Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 2 ore fa
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(10° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Hardy Greaves: “Il golf è un gioco che non può essere vinto, ma solo giocato. Così io gioco e continuo a giocare. Gioco per i momenti che devono ancora venire, cercando il mio posto in campo”
Le borse asiatiche hanno registrato il peggior crollo da quasi un anno, con vendite violente guidate dalla Corea del Sud, dove il mercato è arrivato a perdere livelli che non si vedevano dalla crisi finanziaria globale del 2008. L’escalation della guerra con l’Iran e il forte rialzo del petrolio stanno provocando un’uscita rapida di capitali da alcuni dei mercati che fino a poche settimane fa erano tra i più performanti al mondo. L’MSCI Asia Pacific Index è arrivato a perdere fino al 4,5%, mentre il Kospi sudcoreano è precipitato fino al 12% tra vere e proprie condizioni di panico sui desk di trading. Solo pochi giorni prima il Kospi era considerato uno dei simboli del boom legato all’intelligenza artificiale. Anche altri mercati della regione hanno sofferto: il Giappone è sceso del 3,7%, Hong Kong del 2,6%, l’India del 2% e Dubai ha perso circa il 4,7% alla riapertura delle contrattazioni. Curiosamente, mentre l’Asia ha registrato movimenti molto violenti, i future su Stati Uniti ed Europa indicavano cali più moderati. Questo suggerisce che il cuore della pressione sta colpendo soprattutto le economie più esposte al petrolio e alle catene industriali asiatiche. Il motore di tutto resta l’energia. Con il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran che si sta intensificando, il Brent è salito oltre gli 82 dollari al barile dopo un rally di circa il 12% in due giorni, il più forte dal 2020. Il timore principale riguarda lo Stretto di Hormuz, il corridoio attraverso cui passa una quota enorme del petrolio mondiale. Secondo media iraniani citati da Reuters, un comandante dei Guardiani della Rivoluzione avrebbe dichiarato lo stretto “chiuso” e minacciato di colpire le navi che tentassero di attraversarlo. In parallelo, il dollaro ha registrato il suo rialzo di due giorni più forte da quasi un anno, segno che gli investitori stanno cercando liquidità e protezione nel biglietto verde. L’indice Bloomberg del dollaro è salito ancora dello 0,2%, mentre l’oro ha guadagnato circa l’1,4% spinto dalla domanda di beni rifugio. L’insieme di petrolio in forte rialzo e dollaro forte rappresenta una combinazione particolarmente difficile per le economie asiatiche, che dipendono in larga misura dalle importazioni energetiche dal Medio Oriente. Non a caso anche le valute asiatiche hanno toccato i livelli più deboli da gennaio, seppur con l’intervento della Cina per stabilizzare lo yuan. Un altro elemento interessante riguarda la psicologia del mercato. Negli ultimi anni molti investitori avevano imparato a “comprare il ribasso” durante le fasi di tensione legate alle politiche di Donald Trump. Era nato perfino un acronimo ironico, il cosiddetto TACO trade (“Trump Always Chickens Out”), cioè l’idea che il presidente avrebbe sempre fatto marcia indietro se i mercati fossero scesi troppo. Questa volta, però, il conflitto militare non è percepito come qualcosa che possa essere rapidamente invertito con un tweet o un negoziato. Nel frattempo la guerra continua ad allargarsi nella regione. Israele ha bombardato nuovamente Teheran, mentre l’Iran ha lanciato missili verso Qatar, Bahrein e Oman. Qatar e Iraq hanno sospeso la produzione in alcuni importanti siti energetici. Gli analisti sottolineano che il vero rischio non è il primo shock, ma la dimensione del possibile shock di offerta se infrastrutture energetiche o rotte marittime venissero realmente compromesse. In Europa il clima è rimasto pesante. Lo Stoxx Europe 600 ha perso circa il 3,2%, dopo il calo dell’1,6% del giorno precedente. Tutti i settori hanno venduto: banche -4,3%, assicurazioni -3,6%, utilities -4,4%. Anche i titoli della difesa, che in teoria dovrebbero beneficiare di tensioni geopolitiche, hanno chiuso in calo. Il settore più colpito è stato quello dei viaggi e del turismo. Le chiusure dello spazio aereo in Medio Oriente hanno portato alla cancellazione di migliaia di voli, con forti ribassi per compagnie aeree e operatori turistici. Sul fronte macro europeo, l’inflazione dell’area euro è salita all’1,9% a febbraio, leggermente sopra il mese precedente ma ancora sotto il target del 2% della Banca Centrale Europea. Tuttavia, con il petrolio in forte rialzo, i policymaker stanno osservando con attenzione la possibilità che l’energia torni a spingere i prezzi nei prossimi mesi. Il mercato sta entrando in una fase in cui non reagisce più solo ai dati economici, ma alla combinazione di geopolitica, energia e aspettative di inflazione. Quando petrolio e dollaro salgono insieme, molte economie globali - soprattutto in Asia - diventano più vulnerabili, ed è esattamente quello che stiamo osservando. Il punto cruciale non è tanto la caduta dei mercati di questi giorni, quanto la durata del conflitto. Se la tensione restasse limitata a qualche settimana, il movimento potrebbe rivelarsi un violento ma temporaneo repricing del rischio. Ma se il petrolio restasse stabilmente sopra certi livelli o lo Stretto di Hormuz diventasse davvero un collo di bottiglia operativo, il mercato dovrebbe iniziare a prezzare qualcosa di più serio: un nuovo shock inflazionistico globale proprio mentre la crescita economica sta già rallentando. In questo contesto la volatilità non è un incidente di percorso, ma una componente strutturale del regime di mercato che si sta delineando. I market movers di oggi sono: PIL 4° trimestre in Australia, indice PMI manifatturiero in Cina, indice PMI dei servizi nell’Eurozona, PIL 4° trimestre in Italia, indice PMI e ISM dei servizi negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,06%, China A50 +0,52%, Hang Seng -1,03%, il Nikkei -3,16%, l’Australia -1,34%, Taiwan -2,20%, la Corea del Sud Kospi -6,57%, l’indice Indiano Sensex chiuso per festività. Il nostro FTSEMib -3,92%, Dax chiuso -3,44%, Ftse100 -2,75%, Cac40 -3,46%, Zurigo -3,06%. Lo S&P500 -0,94%, il Nasdaq -1,02%, il Russell2000 -1,79%. L’oro ha chiuso a 5.123,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 74,56$ per il wti e 81,40 per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 53,605. Lo spread BTP/BUND 72,810. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 23,57%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,06%, China A50 -1,85%, Hang Seng -2,73%, il Nikkei -3,60%, l’Australia -1,94%, Taiwan -4,35%, la Corea del Sud Kospi -12,24%, l’indice Indiano Sensex -1,81%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.158,98 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 76,22$ per il greggio e 83,41$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 68.101 e l’Ethereum 1.963.
Buona giornata.


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