Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 7 ore fa
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(6° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Giuliodori Andrea: “Se chiedi all’universo di vincere (o completare) una maratona, ti manderà un paio di scarpe, non una medaglia”
In questi giorni è successo davvero di tutto, e basta fermarsi un attimo per ripercorrere la settimana appena chiusa: da una parte i soliti teatrini politici - diventati ormai una presenza fissa nella vita di qualsiasi investitore, soprattutto da quando è arrivato Trump - dall’altra grafici come quelli di oro e argento che hanno letteralmente disintegrato qualsiasi stima possibile degli analisti, con movimenti che a tratti non sembrano più quelli di una semplice commodity (considero l’oro una valuta indipendente), tanto da ricordare in certi momenti l’andamento di una criptovaluta. In mezzo, naturalmente, il FOMC di cui parleremo tra poco, insieme alla nomina del futuro sostituto di Powell annunciata venerdì da Trump, una scelta che suona piuttosto incoerente rispetto al quadro che lo stesso Presidente sembra voler costruire. Sullo sfondo si muovono i prezzi di natural gas e petrolio in risalita, catalizzatori che, se restano elevati troppo a lungo, rischiano di riaccendere fiammate inflazionistiche. E poi c’è la stagione degli utili delle Magnifiche 7, che da mesi, se non da più di un anno, tengono sulle spalle gran parte della crescita dei mercati grazie ai maxi investimenti in intelligenza artificiale. Potrei andare avanti a lungo, ma l’obiettivo, come sempre, è mettere ordine in questo apparente minestrone collegando i puntini con metodo. Parto dall’oro, e dall’argento, tema già toccato ma che merita un ulteriore passaggio, anche alla luce dello scivolone di venerdì (argento -30%, oro -10%). No, non sono criptovalute: sono oro e argento. Dal minimo di ottobre 2022 l’oro ha segnato un +191%, sfiorando i 5.600 dollari, per poi correggere di circa il 10%; l’argento ha fatto ancora di più: +242% dallo stesso periodo, con un picco a 122 dollari e successivo rientro in area 90. La domanda che circola è la solita, “siamo in una bolla?”, ma per rispondere bisogna chiarire alcuni passaggi chiave. Prima di tutto, se si compra argento solo perché “costa meno” dell’oro, sperando in una salita più forte, vale la pena fermarsi: oro e argento, pur condividendo funzioni da bene rifugio e copertura contro l’inflazione, hanno caratteristiche diverse e si muovono per motivi spesso distinti. È utile raccontarle così: l’oro è la storia della fiducia, l’argento è la storia dell’utilità. L’oro è il termometro della fiducia: quando parte, di solito il mercato cerca qualcosa di solido a cui aggrapparsi. Oggi sta salendo per ragioni precise. Primo, dedollarizzazione e diversificazione delle riserve: non è la “fine del dollaro”, ma una minore concentrazione su un’unica valuta; la quota del biglietto verde nelle riserve globali è scesa dal 71% del 2001 a circa il 58% nel 2024, con stime che parlano perfino di area 46%. Secondo, i tassi: l’oro non paga interessi e il suo “costo opportunità” dipende più dalle aspettative sulla direzione dei tassi che dal loro livello assoluto; quando il mercato smette di scontare rialzi e inizia a vedere stabilità o tagli, il metallo torna competitivo. Terzo, il “debasement trade”: la paura di una svalutazione lenta e strutturale del potere d’acquisto delle valute fiat - non l’iperinflazione, ma un’erosione graduale favorita da vincoli fiscali e politiche accomodanti - che spinge a vendere moneta e comprare asset reali come oro e argento. Quarto, gli acquisti delle banche centrali: oltre 1.100 tonnellate nel solo 2025, con protagonisti Cina, India, Qatar, Turchia, Polonia; non è domanda ciclica o emotiva, ma ridefinizione del concetto di riserva. Quinto, l’incertezza geopolitica: guerre, tensioni commerciali, frizioni politiche; quando cresce questo rumore di fondo, gli asset fondati sulla fiducia diventano più fragili e l’oro riacquista il ruolo di assicurazione. L’argento, invece, ha un “doppio uso”: oltre alla dimensione rifugio condivide con l’oro il tema fiducia, ma spinge anche su una gamba industriale concreta - semiconduttori, pannelli solari, elettronica, automotive, applicazioni mediche - con un’offerta rigida (circa il 70% dell’argento è sottoprodotto di rame, piombo e zinco). Questo crea la dinamica chiave: domanda che può accelerare in fretta e offerta lenta ad adeguarsi. E infatti, dopo essere rimasto indietro, nel quarto trimestre del 2025 l’argento ha avviato un vero “catch-up”, fino a guidare brevemente il movimento con scatti violenti (da 94 a oltre 120 dollari in una settimana, +22% in 7 giorni). Ma proprio questa elasticità della domanda, combinata con l’offerta rigida e l’uso massiccio della leva, rende il mercato estremamente nervoso: l’episodio di gennaio 2026 a Shenzhen, con la folla davanti alla piattaforma di trading su oro e argento e leva 40:1, ha mostrato quanto rapidamente si possa passare dall’euforia alle margin call; il numero “356”, quante “promesse” sovrapposte su un’oncia fisica, fotografa il rischio di un eccesso di contratti su un sottostante limitato. Il fisico mette un limite: quando il prezzo gira, l’argento smette di essere educato e diventa violento. Dunque, è bolla? In finanza una risposta certa non esiste: non c’è una riga rossa oggettiva che dica “da qui è bolla”. Quello che si può affermare è che la salita non è casuale: è sostenuta da domanda reale per entrambi i metalli, per le ragioni esposte, ma coesiste con una componente speculativa crescente (FOMO, leva, posizionamenti affollati) che rende il mercato fragile. In questi contesti bastano scintille per vedere candele da -10% in poche ore: sono fasi fisiologiche di “pulizia” dopo rialzi a tre cifre, prese di profitto e panic selling che non cancellano di per sé il trend di medio periodo ma ne accentuano la volatilità. Qui si misura il valore del processo: senza disciplina è facile farsi trascinare dall’emotività, chi è in guadagno teme di restituirlo, chi è entrato tardi teme di restare incastrato. Il mio approccio resta invariato: seguire il processo, gestire, alleggerire sugli eccessi e ricomporre sugli eccessi opposti, senza inseguire. Passo al FOMC. È stata una riunione apparentemente “noiosa”, ma con messaggi importanti sotto traccia. La Fed ha lasciato i tassi fermi al 3,50%–3,75%, con un voto 10–2: due membri (Waller e Miran) avrebbero preferito un taglio di 25 pb. Il segnale è una pausa “attiva”: dopo i tagli di fine 2025, oggi la Fed osserva gli effetti delle misure già in campo, meno reattiva e più focalizzata sul quadro generale. Cambia anche il linguaggio: la crescita non è più “moderata” ma “solida”, e Powell parla di “chiaro miglioramento” dell’outlook; traduzione semplice: se il motore regge, non c’è bisogno di correre con i tagli per fare assicurazione. Sul lavoro, “stabilizzazione” della disoccupazione senza nuovo deterioramento; sull’inflazione, ancora “somewhat elevated”. Dal comunicato scompare il riferimento ai “rischi al ribasso per l’occupazione”: la Fed non si sente costretta a tagliare subito. Il mercato, però, resta un po’ più ottimista: per il 2026 prezza ~45 pb di tagli, mentre la Fed ne suggerisce sostanzialmente uno solo attorno a giugno. Numeri vicini, narrativa diversa. Sul dopo-Powell, l’indicazione di Trump su Kevin Warsh aggiunge una percezione di Fed potenzialmente più “dura” o, quantomeno, meno disponibile a tagli rapidi; Warsh parla di regime change, bilancio da ridurre e allentamenti ancorati a condizioni davvero sostenibili, non a pressioni dei mercati. Tradotto: non una Fed pronta a togliere tensione al primo sbalzo di volatilità, ma una banca centrale che chiede conferme più robuste prima di mollare la presa. È uno degli ingredienti che ha reso nervosi i mercati, insieme alla risalita di natural gas e petrolio e alla volatilità intraday su metalli preziosi. Chiudo tornando alla domanda che conta mentre l’S&P 500 corregge: è cambiato qualcosa, davvero, su crescita, inflazione o occupazione? La risposta è no: ciò che sta salendo è il nervosismo, e lo si legge anche nei premi delle opzioni. In un contesto con molte incognite, earnings delle Magnifiche 7, energia più cara, geopolitica, il mercato può muoversi a scatti in entrambe le direzioni; la chiave è non perdere di vista il trend di fondo e continuare a ragionare sui dati. Settimana da montagna russa che separa chi reagisce ai titoli da chi legge i numeri. Oro e argento hanno raccontato, insieme, una storia di fiducia e di utilità: domanda strutturale, dedollarizzazione, acquisti delle banche centrali e, sul lato speculativo, leva e FOMO che amplificano gli strappi. La Fed ha scelto di osservare più che agire, con crescita definita “solida” e inflazione ancora appiccicosa: un messaggio che raffredda l’ansia di tagli rapidi e sposta il baricentro sulla qualità dei prossimi dati. Intanto, il solo annuncio del dopo-Powell ha mostrato quanto la percezione conti: bastano sfumature per cambiare l’umore dei listini. In mezzo a tutto questo il filo rosso è la disciplina: distinguere la narrativa di giornata dalla traiettoria di fondo, accettare che la volatilità faccia parte del viaggio e continuare a leggere i segnali veri - quelli che arrivano dai dati, non dall’eco delle dichiarazioni. La settimana dal 2 al 6 febbraio 2026 si presenta particolarmente densa di appuntamenti macroeconomici, con l’attenzione dei mercati concentrata sulle riunioni di politica monetaria che coinvolgeranno la BCE e la BoE, oltre ai cruciali dati sul mercato del lavoro statunitense in chiusura di settimana. Lunedì l’attenzione sarà inizialmente rivolta agli indici PMI manifatturieri di gennaio, diffusi lungo l’arco della giornata in Asia, Europa e Stati Uniti. Questi indicatori offriranno una prima fotografia dell’andamento del settore industriale a inizio anno. In Europa, oltre ai PMI, saranno pubblicati i dati sulle vendite al dettaglio tedesche di dicembre e l’indice dei prezzi delle abitazioni nel Regno Unito. Negli Stati Uniti, il focus sarà sull’ISM manifatturiero. Martedì l’attenzione si sposterà soprattutto sull’Asia-Pacifico, con la riunione della Reserve Bank of Australia, dalla quale i mercati cercheranno indicazioni sul futuro orientamento dei tassi di interesse. In Europa sono attesi i dati sull’inflazione francese di gennaio e sul tasso di disoccupazione spagnolo, mentre dagli Stati Uniti arriveranno i nuovi lavori JOLTS. Mercoledì sarà una giornata particolarmente intensa sul fronte dei dati. Proseguirà la pubblicazione dei PMI servizi e composito di gennaio per le principali economie, fornendo una visione più completa dello stato di salute del settore terziario. In Europa, l’attenzione sarà rivolta anche ai dati di inflazione italiana e dell’area euro. Negli Stati Uniti sono attesi il dato ADP sull’occupazione privata, l’ISM servizi e le scorte di greggio. Giovedì il focus si concentrerà sulle Banche centrali. Sono infatti in calendario la riunione della Bank of England e, soprattutto, la riunione della BCE, seguita dalla consueta conferenza stampa della presidente Christine Lagarde. In mattinata arriveranno anche importanti dati europei, tra cui gli ordini alle fabbriche tedeschi, la produzione industriale francese e le vendite al dettaglio italiane ed europee. Dagli Stati Uniti sono attese le nuove richieste di sussidi di disoccupazione. La settimana si chiuderà venerdì con una serie di dati macro di primo piano. In Europa la produzione industriale e la bilancia commerciale tedesca, oltre ai dati sul settore industriale spagnolo. Tuttavia, il principale market mover sarà proveniente dagli Stati Uniti, ovvero la pubblicazione del report sul mercato del lavoro di gennaio: Non Farm Payrolls, tasso di disoccupazione e salari medi orari. A completare il quadro, la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,73%, China A50 -0,29%, Hang Seng ha chiuso -1,96%, il Nikkei ha chiuso -0,04%, l’Australia -0,65%, Taiwan -1,45%, la Corea del Sud Kospi +0,62%, l’indice Indiano Sensex -0,65%. Il nostro FTSEMib +1,00%, Dax chiuso +0,94%, Ftse100 +0,51%, Cac40 +0,68%, Zurigo +0,31%. Lo S&P500 -0,43%, il Nasdaq -0,94%, il Russell2000 -1,55%. L’oro ha chiuso a 4.745,10 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 65,21$ per il wti e 70,69$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 39,285. Lo spread BTP/BUND 61,060. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 17,44%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -1,58%, China A50 -1,33%, Hang Seng ha chiuso -2,91%, il Nikkei ha chiuso -0,98%, l’Australia -1,02%, Taiwan -1,37%, la Corea del Sud Kospi -4,76%, l’indice Indiano Sensex -0,29%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura piuttosto negativa così come Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.577,34 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 61,72$ per il greggio e 65,71$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 75.275 e l’Ethereum 2.187.
Buona giornata e buona settimana.






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