 70.375 e l’Ethereum 2.137.
Buona giornata.


Commenti