Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 14 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min
(11° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Sergio Marchionne: “Il lavoro più difficile è far funzionare insieme le personalità”
È stata una settimana particolarmente intensa sui mercati finanziari, segnata dall’escalation del conflitto in Iran e dalle inevitabili reazioni degli investitori. In momenti come questi è facile farsi trascinare dall’emotività e dai titoli dei giornali, che spesso trasmettono un messaggio semplice e immediato: vendere e mettersi al riparo. In realtà, quando si osservano i mercati con un approccio più analitico, emerge che il vero tema non è tanto il conflitto in sé, quanto ciò che si muove sotto la superficie dell’economia globale. Il punto centrale di questa settimana è stato infatti il petrolio. Il rialzo del greggio non è nato esclusivamente dalla guerra con l’Iran: il conflitto ha accelerato un movimento che era già iniziato da tempo. Da settimane il mercato stava incorporando un premio geopolitico sui prezzi dell’energia, alimentato da tensioni sull’offerta, dalle difficoltà legate alla cosiddetta shadow fleet utilizzata per aggirare le sanzioni e da un contesto geopolitico sempre più fragile. La guerra ha semplicemente acceso un terreno che era già secco. Con il petrolio che si è avvicinato alla soglia dei 90 dollari, il mercato ha iniziato a interrogarsi non più sullo shock iniziale, ma sulla possibilità che il prezzo dell’energia rimanga elevato abbastanza a lungo da cambiare il quadro macroeconomico. Ed è proprio questo il punto che conta davvero. Se il petrolio resta su livelli elevati per settimane o mesi, il problema smette di essere un episodio geopolitico e diventa un fattore economico concreto: aumentano i costi di trasporto, salgono le spese logistiche, si comprimono i margini delle imprese e tornano a crescere le aspettative di inflazione. In questo contesto il ruolo dello Stretto di Hormuz diventa cruciale. Da questo passaggio strategico transita circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio, pari a oltre 16 milioni di barili al giorno, oltre a una quota significativa delle forniture globali di gas naturale liquefatto. Anche senza una chiusura totale dello stretto, qualsiasi rallentamento o complicazione dei flussi energetici può rendere il sistema meno efficiente e più costoso, generando pressioni sui prezzi lungo tutta la catena economica. Gli effetti di uno shock energetico, tuttavia, non sono identici su entrambe le sponde dell’Atlantico. L’Europa parte da una posizione più delicata: l’inflazione è tornata vicino al 2%, ma questo risultato si inserisce in un’economia che cresce poco e mostra una domanda interna più fragile. Un eventuale aumento persistente dei prezzi dell’energia rischierebbe quindi di colpire un sistema economico già meno dinamico. Negli Stati Uniti, invece, il quadro è diverso. Grazie alla produzione domestica e allo shale oil, l’economia americana è meno esposta al rischio fisico di interruzione delle forniture. Tuttavia il problema si sposta sul piano monetario. L’inflazione rimane ancora sopra il target della Federal Reserve e un petrolio più caro potrebbe mantenerla elevata più a lungo, riducendo lo spazio per un allentamento della politica monetaria. Ed è proprio qui che emerge una delle principali fonti di incertezza per i mercati. Negli Stati Uniti i dati sul lavoro hanno mostrato segnali di debolezza, con payrolls negativi e revisioni al ribasso dei mesi precedenti. Allo stesso tempo, però, i salari continuano a crescere e gli indicatori anticipatori dell’attività economica, come gli indici ISM dei servizi, indicano ancora una certa resilienza dell’economia. In altre parole, il quadro non è abbastanza forte da tranquillizzare i mercati, ma neppure abbastanza debole da giustificare tagli rapidi dei tassi. Per la Fed questa è probabilmente la situazione più complessa: un’economia che rallenta ma non crolla e un’inflazione che potrebbe tornare a salire proprio a causa dei prezzi energetici. Non sorprende quindi che il mercato stia già rivedendo al ribasso le aspettative sui tagli dei tassi. Questo cambiamento di narrativa si riflette chiaramente nel comportamento degli asset finanziari. Il dollaro resta forte, segno che gli investitori si aspettano tassi statunitensi elevati ancora per qualche tempo. I rendimenti obbligazionari sono tornati sopra il 4%, mentre l’oro, pur mantenendo una certa forza, non sta registrando quell’impennata tipica delle grandi crisi geopolitiche. Il motivo è semplice: rendimenti più alti e un dollaro forte aumentano il costo opportunità di detenere oro, limitandone la corsa. Il messaggio dei mercati è quindi più complesso di quanto possa sembrare a una prima lettura. Non stanno reagendo soltanto alla guerra. Stanno cercando di capire se l’aumento del petrolio possa trasformarsi in un fattore capace di cambiare davvero le condizioni finanziarie globali. In definitiva, ciò che sta emergendo dai mercati è un quadro meno lineare di quello raccontato dalle notizie quotidiane. Non siamo di fronte semplicemente a una fase di tensione geopolitica, ma a un possibile cambio di regime economico. Se il petrolio resterà elevato abbastanza a lungo, potrà alimentare un contesto di crescita più lenta e inflazione più persistente - quella che molti economisti definiscono una forma di “stagflazione leggera”. Non significa necessariamente entrare in una crisi, ma implica mercati più selettivi, condizioni finanziarie meno accomodanti e banche centrali con meno libertà di manovra. Ed è proprio per questo che, in momenti come questi, diventa fondamentale guardare oltre i titoli del giorno e concentrarsi sui numeri e sulle dinamiche di fondo: perché nei mercati finanziari non è quasi mai l’evento in sé a fare la differenza, ma la sua durata e il modo in cui riesce a trasformarsi in un cambiamento economico più profondo. La settimana del 9 marzo si apre con un primo importante focus sull’economia cinese: i dati su inflazione e prezzi alla produzione offriranno indicazioni sullo stato della domanda interna e sulle pressioni deflazionistiche ancora presenti nel sistema industriale. In Europa, la produzione industriale tedesca sarà osservata con attenzione per valutare la solidità del motore manifatturiero dell’area, mentre negli Stati Uniti le aspettative di inflazione della Fed di New York contribuiranno a orientare le prospettive di politica monetaria. Martedì l’attenzione si distribuirà tra Asia, Europa e Stati Uniti. Il PIL giapponese e la bilancia commerciale cinese aiuteranno a delineare il quadro macro della regione, mentre in Europa saranno rilevanti le bilance commerciali di Germania e Francia e i prezzi alla produzione italiani. Negli USA, verranno diffusi il rapporto NFIB (fiducia piccole e medie aziende) e i dati sul mercato immobiliare. Il momento centrale della settimana arriverà mercoledì con la pubblicazione dell’inflazione statunitense di febbraio, dato chiave per valutare il ritmo di discesa dei prezzi e le possibili implicazioni sulle future mosse della Federal Reserve. Parallelamente, i dati sulle scorte di greggio contribuiranno a monitorare l’evoluzione del mercato energetico. Giovedì l’attenzione resterà sugli Stati Uniti, con un pacchetto di dati sul settore immobiliare e sul mercato del lavoro, con le nuove richieste di sussidi di disoccupazione. Venerdì la settimana si chiuderà con un flusso intenso di indicatori europei, tra cui la produzione industriale dell’Eurozona, affiancati da un ricco set di dati USA: PIL, indice PCE, redditi e spesa personale, oltre ai posti vacanti JOLTS e alla fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,32%, China A50 +0,13%, Hang Seng +1,66%, il Nikkei +0,55%, l’Australia -1,00%, Taiwan -0,22%, la Corea del Sud Kospi +0,11%, l’indice Indiano Sensex -0,64%. Il nostro FTSEMib -1,02%, Dax chiuso -0,94%, Ftse100 -1,24%, Cac40 -0,65%, Zurigo -1,52%. Lo S&P500 -1,33%, il Nasdaq -1,59%, il Russell2000 -2,33%. L’oro ha chiuso a 5.158,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 90,90$ per il wti e 92,69$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 53,385. Lo spread BTP/BUND 77,320. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 29,49%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,54%, China A50 -0,75%, Hang Seng -1,74%, il Nikkei -5,08%, l’Australia -2,85%, Taiwan -4,43%, la Corea del Sud Kospi -6,81%, l’indice Indiano Sensex -2,42%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.129,10 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 102,80$ per il greggio e 106,33$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 67.648 e l’Ethereum 2.004.
Buona giornata e buona settimana.



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