Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 22 ore fa
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(5° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Ferruccio Lamborghini: “Se vuoi qualcosa che nessun altro ha, devi essere disposto a fare ciò che nessun altro fa”
Questi giorni sono stati l’ennesima dimostrazione della differenza tra chi investe “di pancia” e chi, invece, si comporta da vero professionista. E non lo dico per cattiveria o per il gusto di pungere qualcuno, anche se chi mi segue da tempo sa già come la penso, ma perché ancora una volta abbiamo assistito alle classiche giornate in cui molti si sono lasciati guidare dai titoli dei giornali: “Trump conquisterà la Groenlandia”, “Sta per scoppiare la terza guerra mondiale”, “La NATO è finita”. Chi si è fatto travolgere da questo rumore è, come sempre, chi non ha un processo e prende decisioni sulla base delle sensazioni o delle opinioni altrui. Al contrario, per chi lavora con un metodo basato sui numeri, sono stati giorni molto tranquilli. Anzi, per certi versi, anche buoni per incrementare qualche posizione. Se mi senti ripetere spesso questi concetti non è per abitudine o fissazione. È perché c’è una lezione molto chiara che il mercato mi ha insegnato nel tempo. Dopo oltre 27 anni sui mercati, ho visto che quelli che “sopravvivono” sono sempre gli stessi: sono coloro che non si fanno confondere dal rumore di fondo, che sanno cosa fare perché seguono i numeri veri, quelli ufficiali. E quei numeri, alla lunga, non mentono mai. È anche per questo che, guardando a quello che è successo in questi giorni, la sensazione è abbastanza chiara: i mercati, a certe storie, semplicemente non ci stanno credendo. Non è la prima volta e infatti mi è tornata subito in mente la famosa “taco trade” di Trump: tanta retorica, tante minacce, ma poi, nei fatti, molto meno di quello che i titoli lasciavano intendere. E, puntuale, è arrivato il dietrofront del presidente sui dazi legati alla questione della Groenlandia. Ma oggi Trump non è il tema centrale. C’è un protagonista diverso sotto i riflettori: l’oro. Un oro che ha sfiorato, con una naturalezza disarmante, i 5.000 dollari. Sì, non è un’esagerazione. Come sempre, però, nulla succede davvero per caso quando una certa narrativa viene portata avanti per mesi. Questo movimento dell’oro non è casuale, è il risultato di una serie di dinamiche piuttosto chiare che si stanno muovendo tutte nella stessa direzione. Vale la pena rimettere insieme i pezzi per capire perché l’oro sta salendo e perché, onestamente, non mi sorprende affatto vederlo dove si trova adesso. Se oggi guardi il grafico dell’oro, la prima reazione può essere: “è impazzito”. Ma quando un asset si muove così, quasi mai è un capriccio. Più spesso è una storia che il mercato sta raccontando a voce alta. E in questo caso la storia è nei numeri. Nel 2025 l’oro non si è limitato a salire: ha segnato oltre cinquanta nuovi massimi e, a fine novembre, era già a +60,6%. Entrando nel 2026 non si è fermato, anzi: a gennaio ha toccato un nuovo record sopra i 4.800 dollari. Non è un episodio isolato, ma un trend che si è costruito mese dopo mese, un po’ come una palla di neve che rotola: all’inizio sembra solo un rimbalzo, poi ti accorgi che sotto c’è una spinta costante. Quando l’oro si comporta così, di solito sta mandando un messaggio semplice anche a chi non segue la macroeconomia ogni giorno: in giro c’è abbastanza incertezza, o abbastanza bisogno di protezione, da spingere molte persone e molte istituzioni a voler tenere in portafoglio qualcosa che non dipende da nessuno. Il primo motivo è il più “storico”: quando il contesto si complica, l’oro tende a tornare al centro della scena. Non serve essere esperti per capirlo, basta osservare i momenti di stress. Guerre, crisi, shock improvvisi, pandemie: ogni volta che l’incertezza aumenta, una parte dei capitali smette di inseguire il rendimento e inizia a cercare protezione. È una dinamica che si ripete perché è profondamente umana. Quando non sei sicuro di dove stia andando la storia, preferisci avere qualcosa in portafoglio che ti faccia sentire meno esposto agli imprevisti. E in questo periodo di incertezze non ne mancano. Il secondo motivo è più tecnico, ma altrettanto importante: il legame con i tassi di interesse. Se i tassi sono alti e i titoli di Stato offrono rendimenti interessanti, detenere oro diventa meno attraente, perché l’oro non paga cedole né interessi. Per sceglierlo serve un motivo molto forte. Quando però le banche centrali iniziano ad abbassare i tassi, o anche solo quando il mercato si convince che prima o poi lo faranno, il confronto cambia. Il rendimento “sicuro” si riduce, l’oro torna più competitivo, come se si liberasse di una zavorra. Dopo le ondate inflazionistiche degli ultimi anni, molte banche centrali hanno alzato i tassi in modo aggressivo: tassi più alti significano rendimenti più alti sui bond. A quel punto la domanda è ovvia: perché comprare oro se i titoli di Stato mi pagano bene? La risposta è nei flussi. I capitali vanno dove vengono trattati meglio. E quando i tassi iniziano a scendere, o smettono di essere così generosi, quell’equilibrio si sposta di nuovo. Il terzo motivo è forse il più interessante e rende questa salita meno emotiva e più solida: il compratore “silenzioso”, cioè le banche centrali. Dietro l’oro, infatti, non ci sono solo investitori che cercano protezione, ma anche una domanda strutturale di lungo periodo. Non è solo gente che compra perché ha paura: è gente che sta cambiando il modo in cui gestisce le riserve e la diversificazione. E quando a comprare sono soggetti grandi e costanti, l’effetto sul prezzo tende a essere più duraturo, perché non dipende dall’umore del giorno. Gli acquisti delle banche centrali sono stimati intorno alle 1.000 tonnellate anche nel 2025, in linea con il ritmo eccezionale degli anni dal 2022 in poi. Questa domanda non nasce dal nulla. Negli ultimi anni molte banche centrali hanno iniziato a ragionare sempre di più in termini di indipendenza e diversificazione delle riserve. Eventi come il congelamento di circa 300 miliardi di dollari di riserve russe nel 2022 hanno cambiato la psicologia dell’intero sistema. È diventato chiaro che le riserve non sono solo numeri su un bilancio, ma anche una scelta geopolitica. A differenza di una valuta che dipende dalle decisioni di un altro Paese, se hai dei lingotti in un caveau “sotto casa”, chi può davvero toccarteli? Negli ultimi anni l’oro sta beneficiando anche di una storia più lenta, meno appariscente, ma molto potente: il desiderio, a livello globale, di dipendere un po’ meno dalle monete e dalle scelte politiche dei singoli Paesi. Il concetto è semplice. Quando un sistema si carica di debito e tensioni, diventa naturale voler tenere una parte delle riserve in qualcosa che non sia la promessa di qualcun altro. Da qui nascono due forze che si sommano. La prima è la paura di una svalutazione graduale nel tempo, quello che nei testi viene chiamato “debasement”. Non significa iperinflazione domani, ma una lenta erosione del potere d’acquisto di una moneta, tra politiche monetarie accomodanti e necessità fiscali sempre più pressanti. La seconda è la dedollarizzazione, che non va letta come la “fine del dollaro”, ma come un processo di diversificazione. La quota di dollari nelle riserve globali è scesa dal 71% del 2001 a circa il 58% nel 2024, con alcune stime che indicano un ulteriore calo verso il 46%. Il messaggio è sempre lo stesso: meno concentrazione su una sola valuta. In questo quadro, l’oro diventa una scelta quasi naturale, perché è uno dei pochi asset davvero “neutrali”: non dipende dalle decisioni di un singolo governo e non ha rischio di controparte. Anche quando entrano in gioco numeri molto forti, spesso legati agli Stati Uniti, debito oltre il 120% del PIL, debito totale intorno ai 38 trilioni, deficit per il 2025 vicino a 1,8 trilioni, non si tratta di puntare il dito contro qualcuno. È una fotografia più ampia: quando il sistema globale convive con più debito, più frizioni e più bisogno di protezione, cresce il valore di un asset che funziona come riserva “universale”. Questa componente è importante perché segnala che non siamo davanti a una fiammata emotiva, ma a una domanda strutturale che può rimanere anche quando il rumore delle notizie si attenua. Il cerchio si chiude così: l’oro non sta salendo “per simpatia”. Sta salendo perché, in questa fase, è diventato la risposta più semplice a una domanda molto concreta. Se il mondo è più instabile, se i tassi stanno scendendo, se il debito pesa e la fiducia nelle valute fiat ogni tanto scricchiola, un asset reale che non può essere “stampato” torna ad avere un ruolo naturale in un portafoglio. Prima di chiudere, vale la pena guardare brevemente a quello che sta succedendo negli Stati Uniti e in Giappone, perché aiuta a contestualizzare il tutto. Negli Stati Uniti il mercato sta vivendo una sorta di “doppia lettura” continua. Da una parte cerca conferme che l’inflazione stia rientrando abbastanza da permettere tassi più bassi; dall’altra guarda all’economia reale e vede che il consumatore, almeno per ora, non sta mollando, come mostrano i dati. Questo crea un clima particolare: tutto sembra sotto controllo, ma basta una sfumatura nel tono della Fed per cambiare rapidamente l’umore del mercato. Per il prossimo FOMC conterà meno il “cosa faranno”, ormai in gran parte scontato, e molto di più il “come lo racconteranno”: passerà l’idea di una banca centrale pronta a tagliare ancora o di una banca centrale che vuole prendersi tempo? Il dato sul PCE di novembre va proprio in questa direzione: inflazione che rallenta, ma ancora appiccicosa, e consumi che tengono. PCE e core PCE crescono dello 0,2% mese su mese, entrambi al 2,8% su base annua. I consumi reali aumentano dello 0,3% per il secondo mese consecutivo, salari e stipendi nominali dello 0,4%, mentre il tasso di risparmio scende al 3,5%, minimo da ottobre 2022. In altre parole, la spesa continua ma con un margine di sicurezza più sottile. Con un’inflazione non ancora dove la Fed vorrebbe e un’economia che non sta crollando, non c’è motivo di muoversi in modo affrettato. Lo stesso vale per il mercato del lavoro: rallentamento sì, crisi no. Per questo l’aspettativa più lineare per il prossimo FOMC è una pausa e un approccio prudente per il 2026. Il mercato prezza circa 42 punti base di tagli per il prossimo anno, poco meno di due interventi, mentre la Fed sembra più vicina all’idea di un solo taglio. Lo scarto non è enorme nei numeri, ma nel messaggio sì, perché cambia la narrativa su quanto a lungo le condizioni finanziarie resteranno restrittive. Infine, il Giappone. In questa fase lo guardo come un indicatore anticipatore. Non perché il problema sia lì, ma perché spesso è il luogo in cui le crepe si vedono prima. E qui la crepa è apparsa in modo quasi surreale, attraverso un dettaglio: 280 milioni di dollari di scambi. È il volume che, in una singola seduta, è bastato per muovere in modo violento il mercato dei titoli di Stato giapponesi, un mercato enorme che per decenni è stato una spina dorsale della finanza globale. Significa che sotto la superficie c’è meno liquidità di quanto ci si aspetterebbe: poche mani che comprano e vendono, e basta poco per far saltare i prezzi. I titoli di Stato giapponesi a 40 anni hanno superato il 4% per la prima volta dal 2007, con uno strappo in una sola giornata, dal 3,6% al 4,2%. È un movimento da “allarme”, perché non è un salire ordinato, è uno scatto. La miccia è politica e fiscale: elezioni anticipate, un piano da 135 miliardi di dollari, la proposta di sospendere per due anni l’IVA dell’8% sui generi alimentari. Tutti segnali di più deficit e più emissioni di debito in un Paese già intorno al 250% di debito/PIL. Questo non riguarda solo il Giappone, ma il meccanismo globale. Per decenni il Giappone ha alimentato il mondo con il carry trade: prendere yen a tassi bassissimi e comprare asset esteri che rendevano di più. Se a casa tua inizi a poter ottenere un 4% in yen, senza rischio di cambio, una parte dei capitali può iniziare a rientrare. E quando rientra vende asset esteri. Non a caso, nello stesso contesto, abbiamo visto i rendimenti USA a 30 anni salire fino al 4,9%, i francesi oltre il 4,4% e i tedeschi verso il 3,5%, nonostante la BCE avesse tagliato i tassi dal 4% al 2%. È il segnale che, a volte, conta più chi compra o chi smette di comprare, rispetto a ciò che dichiarano le banche centrali. Nel 2025 il Giappone aveva ancora circa 3.600 miliardi di dollari investiti in asset esteri. Se anche solo una piccola parte di questi capitali cambia direzione, l’impatto si sente. Non è un film catastrofico, ma è un segnale di cambio di regime: la fine dell’era del denaro gratis rende i mercati più fragili e i movimenti sui rendimenti più rapidi. In un mondo più instabile, con tassi che scendono ma restano sopra lo zero, con più debito e flussi che iniziano a spostarsi, ha ancora più senso restare aggrappati a un processo e non alle emozioni del momento. Chi investe di pancia continuerà a inseguire i titoli del giorno. Chi lavora con metodo continuerà a farsi guidare dai numeri, costruendo portafogli capaci di reggere anche quando il rumore di fondo diventa assordante. Ed è lì che, nel tempo, si vede davvero la differenza. La settimana dal 26 al 30 gennaio si preannuncia particolarmente intensa per i mercati finanziari, con una forte concentrazione di dati macroeconomici e, soprattutto, con l’attenzione rivolta alla riunione della Federal Reserve, che rappresenterà il principale catalizzatore per il sentiment degli investitori. Lunedì, in Asia sono attesi dal Giappone i Coincident e Leading Index di novembre. In Europa, il focus si concentrerà sugli indici IFO tedeschi di gennaio, tra i principali indicatori anticipatori del clima di fiducia delle imprese. Nel pomeriggio, dagli Stati Uniti, sono attesi il Chicago Fed National Activity Index, gli ordini di beni durevoli di novembre e l’indice manifatturiero della Fed di Dallas, che offriranno indicazioni sullo stato del settore industriale. Martedì l’attenzione resterà distribuita tra Asia, Europa e Stati Uniti. Dalla Cina arriveranno i profitti industriali degli ultimi 12 mesi. In Europa sono attesi la fiducia dei consumatori francesi e il tasso di disoccupazione spagnolo del quarto trimestre, mentre dagli Stati Uniti giungerà una serie di dati rilevanti: dall’occupazione ADP weekly, all’indice dei prezzi delle abitazioni, fino alla fiducia dei consumatori del Conference Board, oltre ai dati sul settore manifatturiero regionale. Mercoledì, in Asia verranno pubblicati i verbali dell’ultima riunione della Bank of Japan e il dato sull’inflazione australiana di dicembre, mentre in Europa sono attesi il rapporto GFK sulla fiducia dei consumatori tedeschi e gli indicatori di fiducia italiani. Tuttavia, il focus principale sarà sugli Stati Uniti, per la riunione della Federal Reserve, seguita dalla conferenza stampa del presidente Powell. In giornata sono previsti anche nuovi dati sugli ordini di beni durevoli e sulle scorte di greggio. Giovedì l’attenzione tornerà principalmente sull’Europa, con la pubblicazione degli indicatori di fiducia dell’Area Euro e di diversi dati italiani, tra cui bilancia commerciale e vendite industriali. Dagli Stati Uniti arriveranno la bilancia commerciale, le nuove richieste di sussidi di disoccupazione, oltre agli ordini alle fabbriche e alle vendite all’ingrosso. La settimana si chiuderà venerdì con una vera e propria raffica di dati. In Asia sono attesi i dati giapponesi su inflazione, occupazione, produzione industriale e vendite al dettaglio, oltre ai prezzi alla produzione australiani. In Europa il focus sarà sui dati di PIL del Q4 per Francia, Spagna, Germania, Italia e area euro, accompagnati dagli aggiornamenti su inflazione e mercato del lavoro. Dagli Stati Uniti, infine, sono attesi i prezzi alla produzione di dicembre e il PMI Chicago di gennaio.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,27%, China A50 -0,91%, Hang Seng ha chiuso +0,25%, il Nikkei ha chiuso +0,28%, l’Australia +0,13%, Taiwan +0,68%, la Corea del Sud Kospi +0,63%, l’indice Indiano Sensex -0,090%. Il nostro FTSEMib -0,58%, Dax chiuso +0,18%, Ftse100 -0,07%, Cac40 -0,07%, Zurigo -0,61%. Lo S&P500 +0,03%, il Nasdaq +0,28%, il Russell2000 -1,82%. L’oro ha chiuso a 5.017,00 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 61,07$ per il wti e 65,07$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 40,039. Lo spread BTP/BUND 57,650. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 16,09%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere quasi tutti negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,14%, China A50 +0,79%, Hang Seng ha chiuso -0,21%, il Nikkei ha chiuso -1,62%, l’Australia +0,12%, Taiwan +0,32%, la Corea del Sud Kospi -0,65%, l’indice Indiano Sensex -0,90%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come Stati Uniti. L’oro si attesta a 5.116,70 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 61,21$ per il greggio e 65,25$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 87.680 e l’Ethereum 2.864.
Buona giornata e buona settimana.



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