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Pillole di Mercato

(8° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Charles Bukowski: “E rimarrai la cosa più bella tra tutte le cose belle a cui non ho saputo dare spiegazione”

 

l mercato, alla fine, non è un’entità astratta: siamo noi. Siamo io e te, i fondi, gli istituzionali, i trader. Cambiano gli strumenti, cambiano i metodi, cambia la disciplina, ma dietro - anche quando parliamo di algoritmi e intelligenza artificiale - resta sempre una decisione umana: qualcuno imposta il rischio, qualcuno sceglie quando ridurlo, qualcuno cambia esposizione perché “non si fida”. Quella componente emotiva non sparisce mai del tutto, e in un anno come il 2026 può diventare un amplificatore naturale di volatilità. Non perché ci sia un segnale “apocalittico” nei dati, anzi: la lettura macro, numeri alla mano, resta coerente e non racconta un’economia che sta crollando. Il punto è un altro: oggi l’incertezza è reale, e quando le variabili in gioco aumentano, valutazioni tirate, geopolitica instabile, tensioni politiche, rischio shutdown, aspettative sui tassi che si spostano di settimana in settimana, il mercato tende a reagire a scatti. Ed è qui che entra la differenza tra panico e vigilanza. Non si tratta di farsi trascinare dalle emozioni, ma nemmeno di ignorare il rischio percepito. Significa riconoscerlo, misurarlo e inserirlo nel quadro generale. Perché il nervosismo non è solo una sensazione: lo vedi nei numeri, lo vedi nei prezzi delle opzioni, lo vedi nella volatilità implicita e, certe volte, lo vedi anche a occhio nudo in giornate “a strappi” come quella di giovedì sull’S&P 500. Ma attenzione all’errore più comune: cercare un colpevole unico. In finanza non funziona così. Non è “colpa dell’AI”, non è “colpa della Fed”, non è “colpa della geopolitica”. È l’incastro simultaneo di più parametri, e quando si combinano in un certo modo, il mercato reagisce - spesso in modo brusco. È per questo che l’unica lettura utile è quella che collega i puntini, mentre i titoli dei giornali tendono sempre a semplificare tutto in una sola narrativa. Proprio per riportare ordine, vale la pena riprendere un tema che in questi giorni fa meno rumore, ma resta uno dei driver principali dei mercati: i tagli dei tassi della Fed. Se ne parla meno, eppure è ancora lì sotto la superficie. Per capirlo, immagina l’economia come una macchina e i tassi come il freno: non decidono la direzione, ma decidono quanta facilità hai nel continuare a spingere. Se il mercato inizia a credere che quel freno verrà allentato presto, cambia immediatamente la sensazione di marcia: il costo del denaro atteso scende, il credito diventa più accessibile e sostenere valutazioni elevate diventa meno faticoso. Se invece il mercato capisce che il freno resterà premuto più a lungo, non serve un incidente per rallentare: basta l’idea che il freno non si alzerà quando speravi, e allora tutto diventa più “attrito”, più cautela, più sensibilità a qualsiasi deviazione. È esattamente quello che si è visto nel 2025: quando aumentavano le stime di taglio, il mercato saliva; quando restavano ferme, smetteva di correre. Il punto è che il mercato non sta guardando solo utili o “storie”, sta prezzando un percorso: il sentiero dei tassi. E questo sentiero dipende da due equilibri che si tirano addosso da sempre: inflazione e occupazione. Partiamo dal lavoro, perché qui la fotografia è “scomoda” per chi cerca risposte nette: il mercato del lavoro si raffredda, ma non crolla. Ed è proprio la combinazione più complessa da interpretare, perché non è abbastanza forte da dire “tutto benissimo”, ma non è abbastanza debole da dire “la Fed deve correre a tagliare”. I dati della settimana lo mostrano bene: payrolls a +130.000, sopra le attese (+55/65k) e con la disoccupazione che scende leggermente dal 4,4% al 4,3%. La partecipazione resta al 62,5% (sostanzialmente stabile) e questo è un dettaglio cruciale, perché rende la lettura della disoccupazione più “pulita. Infine, i salari: +0,4% mese su mese e +3,7% anno su anno. Se gli stipendi mantengono questo ritmo, i servizi fanno più fatica a raffreddarsi rapidamente, e la traiettoria verso tagli rapidi diventa meno lineare. Ma qui c’è un altro “puntino” che spesso viene ignorato: quanto sia provvisorio il dato mensile. Il numero che esce ogni mese è una fotografia rapida, non un consuntivo. Una parte delle aziende non ha ancora risposto all’indagine quando il BLS pubblica, quindi il dato nasce già incompleto e viene aggiornato man mano che arrivano risposte e aggiustamenti. E poi c’è la “benchmark revision”, il momento in cui non si ritocca un mese qua e là, ma si ricalibra l’intera serie con dati molto più completi. È lì che si scopre “quanti posti c’erano davvero” guardando a posteriori. Ed è proprio quello che è successo: una revisione enorme nell’ordine di circa -898.000 posti rispetto a quanto era stato contato in precedenza, un tipo di correzione che storicamente ricorda fasi come il 2008. Questo non significa che il dato del mese sia inutile, significa che non va idolatrato. In questa fase conta più la direzione consolidata su più mesi (il rate of change) che la sorpresa secca della singola lettura. Dopo il lavoro, l’altro pilastro è l’inflazione. Anche qui il messaggio è coerente: la disinflazione continua, ma non è una discesa liscia e garantita. Il CPI esce a +0,2% m/m contro +0,3% atteso, e 2,4% a/a contro 2,5% atteso; il core è +0,3% m/m e 2,5% a/a. Non c’è una fiammata, ma c’è un andamento “a scatti”. Alcune componenti aiutano: lo shelter rallenta a +0,2% dopo +0,4% ed è un pezzo enorme del paniere; il cibo torna a +0,2% dopo un mese più alto; l’energia spinge l’headline verso il basso grazie alla benzina a -3,2%, ma è la parte più volatile e quindi non basta, da sola, per dichiarare vittoria. Dall’altra parte resta il nodo che la Fed guarda con più sospetto: i servizi più “interni”, quelli legati a salari e costi domestici. I servizi ex-energia a +0,4% indicano che la parte più appiccicosa non è ancora domata in modo definitivo. Dentro ci sono movimenti disordinati (tariffe aeree su, auto usate giù), segni di un processo che non scorre in linea retta. A questo punto il collegamento è quasi meccanico: il mercato non ragiona in “giusto o sbagliato”, ragiona in probabilità. Quante chance ci sono che i tagli partano presto? Quante che slittino? Quante che arrivino ma più lentamente di quanto si sperava? Dal lato lavoro, c’è abbastanza tenuta da non costringere la Fed ad avere fretta; dal lato inflazione, c’è discesa ma non ancora una traiettoria perfettamente ordinata, soprattutto sui servizi. Tradotto: la Fed avvierà un vero ciclo di tagli quando sarà abbastanza sicura di due cose insieme - che l’inflazione non si riaccenda e che il rallentamento del lavoro diventi più “serio” da giustificare un allentamento continuativo. Non a caso, nell’ultimo FOMC, Powell non ha ripreso la narrativa del “maggiore rischio sul lato occupazione”, segnale sottile ma coerente con l’idea di una banca centrale che non si sente ancora obbligata a correre. Ed è qui che il driver centrale torna a essere il differenziale tra Fed e mercato. La Fed guarda a un percorso più prudente (target implicito intorno al 3,4%), mentre il mercato continua a prezzare uno scenario più morbido: due/tre tagli nel 2026 per circa 65 bps. È come se la Fed dicesse “calma”, e il mercato rispondesse “sì, ma alla fine molli il freno più di quanto fai capire”. Il succo non è il numero perfetto al decimale, ma la dinamica: ogni dato che sorprende al rialzo tende a ridurre quella scommessa e rende i prezzi più fragili; ogni dato che delude la rafforza. Il problema, in questa fase, è che se una parte dei numeri viene poi rivista, la direzione diventa meno leggibile e il mercato finisce per prezzare non solo la sorpresa, ma l’incertezza stessa. Questo è uno di quei momenti in cui il mercato non sta cambiando “storia”, sta ricalibrando continuamente “probabilità”. E quando le probabilità si muovono di scatto, anche i prezzi lo fanno. Il punto non è trovare un colpevole unico o inseguire la narrativa del giorno, ma capire quale leva stia davvero guidando il quadro: oggi è il sentiero dei tassi, e soprattutto lo scarto tra ciò che la Fed vuole comunicare e ciò che il mercato continua a sperare. Finché esiste quello spread, ogni dato diventa un voto: non sul presente, ma sul futuro. E se la Fed dovesse infrangere in modo netto le attese incorporate nei prezzi, la reazione non sarebbe “razionale” in senso accademico: sarebbe istantanea, perché i mercati non si aggiustano lentamente quando devono riprezzare una probabilità. Si aggiustano di colpo. La settimana dal 16 al 20 febbraio sarà caratterizzata da un calendario denso ma con liquidità ridotta nelle prime sedute, a causa della chiusura dei mercati statunitensi per festività. Lunedì l’attenzione si sposterà principalmente sul Giappone e sull’Area Euro, rispettivamente per il PIL del quarto trimestre 2025 e la produzione industriale. L’assenza di Wall Street ridurrà probabilmente la reattività dei mercati. In Cina le negoziazioni saranno ferme per tutta la settimana per le festività di Capodanno. Martedì torneranno progressivamente i market mover rilevanti. In Asia saranno pubblicati i verbali della RBA, utili per comprendere l’orientamento della Banca centrale australiana sui tassi. Nel Vecchio Continente il focus sarà sul lavoro britannico e soprattutto sugli indici ZEW tedeschi ed europei. Negli Stati Uniti verranno rilasciati i dati sull’occupazione ADP weekly, Empire State manifatturiero e l’indice NAHB. Mercoledì sarà una delle giornate più importanti della settimana. Nel Regno Unito verrà pubblicata l’inflazione di gennaio, decisiva per le aspettative sulla Bank of England. Negli Stati Uniti arriveranno ordini di beni durevoli, cantieri edili e produzione industriale. In serata, i verbali della Fed costituiranno il principale catalizzatore: i mercati cercheranno segnali sulla tempistica dei futuri tagli dei tassi. Giovedì il focus resterà sugli Stati Uniti per l’indice manifatturiero della Fed di Philadelphia, le richieste di sussidi di disoccupazione e la fiducia dei consumatori. Le vendite di abitazioni continueranno a offrire indicazioni sulla trasmissione della politica monetaria all’economia reale, mentre i dati dell’EIA influenzeranno il comparto petrolifero. Venerdì rappresenterà il vero culmine macro della settimana. In Asia è attesa la riunione della PBoC. In Europa saranno pubblicati i PMI preliminari di febbraio. Negli Stati Uniti, invece, arriverà un blocco di dati di primo livello: PIL del quarto trimestre, deflatore PCE, redditi e spesa personali, PMI e fiducia dei consumatori. In particolare il deflatore PCE, misura preferita dalla Fed per l’inflazione, sarà il principale driver delle aspettative sui tassi.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,03%, China A50 -0,97%, Hang Seng ha chiuso -2,06%, il Nikkei -0,89%, l’Australia -1,39%, Taiwan chiusa per festività, la Corea del Sud Kospi -0,11%, l’indice Indiano Sensex -1,02%. Il nostro FTSEMib -1,71%, Dax chiuso +0,25%, Ftse100 +0,42%, Cac40 -0,35%, Zurigo +0,52%. Lo S&P500 +0,05%, il Nasdaq -0,22%, il Russell2000 +1,18%. L’oro ha chiuso a 5.046,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 62,75$ per il wti e 67,75$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 32,500. Lo spread BTP/BUND 61,560. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 20,60%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiusura per festività, China A50 chiusura per festività, Hang Seng ha chiuso -2,06%, il Nikkei +0,03%, l’Australia +0,22%, Taiwan chiusa per festività, la Corea del Sud Kospi chiusura per festività, l’indice Indiano Sensex +0,19%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva mentre gli Stati Uniti sono chiusi per festività. L’oro si attesta a 5.008,04 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 62,73$ per il greggio e 67,73$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 66.166 e l’Ethereum 1.934.

 

Buona giornata e buona settimana.


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