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Pillole di Mercato

(12° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Albert Einstein: “Ognuno è un genio. Ma se giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”

 

Disciplina e consapevolezza. Un’altra settimana ci ha ricordato quanto queste due qualità siano essenziali per un investitore. La consapevolezza è un’arma, non perché dia certezze, ma perché toglie illusioni. Ti costringe a restare lucido quando gli altri reagiscono di pancia. La disciplina, invece, è il suo braccio operativo: significa avere un processo e seguirlo anche quando farlo è scomodo, perché nei mercati non ti salva l’opinione giusta, ma il comportamento giusto ripetuto nel tempo. E in una settimana come questa, la lucidità ha fatto tutta la differenza. Sulla carta doveva essere una normale settimana macro, con inflazione dell’Eurozona, PMI, dati su servizi e manifattura, e poi il classico appuntamento che sposta umori e aspettative: il mercato del lavoro americano. In mezzo, però, tutto è stato travolto da qualcosa di più grande e più sporco: l’escalation in Medio Oriente, le solite dichiarazioni ambigue di Trump, la sensazione crescente che il mercato non stia più prezzando solo ciò che è successo ieri, ma il tipo di mondo che potrebbe trovarsi davanti domani. Ed è proprio qui il punto: quando cambia il mondo che il mercato inizia a scontare, cambiano anche le regole del portafoglio. Il petrolio è salito con una velocità che non lascia molto spazio alle interpretazioni. La volatilità è tornata a farsi sentire, il VIX (volatilità) si è riportato in area 25, e in pochissimo tempo siamo passati da un mercato costruito sull’idea che “alla fine tutto si sistema” a un mercato che inizia a fare i conti con uno scenario più scomodo: inflazione che torna a mordere e crescita che inizia a perdere slancio. Eppure, paradossalmente, la cosa che colpisce di più è la tenuta dell’azionario. Perché, guardando ai grafici, alle opzioni e alla volatilità implicita, non siamo di fronte a un mercato in crash. Non c’è il panico da cigno nero pieno. C’è tensione, sì, ma non capitolazione. Tradotto in modo semplice: il mercato non è tranquillo, ma non sta nemmeno urlando “fine del mondo”. O gli investitori più grandi si stavano già preparando da tempo a uno scenario del genere, accumulando protezione in anticipo, oppure il mercato continua a pensare che questo conflitto possa non durare ancora così a lungo e che il petrolio, a un certo punto, possa rientrare. Probabilmente c’è un po’ di entrambe le cose. E’ un po' come funziona una polizza assicurativa. Quando i premi salgono, significa che la domanda di protezione aumenta. Non ti dice che il peggio accadrà, ma ti dice che il mercato sta pagando per non farsi trovare scoperto. E oggi quel prezzo è alto, ma non fuori controllo. Questo rende più difficile immaginare un crollo improvviso e disordinato; resta invece aperta l’ipotesi di un mercato che possa scendere in modo più graduale e selettivo, più simile a un 2022 che a uno shock improvviso stile marzo 2020. Ma il cuore della lettura, oggi, non è perdersi in ogni singolo dato macro. Il cuore è capire cosa sta davvero muovendo il mercato. E in questa fase il motore principale è il petrolio. Da qui parte tutto. E da qui si capisce anche una cosa fondamentale: Stati Uniti, Europa e Giappone non sono esposti allo stesso modo a un conflitto che si prolunga e a un petrolio che resta alto. E questa differenza si vede già nei prezzi. Guardando il confronto tra le tre grandi aree, emerge un fatto interessante: gli Stati Uniti, che sulla carta sembrerebbero i più coinvolti, sono quelli che stanno soffrendo meno. L’Europa mostra più fragilità. Il Giappone, che in apparenza dovrebbe essere il più neutrale, è invece quello che rischia di soffrire di più. Tutto questo si può tradurre in una sola parola: prezzi. O meglio, il modo in cui i prezzi dell’energia entrano nelle diverse economie e poi si riflettono sulle banche centrali, sui tassi e sugli asset finanziari. Partiamo dagli Stati Uniti. Qui il tema vero non è restare senza petrolio o gas. Il tema vero è la Fed. Gli Stati Uniti sono molto meno vulnerabili sul lato fisico dello shock energetico: circa il 70% della domanda interna è coperta dalla produzione domestica, soprattutto shale, e da Hormuz passa solo una quota molto piccola delle importazioni. In altre parole, non siamo davanti a un Paese che rischia un buco immediato di offerta. Il problema è un altro: come arriva l’economia americana a questo shock, e che effetto può avere sul percorso dei tassi. Negli ultimi mesi la crescita ha perso un po’ di slancio, ma il quadro del 2025 è rimasto comunque resiliente. I consumi tengono, i nuovi ordini pure, e i dati di ISM e PMI continuano a raccontare un’economia che rallenta ma non crolla. Anche il PIL del quarto trimestre, rivisto allo 0,7%, conferma proprio questo: meno brillantezza, ma nessun cedimento strutturale. Lo stesso discorso vale per il mercato del lavoro, che si è raffreddato ma senza entrare in crisi. Il problema vero è l’inflazione. Il core PCE continua a muoversi a +0,4% mese su mese e +3,1% anno su anno. Sono numeri ancora troppo alti per permettere alla Fed di sentirsi davvero libera. Quindi il quadro americano è questo: crescita che tiene, mercato del lavoro che scricchiola ma senza rompersi, inflazione ancora appiccicosa e, sopra tutto questo, petrolio a 100 dollari. È la combinazione perfetta per sporcare il percorso della disinflazione proprio mentre il mercato sperava ancora in una banca centrale più morbida. Ed è qui che tutti i puntini si collegano. Uno scenario del genere spinge gli Stati Uniti verso una forma di stagflazione leggera: crescita non brillante e inflazione che può restare alta, o addirittura risalire. Per la Fed è una trappola. E per il mercato pure. Oggi vengono prezzati appena 20 basis points di allentamento per quest’anno, cioè nemmeno un taglio pieno. Prima che la situazione su Hormuz peggiorasse, il mercato ne prezzava circa 75. Il messaggio è limpido: il petrolio alto sta togliendo spazio ai tagli e sta rimettendo pressione a tutte le asset class che vivevano dell’idea di una Fed più morbida. Non a caso il Treasury decennale è tornato sopra il 4,2%, il dollaro si è rafforzato e l’oro ha perso smalto. È il mercato che dice: la Fed non è libera come speravo. Passiamo all’Europa. Qui il problema non è solo l’inflazione. Il problema è che un eventuale nuovo rialzo dei prezzi dell’energia colpisce un’economia che parte già più debole di quella americana. Questa è la differenza chiave. Negli Stati Uniti lo shock energetico si trasmette soprattutto attraverso la politica monetaria e i tassi. In Europa, invece, il rischio è più diretto: energia più cara che si somma a una crescita fiacca, a una manifattura fragile e a consumi meno robusti. L’Unione Europea non vive soltanto delle rotte energetiche che passano per Hormuz, ma resta comunque esposta: una quota rilevante del petrolio importato e una parte del GNL transitano da lì. Questo basta per spiegare perché, in caso di tensioni prolungate, il contraccolpo sui prezzi si faccia sentire anche qui. E infatti il TTF del gas è già salito in modo sensibile in pochi giorni. In Europa il gas non è una commodity qualsiasi: entra nei costi industriali, nella bolletta delle imprese, nei trasporti e, alla fine, nel potere d’acquisto delle famiglie. E qui sta la vulnerabilità maggiore. Uno shock energetico, anche senza trasformarsi in un disastro, arriva su un’economia che ha poco margine. È come camminare con una caviglia già dolorante: magari continui a stare in piedi, ma basta poco per peggiorare il passo. Anche la BCE, in questo contesto, non è così libera come qualcuno potrebbe immaginare. I tagli si sono già fermati da tempo, e questo da solo ci dice che Francoforte non si sente affatto dentro uno scenario tranquillo. Il rischio qui è il mix peggiore: energia più cara, inflazione che può tornare a salire e crescita già debole. Negli Stati Uniti il nodo è soprattutto monetario; in Europa è molto più economico e strutturale. E poi c’è il Giappone, il caso più delicato di tutti. Se devo scegliere l’area che rischia di sentire questo shock nel modo più diretto, è proprio il Giappone. Il motivo è semplice: la dipendenza dal Medio Oriente è enorme. Quasi tutto il petrolio importato arriva da lì, e una parte molto ampia passa proprio da Hormuz. Anche sul gas la dipendenza, pur minore, resta significativa. Questo significa che per Tokyo il problema non è teorico né lontano: è un problema che tocca una parte essenziale dell’approvvigionamento energetico del Paese. Ma non è solo una questione energetica. È il contesto in cui questo shock si inserisce a rendere tutto più delicato. L’economia giapponese non sta accelerando con forza; prova a rialzare la testa, ma lo fa senza grande slancio. In più lo yen è debole, e questo rende l’energia importata ancora più costosa. È come dover fare rifornimento con una moneta che vale meno: anche se il prezzo internazionale non cambiasse, per te il conto diventerebbe comunque più pesante. Poi c’è la Bank of Japan. Il Giappone non è più nel vecchio mondo dei tassi a zero eterni. Il tasso ufficiale è risalito e i rendimenti dei titoli di Stato sono su livelli che, per il Giappone, non sono affatto banali. Per anni il Paese ha vissuto in un sistema di denaro quasi gratuito; ora sta cercando di uscirne lentamente. Ma se si aggiunge altra inflazione importata dall’energia, la BoJ rischia di trovarsi costretta a essere più restrittiva proprio mentre l’economia non è abbastanza forte da desiderarlo. Qui entra anche il tema del carry trade. Se i rendimenti giapponesi continuano a salire, una parte dei capitali che per anni è uscita dal Giappone in cerca di rendimento potrebbe iniziare a tornare indietro. E se quei capitali rientrassero, potrebbero farlo liquidando anche asset esteri, Treasury americani inclusi. Questo significa che la pressione non resterebbe confinata in Giappone, ma potrebbe trasmettersi anche al mercato obbligazionario statunitense, contribuendo a tenere alti i rendimenti USA più a lungo. Ed è proprio questo che rende il Giappone il caso più sensibile: non subisce solo energia cara, ma energia cara dentro un sistema che era già teso tra yen debole, tassi in salita e un equilibrio finanziario molto fragile. Se vogliamo ricapitolare in modo semplice, negli Stati Uniti il problema è meno fisico e più finanziario: il petrolio alto pesa soprattutto perché toglie spazio ai tagli della Fed. In Europa il problema è più economico e diretto: energia cara che arriva su una crescita già debole. In Giappone il problema è energetico e finanziario insieme: il rincaro dell’energia si innesta in un sistema già delicato, con rischi che possono estendersi anche ai mercati globali attraverso rendimenti e flussi di capitale. Per un investitore, quindi, la chiave non è inseguire il titolo sulla guerra. La chiave è capire quanto durerà lo shock energetico e attraverso quale canale entrerà nelle economie e nei mercati. Se il petrolio rientra in fretta, una parte del premio al rischio può sgonfiarsi. Se invece resta alto abbastanza a lungo, il quadro cambia davvero e prende forma un regime diverso, più vicino alla stagflazione che a un normale rallentamento ciclico. Ed è qui che il mercato Forex diventa particolarmente interessante. Perché se fino a poche settimane fa il mercato si aspettava molti più tagli negli Stati Uniti e oggi ha dovuto ricalibrarsi in modo pesante, allora è naturale vedere un dollaro che si rafforza. E infatti è esattamente ciò che stiamo già osservando: quando i tassi restano più alti del previsto e l’energia rimette pressione all’inflazione, la valuta americana torna a beneficiare del differenziale di politica monetaria e della ricerca di protezione. Il punto più importante da portarsi a casa da questa settimana è che i mercati non stanno semplicemente reagendo a una guerra. Stanno iniziando a prezzare un regime economico diverso, più scomodo, in cui crescita e inflazione smettono di collaborare e iniziano a muoversi in direzioni meno favorevoli per gli asset di rischio. In fasi come queste non basta avere una view, serve avere metodo. Perché quando il rumore aumenta, la differenza non la fa chi urla più forte, ma chi riesce a leggere i prezzi con disciplina e consapevolezza. E oggi i prezzi stanno dicendo una cosa molto chiara: il vero tema non è il conflitto in sé, ma la durata dello shock energetico e il modo in cui questo shock sta restringendo lo spazio di manovra delle banche centrali. È da lì che passa il prossimo pezzo di mercato. La settimana del 16 marzo si preannuncia particolarmente intensa sul fronte macroeconomico e delle Banche centrali, con numerosi dati e decisioni di politica monetaria che potrebbero influenzare l’andamento dei mercati finanziari. Lunedì l’attenzione sarà rivolta soprattutto alla Cina, dove verranno pubblicati diversi indicatori chiave relativi a febbraio, tra cui produzione industriale, vendite al dettaglio e tasso di disoccupazione. Nel pomeriggio, dagli Stati Uniti arriveranno invece l’indice manifatturiero Empire State della Fed di New York e i dati sulla produzione industriale, utili per monitorare il ritmo dell’attività economica nel settore manifatturiero. Martedì i riflettori si sposteranno sull’Australia con la riunione della Banca centrale (RBA), mentre in Europa saranno osservati con attenzione i dati sull’inflazione italiana e soprattutto gli indici ZEW di Germania ed Eurozona, indicatori anticipatori del sentiment degli investitori istituzionali. Negli Stati Uniti verranno pubblicati diversi indicatori relativi al mercato immobiliare e alla fiducia delle imprese del settore edilizio. Il momento centrale della settimana sarà mercoledì, quando verrà pubblicata l’inflazione dell’Eurozona e, soprattutto, quando negli Stati Uniti si terrà la riunione della Federal Reserve. La decisione sui tassi e le indicazioni che emergeranno dalla conferenza stampa del presidente Jerome Powell saranno attentamente analizzate dagli operatori per cogliere segnali sulla futura traiettoria della politica monetaria. In giornata sono attesi anche i prezzi alla produzione USA. Giovedì sarà la giornata più densa dell’intera settimana, con numerosi appuntamenti macroeconomici e ben tre riunioni di Banche centrali. In Asia si terrà la riunione della Bank of Japan, mentre in Europa sarà il turno della BCE e Bank of England. Le decisioni sui tassi e le parole della presidente Christine Lagarde durante la conferenza stampa saranno cruciali per comprendere l’orientamento della politica monetaria dell’area euro nei prossimi mesi. Dagli Stati Uniti arriveranno anche i consueti dati sulle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e nuovi indicatori sull’attività manifatturiera e sul mercato immobiliare. La settimana si concluderà venerdì con la riunione della Banca centrale cinese (PBoC) e con alcuni dati europei rilevanti, tra cui i prezzi alla produzione tedeschi e le bilance commerciali di Italia ed Eurozona.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,62%, China A50 +0,21%, Hang Seng -0,78%, il Nikkei -1,22%, l’Australia -0,14%, Taiwan -0,54%, la Corea del Sud Kospi -1,69%, l’indice Indiano Sensex -0,91%. Il nostro FTSEMib -0,31%, Dax chiuso -0,60%, Ftse100 -0,43%, Cac40 -0,91%, Zurigo -0,02%. Lo S&P500 -0,61%, il Nasdaq -0,93%, il Russell2000 -0,36%. L’oro ha chiuso a 5.061,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 98,71$ per il wti e 103,14$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 50,115. Lo spread BTP/BUND 81,800. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 27,19%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,52%, China A50 +0,57%, Hang Seng +1,30%, il Nikkei -0,22%, l’Australia -0,39%, Taiwan -0,17%, la Corea del Sud Kospi +1,19%, l’indice Indiano Sensex +0,14%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.019,76 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 97,04$ per il greggio e 104,13$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 73.840 e l’Ethereum 2.264.

 

Buona giornata e buona settimana.


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