Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 12 minuti fa
- Tempo di lettura: 5 min
(11° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Daniel Pennac: “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”
I mercati azionari globali hanno registrato un nuovo calo mentre il petrolio è tornato a salire dopo l’attacco a diverse petroliere nelle acque irachene, episodio che ha riacceso i timori sulla sicurezza delle infrastrutture energetiche in Medio Oriente e sulla possibilità di un’ulteriore escalation del conflitto. I future sugli indici statunitensi, in particolare l’S&P 500 e il Nasdaq 100, hanno perso circa l’1%, mentre un indicatore delle borse asiatiche è sceso dell’1,6%. Anche l’apertura dei mercati europei si preannuncia negativa, con i future in calo dello 0,8%. Parallelamente il petrolio ha ripreso la sua corsa: il Brent Crude è tornato sopra i 100 dollari al barile dopo che l’attacco alle petroliere ha spinto l’Iraq a sospendere le operazioni nei suoi porti petroliferi, mentre l’Oman ha evacuato tutte le navi da un importante terminal di esportazione come misura precauzionale. Il settore energetico resta quindi il principale punto di attenzione per gli investitori. Il nuovo rialzo del petrolio segnala che i timori di una guerra più lunga e di interruzioni dell’offerta stanno superando l’effetto calmante prodotto dal più grande rilascio di riserve petrolifere di emergenza mai organizzato dai paesi industrializzati. Nel frattempo, anche alcuni raffinatori cinesi hanno iniziato a cancellare spedizioni di carburanti raffinati, tra cui benzina e diesel, segnale ulteriore della crescente tensione sul mercato energetico globale. Secondo diversi strategist il problema non riguarda più soltanto la disponibilità di petrolio, ma anche la sicurezza delle rotte energetiche. Gli attacchi alle infrastrutture portuali e alle attività di carico stanno rendendo il trasporto di greggio più incerto e costoso, aumentando il cosiddetto “premio geopolitico” incorporato nei prezzi. Il conflitto con l’Iran è ormai entrato nella seconda settimana e lo Strait of Hormuz, attraverso cui normalmente passa circa un quinto del petrolio mondiale, rimane di fatto chiuso o fortemente limitato. Alcuni analisti ritengono che, se la crisi dovesse protrarsi per mesi, il petrolio potrebbe arrivare anche a 150 dollari al barile a causa di possibili carenze fisiche di offerta. Le conseguenze di un simile scenario sarebbero significative anche per l’economia globale. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, un aumento del 10% dei prezzi energetici mantenuto per un anno potrebbe far salire l’inflazione globale di circa 40 punti base e ridurre la crescita economica tra lo 0,1% e lo 0,2%. Per cercare di contenere la crisi energetica, gli Stati Uniti e i paesi membri dell’International Energy Agency hanno annunciato un piano straordinario per immettere sul mercato fino a 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche. Gli Stati Uniti da soli intendono rilasciare circa 172 milioni di barili, mentre l’amministrazione del presidente Donald Trump ha dichiarato che la misura servirà ad attenuare le pressioni sui prezzi energetici mentre prosegue la campagna militare contro l’Iran. Tuttavia, molti osservatori sottolineano che l’utilizzo delle riserve strategiche può offrire soltanto un sollievo temporaneo. Le scorte non sono infinite e l’aumento dei costi energetici rischia di propagarsi lungo tutta la catena produttiva, facendo salire i prezzi di numerosi input industriali, dai fertilizzanti ai materiali utilizzati nell’elettronica e nei semiconduttori. In questo contesto anche altri segmenti dei mercati finanziari stanno mostrando segnali di tensione. Il settore del credito privato, ad esempio, è sotto pressione dopo che alcune grandi istituzioni finanziarie hanno limitato i rimborsi dai fondi dedicati a questa asset class a causa dell’aumento delle richieste di riscatto e delle preoccupazioni sulla qualità dei prestiti. Nel frattempo, i mercati obbligazionari riflettono la crescente incertezza sul fronte inflazionistico. Nonostante i dati recenti mostrino un rallentamento dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, l’aumento dei costi energetici legato alla guerra rischia di complicare il percorso della Federal Reserve sui tassi di interesse. Gli operatori ora prevedono un solo taglio dei tassi nel corso dell’anno. Sul fronte valutario il dollaro ha registrato un moderato rafforzamento, mentre lo yen giapponese si è avvicinato ai livelli più deboli dell’anno. Anche le criptovalute hanno mostrato segni di debolezza in un contesto di crescente avversione al rischio. Le borse europee hanno chiuso la giornata in calo, con lo Stoxx Europe 600 in ribasso dello 0,8%. Il calo dei listini riflette la combinazione di tensioni geopolitiche e timori di un nuovo shock energetico, fattori che potrebbero rallentare la crescita economica e rendere più difficile il lavoro delle banche centrali nel riportare l’inflazione sotto controllo. Il quadro che emerge dai mercati è quello di un equilibrio estremamente fragile. Ogni nuova notizia proveniente dal Medio Oriente è sufficiente a cambiare rapidamente la direzione dei prezzi, soprattutto nel mercato dell’energia. Il petrolio è diventato il vero termometro della crisi: finché lo Stretto di Hormuz resterà parzialmente chiuso e le infrastrutture energetiche continueranno a essere minacciate, il premio geopolitico resterà incorporato nei prezzi. Questo significa che il rischio non riguarda soltanto il costo del carburante, ma l’intero sistema economico globale, perché l’energia è un input fondamentale per quasi tutte le attività produttive. Se il conflitto dovesse prolungarsi, l’effetto potrebbe essere un mix di crescita più lenta e inflazione più persistente - uno scenario che i mercati stanno iniziando a considerare con crescente attenzione. Per questo, più che i movimenti giornalieri delle borse, la variabile davvero decisiva nelle prossime settimane sarà la durata della crisi energetica e la capacità delle principali economie di stabilizzare le rotte energetiche globali. I market movers di oggi sono: richieste dei sussidi alla disoccupazione e permessi per le costruzioni rilasciati negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,25%, China A50 +1,09%, Hang Seng -0,02%, il Nikkei +1,24%, l’Australia +0,59%, Taiwan +4,10%, la Corea del Sud Kospi +1,53%, l’indice Indiano Sensex -1,17%. Il nostro FTSEMib -0,95%, Dax chiuso -1,37%, Ftse100 -0,56%, Cac40 -0,19%, Zurigo -1,09%. Lo S&P500 -0,08%, il Nasdaq +0,08%, il Russell2000 -0,17%. L’oro ha chiuso a 5.179,10 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 87,25$ per il wti e 91,98$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 49,125. Lo spread BTP/BUND 72,130. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 24,23%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,15%, China A50 -0,43%, Hang Seng -1,09%, il Nikkei -1,26%, l’Australia -1,31%, Taiwan -1,56%, la Corea del Sud Kospi -0,76%, l’indice Indiano Sensex -0,72%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.155,76 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 93,26$ per il greggio e 98,70$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 69.470 e l’Ethereum 2.028.
Buona giornata.


Commenti