Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 13 ore fa
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(12° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Epitteto: “La ricchezza non consiste nell’avere grandi beni, ma nell’avere pochi desideri”
I mercati azionari globali sono tornati a scendere per il secondo giorno consecutivo, in un contesto in cui l’escalation degli attacchi alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente ha riportato il petrolio al centro della scena, alimentando i timori degli investitori su nuove pressioni inflazionistiche. L’indice globale MSCI World ha perso lo 0,6%, mentre i mercati asiatici hanno registrato un calo più marcato, con un ribasso del 2,8%. Particolarmente colpito il Giappone, dove il Nikkei ha ceduto oltre il 3,5%, con gli operatori attenti anche al possibile indebolimento dello yen verso quota 160 contro dollaro. Anche i future europei e americani si sono mossi in territorio negativo, con l’Euro Stoxx 50 in calo di circa il 2% e i principali indici statunitensi in flessione dopo le perdite della seduta precedente. Il movimento riflette un chiaro ridimensionamento del rischio da parte degli investitori, in risposta a un contesto che sta diventando sempre più instabile. Il vero driver resta ancora una volta il petrolio. Il Brent è tornato sopra i 112 dollari al barile, sostenuto dall’intensificarsi degli scontri tra Iran e Israele e, soprattutto, dagli attacchi a infrastrutture energetiche strategiche. Tra gli episodi più rilevanti, i danni significativi al più grande impianto di esportazione di gas naturale liquefatto del Qatar, evento che ha acceso i riflettori su un possibile impatto più duraturo sulla disponibilità energetica globale. Il mercato sta iniziando a interiorizzare l’idea che non si tratti più di uno shock temporaneo, ma di qualcosa che potrebbe lasciare effetti persistenti. Non a caso, le banche centrali stanno già mostrando segnali di cautela. La Bank of Japan ha mantenuto invariati i tassi, così come la Federal Reserve, con entrambe che hanno sottolineato come il conflitto in Medio Oriente stia rendendo più incerto il quadro di politica monetaria. Ed è proprio questo il punto centrale: il petrolio alto sta complicando il lavoro delle banche centrali. La Fed, in particolare, ha ribadito che eventuali tagli dei tassi dipenderanno dai progressi sull’inflazione. In assenza di miglioramenti, non ci sarà spazio per allentamenti. Il mercato ha rapidamente recepito questo messaggio, riducendo ulteriormente le aspettative di taglio dei tassi a circa 15 basis points per l’intero anno, ben al di sotto di un taglio pieno. Anche le proiezioni aggiornate della Fed vanno nella stessa direzione, con un’inflazione prevista più alta nel 2026, sia nella componente headline sia in quella core. Questo rafforza uno scenario di “higher for longer”, in cui i tassi restano elevati più a lungo proprio a causa delle pressioni energetiche. Il mercato obbligazionario ha reagito di conseguenza. I Treasury sono stati venduti lungo tutta la curva, con il rendimento a due anni in deciso rialzo e quello decennale che continua a mantenersi su livelli elevati. Si tratta di un segnale chiaro: l’energia sta tornando a essere un fattore macro dominante, capace di influenzare non solo l’inflazione ma anche le aspettative sui tassi e, quindi, tutte le asset class. Nel frattempo, anche altri mercati stanno iniziando a mostrare segni di stress. Alcune valute emergenti, come il peso filippino, si sono indebolite proprio a causa della maggiore esposizione ai costi energetici. L’oro, dopo una fase di correzione, ha trovato una certa stabilità, mentre il dollaro ha mantenuto una posizione relativamente forte. A livello geografico, emerge con sempre più chiarezza una differenza tra le varie aree. L’Asia appare particolarmente vulnerabile, come sottolineato anche da diversi strategist, proprio per la sua maggiore dipendenza da importazioni di energia. Non a caso, la regione sta sottoperformando rispetto a Stati Uniti ed Europa, con un calo superiore all’8% nel mese. Nel complesso, il quadro che si sta delineando è quello di un mercato che sta progressivamente spostando l’attenzione dalla geopolitica in sé alle sue conseguenze economiche. Non è più solo una questione di conflitto, ma di come questo conflitto si traduce in prezzi più alti, inflazione più persistente e politiche monetarie più restrittive. Questa fase rappresenta un passaggio delicato per i mercati, perché segna il ritorno di una dinamica che negli ultimi mesi sembrava attenuata: l’energia come fattore centrale del ciclo economico. Il rialzo del petrolio non è solo una variabile settoriale, ma un elemento che si trasmette a catena su inflazione, tassi e valutazioni. Il rischio che sta emergendo è quello di uno scenario sempre più vicino alla stagflazione, in cui crescita e inflazione smettono di muoversi nella stessa direzione favorevole agli asset di rischio. In questo contesto, la chiave per un investitore non è reagire al singolo evento, ma comprendere il regime che si sta formando. E oggi il messaggio dei mercati è chiaro: finché lo shock energetico resta elevato e persistente, la pressione sugli asset finanziari è destinata a rimanere. I market movers di oggi sono: tasso di disoccupazione in Australia, decisione sui tassi di interesse da parte della BOJ in Giappone (attuali 0,75% - aspettative 0,75%), tasso di disoccupazione e decisione sui tassi di interesse da parte della BOE in Gran Bretagna (attuali 3,75% - aspettative 3,75%), decisione sui tassi di interesse da parte della BNS in Svizzera (attuali 0,00% - aspettative 0,00%), decisione sui tassi di interesse da parte della BCE nell’Eurozona (attuali 2,15% - aspettative 2,15%), permessi di costruzioni rilasciati, vendite di nuove case e richieste dei sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,19%, China A50 -0,15%, Hang Seng +0,81%, il Nikkei +3,12%, l’Australia +0,31%, Taiwan +1,51%, la Corea del Sud Kospi +5,04%, l’indice Indiano Sensex +1,04%. Il nostro FTSEMib -0,33%, Dax chiuso -0,96%, Ftse100 -0,94%, Cac40 -0,06%, Zurigo -1,57%. Lo S&P500 -1,36%, il Nasdaq -1,46%, il Russell2000 -1,58%. L’oro ha chiuso a 4.896,20 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 95,46$ per il wti e 107,38$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 51,700. Lo spread BTP/BUND 75,680. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 25,09%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,61%, China A50 -0,90%, Hang Seng -1,98%, il Nikkei -3,57%, l’Australia -1,65%, Taiwan +1,51%, la Corea del Sud Kospi -2,73%, l’indice Indiano Sensex -2,26%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.789,00 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 96,33$ per il greggio e 113,17$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 70.656 e l’Ethereum 2.184.
Buona giornata.


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