Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 2 giorni fa
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(11° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Flavio Briatore: “Se vuoi avere successo devi circondarti di persone più brave di te”
I mercati asiatici hanno chiuso in calo mentre gli investitori hanno preferito muoversi con grande prudenza in vista del weekend, ancora condizionati dai rischi legati al conflitto con l’Iran. Nel frattempo, lo yen giapponese è scivolato ai livelli più deboli da luglio 2024, segnale di quanto il recente balzo dei prezzi del petrolio stia tornando a pesare sulle aspettative d’inflazione e, più in generale, sulla lettura macro dei mercati. L’indice di riferimento dell’azionario asiatico ha esteso le perdite nel corso della seduta, arrivando a cedere fino all’1,2%. Anche i future sull’azionario americano hanno progressivamente ridotto i rialzi iniziali, con i contratti sull’S&P 500 tornati a guadagnare solo lo 0,2%, dopo che il listino statunitense aveva perso l’1,5% nella seduta precedente, scivolando sui livelli più bassi dallo scorso novembre. Sul fronte energetico il Brent è rimasto sostanzialmente stabile, poco sopra i 100 dollari al barile, dopo il forte rialzo del 9,2% registrato giovedì. La volatilità continua quindi a dominare la scena. Gli investitori stanno cercando di capire quanto possano essere efficaci i tentativi dell’amministrazione americana di contenere i prezzi dell’energia, mentre dal fronte politico continuano ad arrivare dichiarazioni aggressive sia da parte del presidente Donald Trump sia da parte della nuova guida suprema iraniana. In un primo momento i mercati avevano provato a recuperare parte delle perdite dopo che gli Stati Uniti avevano concesso una seconda deroga temporanea che consente alcuni acquisti di petrolio russo, misura pensata per alleggerire almeno nel breve le tensioni sull’offerta. Questa nuova deroga riguarda greggio caricato sulle navi prima del 12 marzo ed è più ampia rispetto alla precedente, che aveva di fatto aperto soprattutto all’India la possibilità di aumentare gli acquisti di petrolio russo. In parallelo, l’amministrazione statunitense starebbe anche valutando la sospensione temporanea di una vecchia normativa marittima che impone l’utilizzo di navi americane per il trasporto di merci tra porti degli Stati Uniti. Eppure, nonostante queste mosse, il mercato non sembra considerarle risolutive. Il giudizio prevalente è che il provvedimento possa forse alleviare un po’ le tensioni di breve periodo, ma non sia sufficiente a cambiare davvero il quadro. Il punto centrale resta infatti sempre lo stesso: il conflitto con l’Iran continua a minacciare l’offerta energetica globale, soprattutto finché Teheran insisterà nel voler mantenere di fatto chiuso o fortemente limitato lo Stretto di Hormuz. Ed è proprio questo il tema che tiene in allerta gli investitori. Il timore è che il prezzo del petrolio possa continuare a salire se i flussi attraverso Hormuz dovessero restare compressi ancora a lungo. Goldman Sachs ha avvertito che, in uno scenario di blocco prolungato fino a marzo, le quotazioni potrebbero addirittura superare i picchi del 2008, quando il Brent arrivò in area 147,50 dollari. Anche l’International Energy Agency ha riconosciuto che la guerra con l’Iran sta provocando uno sconvolgimento senza precedenti sul mercato petrolifero, colpendo circa il 7,5% dell’offerta mondiale e una quota ancora più ampia delle esportazioni. Da qui nasce la prudenza che si è vista sui listini: con il Brent sopra i 100 dollari al barile, molti operatori preferiscono non aumentare il rischio in portafoglio prima di capire se nel fine settimana arriveranno segnali di distensione oppure nuove escalation. Il mercato, in sostanza, sta progressivamente allungando il proprio orizzonte sul conflitto: non lo considera più solo come uno shock improvviso ma potenzialmente riassorbibile in pochi giorni, bensì come un evento che potrebbe produrre effetti più duraturi su inflazione, consumi e crescita. Questo cambio di percezione si riflette chiaramente anche sulle valute. Lo yen si è indebolito ulteriormente, avvicinandosi a livelli che in passato avevano spinto le autorità giapponesi a valutare interventi di sostegno. Tuttavia, molti strategist ritengono che la soglia per un’azione concreta resti elevata, perché la forza del dollaro, in questo momento, è sostenuta da fattori macro piuttosto solidi: da un lato il conflitto in Iran, che rafforza la domanda di valuta americana, dall’altro dati statunitensi ancora resilienti. Infatti, il dollaro ha guadagnato ancora leggermente, portandosi sui massimi da quasi due mesi, mentre i Treasury hanno mantenuto un tono debole dopo il sell-off della seduta precedente. I rendimenti dei titoli di Stato americani sono saliti proprio perché il mercato teme che l’inflazione possa tornare a correre. Il biennale statunitense è salito al 3,74%, mentre il decennale è arrivato al 4,26%. La volatilità sul mercato obbligazionario è ai massimi da nove mesi, segno che la guerra con l’Iran ha completamente cambiato il modo in cui gli investitori stanno leggendo il percorso futuro della Federal Reserve. Prima dello scoppio del conflitto, a fine febbraio, il mercato scontava circa 61 punti base di tagli dei tassi entro fine anno. Oggi quella stima è crollata sotto i 20 punti base. In altre parole, gli operatori stanno rapidamente abbandonando l’idea di una Fed pronta ad allentare con decisione la politica monetaria. E mentre la banca centrale americana è ampiamente attesa lasciare i tassi invariati nella prossima riunione, tutta l’attenzione si sposterà sul tono del messaggio e su eventuali revisioni delle prospettive, proprio mentre Trump continua a chiedere pubblicamente tassi più bassi. Il punto è che l’inflazione sta tornando a essere percepita come un rischio serio. E in questa lettura la durata del conflitto è la variabile decisiva. Più a lungo resteranno sotto pressione i prezzi dell’energia, più il danno si trasmetterà all’economia reale e più sarà difficile, per la Fed, tornare a una linea accomodante. Non a caso molti gestori stanno aumentando l’esposizione al dollaro proprio come strumento di copertura. Anche sul fronte societario non sono mancati segnali di stress. Honda ha registrato la peggiore seduta da quasi un anno dopo aver avvertito il mercato che potrebbe dover contabilizzare fino a 2,5 trilioni di yen di oneri, arrivando addirittura a una perdita annua record. Adobe ha annunciato l’uscita del suo amministratore delegato, mossa che il mercato ha letto come l’ennesimo segnale delle difficoltà di adattamento di alcune big del software all’era dell’intelligenza artificiale. Blue Owl ha dovuto difendere una maxi-cessione di prestiti da 1,4 miliardi di dollari, mentre continuano ad aumentare i dubbi sul comparto del private credit. PayPay, al contrario, ha brillato nel suo debutto di borsa negli Stati Uniti, salendo del 14%. In Europa il quadro è rimasto debole. Lo Stoxx 600 ha chiuso in ribasso di circa lo 0,7%, con una performance interna molto eterogenea. I settori chimici e utilities hanno tenuto meglio, mentre le banche hanno sofferto, anche per i timori sulla loro esposizione diretta o indiretta al Medio Oriente. Le quotazioni del petrolio sono rimaste al centro dell’attenzione anche sul continente: nonostante il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche deciso dall’IEA, il mercato continua a dubitare che questa misura sia sufficiente a compensare uno shock globale dell’offerta. Il fatto che il Brent sia comunque rimasto vicino ai 100 dollari e il WTI ben sopra i 95 racconta bene la diffidenza degli operatori. Il messaggio di fondo è chiaro: le riserve possono tamponare, ma non risolvono un’interruzione strutturale dei flussi. E infatti il mercato continua a comportarsi come se il problema energetico non fosse affatto chiuso. Nel frattempo, sullo sfondo restano anche altri elementi di incertezza. L’amministrazione Trump ha avviato nuove indagini commerciali contro l’Unione Europea e oltre una dozzina di altre economie, aprendo la strada a possibili nuovi dazi. Anche questo contribuisce a mantenere alta la tensione, perché aggiunge un’ulteriore fonte di rischio in un contesto già molto fragile. Nel complesso, i mercati stanno dicendo una cosa molto semplice ma molto importante: il problema non è soltanto il prezzo del petrolio di oggi, ma la possibilità che resti alto abbastanza a lungo da modificare il quadro macroeconomico. Ed è proprio qui che il ragionamento si fa più delicato. Se l’energia continua a costare così tanto, il rischio è di vedere una crescita più debole e un’inflazione più ostinata. Non è ancora uno scenario da crisi conclamata, ma è certamente un contesto molto meno favorevole per gli asset rischiosi rispetto a quello che il mercato si immaginava solo poche settimane fa. Ed è per questo che il clima resta così nervoso: non stiamo assistendo a una semplice correzione emotiva, ma a una progressiva riscrittura delle aspettative su inflazione, tassi e crescita globale. I market movers di oggi sono: richieste dei sussidi alla disoccupazione e permessi per le costruzioni rilasciati negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,15%, China A50 -0,43%, Hang Seng -1,09%, il Nikkei -1,26%, l’Australia -1,31%, Taiwan -1,56%, la Corea del Sud Kospi -0,76%, l’indice Indiano Sensex -0,72%. Il nostro FTSEMib -0,71%, Dax chiuso -0,21%, Ftse100 -0,47%, Cac40 -0,71%, Zurigo -0,90%. Lo S&P500 -1,52%, il Nasdaq -1,78%, il Russell2000 -2,12%. L’oro ha chiuso a 5.125,80 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 95,73$ per il wti e 100,46$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 50,350. Lo spread BTP/BUND 79,920. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 27,29%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,62%, China A50 +0,21%, Hang Seng -0,78%, il Nikkei -1,22%, l’Australia -0,14%, Taiwan -0,54%, la Corea del Sud Kospi -1,69%, l’indice Indiano Sensex -0,91%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.105,64 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 95,12$ per il greggio e 100,23$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 71.383 e l’Ethereum 2.105.
Buona giornata e buon fine settimana.


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