Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 2 mar
- Tempo di lettura: 6 min
(10° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
William Shakespeare: “Non rovinare mail tuo presente per un passato che non ha futuro”
È stata una settimana complessa, una di quelle in cui il mercato smette di sentirsi invincibile e torna a pagare la “protezione”. Il premio al rischio resta elevato e questo, più di mille titoli di giornale, ci dice che i prossimi mesi potrebbero continuare a essere turbolenti. Quando l’umore cambia, la protezione diventa costosa e la psicologia si sposta: non serve un evento eclatante per muovere i prezzi, basta la percezione che “gli imprevisti siano più probabili” e i movimenti diventano più nervosi, meno lineari, più irregolari. Lo si è visto anche nella chiusura tra giovedì e venerdì, persino dopo trimestrali ottime come quelle di Nvidia. La domanda di coperture resta alta e la “coda grassa” delle put continua a essere inclinata: significa che il mercato paga soprattutto per proteggersi dagli scenari peggiori. Tradotto: non siamo in panico, siamo in modalità “preferisco stare tranquillo”. Se immagini le opzioni come un’assicurazione, la logica è intuitiva. Assicurarti per un graffio costa poco; assicurarti per un incidente serio costa di più. Le put molto lontane dal prezzo attuale dell’indice sono la copertura per l’“incidente serio”. Quando vedi che proprio quelle aumentano di prezzo più velocemente, il messaggio è chiaro: c’è più domanda di protezione contro scenari estremi che contro piccoli movimenti. Magari non succede nulla e quei premi sembreranno soldi buttati. Ma se qualcosa accade, chi ha pagato è coperto. Dentro questo clima si è inserita la notizia dell’attacco USA e Israele all’Iran. Non è una questione di geopolitica da salotto, ma di logistica e prezzi. Dopo settimane di colloqui sul nucleare senza esito, e con un rafforzamento militare USA nella regione, gli attacchi hanno riacceso il rischio operativo. L’Iran ha risposto con missili e azioni contro asset statunitensi nell’area, incluso un attacco a una base in Bahrein. Il mercato, davanti a scenari del genere, non pensa in termini ideologici: pensa ai flussi fisici. E quei flussi passano dallo Stretto di Hormuz. Un vero collo di bottiglia: nel 2025 da lì sono transitati circa 16,7 milioni di barili al giorno tra greggio e condensati, quasi un quinto dell’offerta mondiale, oltre a una quota simile di GNL, soprattutto dal Qatar. Anche senza una chiusura totale, basta un aumento del rischio o un rallentamento per introdurre un premio geopolitico nei prezzi. Non serve che le navi smettano di passare: è sufficiente che il mercato inizi a prezzare la possibilità che qualcosa possa andare storto. Infatti il Brent è salito intorno ai 72-73 dollari, il WTI sopra i 67, ai massimi da mesi. Non è un’esplosione da “cigno nero”, è un’aggiunta di premio assicurativo. I mercati tendono a scontare in anticipo scenari plausibili: un attacco USA all’Iran non era un evento totalmente inaspettato. Ora ciò che conta è l’entità e la durata. Le navi continuano a transitare, l’OPEC ha annunciato un aumento della produzione per assorbire eventuali shock, ma se il conflitto dovesse allargarsi o colpire davvero la logistica, l’effetto sui prezzi sarebbe immediato. Il punto centrale, ancora una volta, sono i prezzi. Un petrolio più alto significa costi più elevati lungo la catena produttiva e, prima o poi, sugli scontrini. Ed è qui che si collega il dato sui prezzi alla produzione (PPI) uscito negli Stati Uniti: +0,5% mese su mese contro attese di +0,3%, e soprattutto core a +0,8% contro +0,3% atteso. Su base annua, core al +3,6% contro attese al +3,0%. Non sono numeri da prima pagina, ma raccontano una pressione a monte che non si spegne facilmente. Lo avevamo già intravisto con il PCE: l’inflazione scende, ma fatica a farlo con decisione. E qui il puzzle si completa con Nvidia. I numeri sono stati solidi: ricavi a 68,1 miliardi (+73% anno su anno), EPS sopra le attese, margine lordo oltre il 75%, data center in forte crescita e guidance superiore al consenso. Eppure, il titolo è sceso circa il 5,5%, il peggior calo in dieci mesi. Perché? Perché in un contesto di aspettative estreme non basta essere eccellenti, bisogna superare l’eccezionale. Con 63 analisti quasi tutti positivi e target medi molto sopra i prezzi correnti, il titolo era già prezzato per la perfezione. E in un mercato che paga protezione cara, la tolleranza al rischio si abbassa. Per capire se è un problema di Nvidia o di mercato, bisogna guardare gli altri “parametri vitali”. Gli indici non hanno mostrato panico, ma un tono più prudente: lo S&P 500 e il Nasdaq 100 Index hanno chiuso in calo moderato, il Dow un po’ più debole. Intanto oro vicino ai massimi storici, rendimenti del Treasury decennale sotto il 4%, dollaro leggermente più forte in alcuni momenti. Sono segnali coerenti con una rotazione verso asset più difensivi. È qui che torna il concetto di “stagflazione light”: non una crisi profonda, ma una combinazione più scomoda per i mercati. Crescita che perde slancio, inflazione che resta appiccicosa, geopolitica che introduce premio al rischio. In questi regimi i capitali non escono necessariamente dal mercato: ruotano. Settori come energy o beni di prima necessità tendono a tenere meglio, mentre le aree a più beta, spesso il tech, diventano più sensibili al mood. Morale semplice: Nvidia che scende dopo numeri forti non è un paradosso, è un sintomo. Quando il mercato decide di ridurre rischio, vende prima ciò che è salito di più e che è più esposto alle aspettative future. Non è un giudizio sull’azienda in sé, ma sulla temperatura complessiva del sistema. Questa settimana ci ha ricordato una cosa fondamentale: il mercato non è solo numeri, è equilibrio tra aspettative e realtà. Quando il clima cambia, anche leggermente, il prezzo del rischio sale e la selezione diventa più dura. Non siamo in un contesto di panico, ma in un passaggio di stagione. E nei passaggi di stagione chi resta fermo rischia di vestirsi in modo sbagliato. Capire se stiamo entrando in una fase di rotazione strutturale o in una semplice pausa tecnica farà la differenza nei prossimi mesi. Per ora il messaggio è chiaro: meno euforia, più disciplina, e occhi ben aperti su prezzi, inflazione e flussi di capitale. La prima settimana di marzo si apre all’insegna degli indici PMI manifatturieri, che offriranno una fotografia aggiornata dello stato di salute del ciclo industriale globale. L’attenzione sarà rivolta in particolare a Germania, Eurozona, Regno Unito e Stati Uniti. Martedì il focus si sposterà sull’inflazione dell’Area Euro e dell’Italia, numeri chiave per orientare le aspettative sulle prossime mosse della BCE. La giornata di mercoledì sarà particolarmente densa: oltre ai PMI dei servizi e composito, l’attenzione si concentrerà sul mercato del lavoro statunitense con il report ADP e sull’ISM servizi, indicatori anticipatori dei più attesi Non Farm Payrolls. In Europa, verranno diffusi i dati su disoccupazione e prezzi alla produzione. Giovedì i mercati monitoreranno soprattutto le vendite al dettaglio nell’Eurozona e le nuove richieste di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti. Il momento clou arriverà venerdì con i Non Farm Payrolls, accompagnati dal tasso di disoccupazione e dalla dinamica dei salari medi orari.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,28%, China A50 -0,41%, Hang Seng +0,88%, il Nikkei +0,07%, l’Australia +0,25%, Taiwan chiusa per festività, la Corea del Sud Kospi -0,65%, l’indice Indiano Sensex -0,71%. Il nostro FTSEMib -0,46%, Dax chiuso -0,02%, Ftse100 +0,59%, Cac40 -0,47%, Zurigo +0,72%. Lo S&P500 -0,43%, il Nasdaq -0,92%, il Russell2000 -1,68%. L’oro ha chiuso a 5.247,90 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 67,02$ per il wti e 72,48 per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 31,959. Lo spread BTP/BUND 63,330. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 19,86%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,44%, China A50 +0,88%, Hang Seng -2,02%, il Nikkei -1,45%, l’Australia +0,03%, Taiwan -0,90%, la Corea del Sud Kospi -1,00%, l’indice Indiano Sensex -1,47%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativi così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.390,44 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 71,64$ per il greggio e 78,15$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 66.613 e l’Ethereum 1.969.
Buona giornata e buona settimana.






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