Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 8 min
(4° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Pirandello: “C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo: resti nessuno”
In economia e finanza non ci si annoia mai: tutto evolve di continuo, nulla resta davvero fermo. Ogni settimana una cascata di dati macro, notizie e movimenti di mercato sembra contraddirsi a vicenda se osservata pezzo per pezzo; il nostro lavoro è proprio questo, raccogliere il rumore, filtrarlo e provare a unire i puntini. E oggi i puntini sono molti: sono arrivati CPI e PPI, che tra poco spacchetteremo, ma c’è anche un attore che ha ripreso a inviare segnali importanti e che negli ultimi mesi è rimasto un po’ nell’ombra: il petrolio. Non una commodity qualunque, ma uno dei fulcri dell’economia globale: quando si muove lui, prima o poi qualcosa si muove ovunque. Partiamo dal CPI. Come ripetuto più volte, l’inflazione non è più il nemico che temevamo solo pochi mesi fa e le letture recenti lo confermano. Nell’aggiornamento di dicembre l’indice generale segna +0,3% mese su mese e il core +0,2%; su base annua siamo al 2,7% sull’headline e al 2,6% sul core. Letti così, questi numeri dicono che l’incendio non si sta riaccendendo. Ma l’inflazione non è un numero: è la somma di storie diverse che corrono a velocità diverse. Sul lato beni la pressione si è seduta: in questa lettura compaiono cali netti, come auto usate a –0,5% ed elettrodomestici a –1,3%, segnali che la filiera merci si sta sgonfiando. Sul lato servizi la storia cambia: sono più lenti e “viscosi” perché dietro ci sono salari, affitti e costi operativi; rallentano, ma con inerzia. Non a caso alcune voci sono salite in modo evidente: tariffe aeree +3,9%, abbigliamento +1,6%, recreation +1,2% e il cibo a +0,3%, il maggior aumento dal 2022. E poi c’è il blocco più pesante: la casa. I costi di alloggio crescono dello 0,4% nel mese, il ritmo più alto da agosto. Ecco perché il dato complessivo può apparire “tranquillo” mentre sotto la superficie la storia è più articolata. In breve: i beni si raffreddano con decisione, i servizi rallentano ma con più resistenza. Se serve un’immagine, è l’incendio dopo un temporale: da fuori sembra spento, ma sotto la cenere qualche brace è ancora viva. Guardando il rate of change degli ultimi mesi, la direzione resta chiara e rassicurante: l’inflazione scende, in modo disomogeneo, ma con traiettoria complessiva verso il basso. Se il CPI è la foto in vetrina, il PPI è la cucina. Ed è lì che la storia si fa più nervosa. A novembre l’inflazione all’ingrosso è risalita leggermente: l’indice generale segna +0,2% dopo il +0,1% precedente e su base annua intorno al 3%, mentre il core resta piatto, la lettura più tranquilla degli ultimi tre mesi. Fin qui niente panico. Il punto, però, è sotto la superficie: i beni all’ingrosso accelerano a +0,9%, il dato più forte da febbraio 2024, e circa l’80% del movimento arriva dall’energia. È pressione di costo, non di domanda: l’energia attraversa produzione, trasporto, logistica e distribuzione. E i prezzi alla produzione tendono ad anticipare ciò che i consumatori vedranno più avanti: prima si produce, poi si distribuisce, infine si vende. Se i costi salgono a monte, prima o poi qualcosa arriva a valle. Qui entrano in gioco i margini: quando dazi, importazioni, logistica o energia spingono in alto i costi, le imprese hanno due strade, scaricarli subito sui prezzi finali oppure assorbirli. Oggi una parte significativa della filiera sta scegliendo la seconda, comprimendo i margini per non soffocare la domanda. Lo si vede dalla nostra proxy: l’indicatore è sceso dello 0,8% a ottobre e ancora dello 0,8% a novembre. Finché qualcuno “mangia” i costi, l’inflazione al consumo può sembrare sotto controllo; ma non è una vittoria definitiva, è una tregua: nessuno può regalare margini all’infinito. E quando guardiamo a come hanno reagito i mercati dopo CPI e PPI, spunta un dettaglio chiave: dati “buoni” sulla carta, ma listini in calo, dollaro più forte e rendimenti in lieve rialzo, soprattutto venerdì. Per capire il paradosso bisogna parlare d’oro, quello nero: il petrolio. L’inflazione può risultare “educata” nei numeri, ma se l’energia si muove, la storia cambia in fretta. Silenziosamente, il greggio ha messo a segno un balzo di oltre l’8%, tornando su livelli visti l’ultima volta a settembre 2025. Non perché il mondo abbia finito i barili, ma perché si complica il modo in cui quei barili si muovono: quando la logistica diventa più lenta, rischiosa e incerta, il prezzo anticipa. Le tessere del puzzle sono chiare. L’Iran aggiunge premio di rischio; il Venezuela entra in una zona grigia, dove non sparisce il petrolio ma la certezza con cui arriva; la Russia con la “shadow fleet” tra fermi, ispezioni e sequestri. Non colpisci un giacimento: stringi una tubatura. Il barile esiste, ma viaggia peggio, costa di più, richiede più tempo e porta con sé più rischio. È un riflesso di nervosismo logistico, non una scarsità strutturale. Qui si innesta la Cina, il vero nodo di collegamento. Per anni ha funzionato da valvola di flessibilità per flussi “scomodi”: se quella valvola si restringe, non resta senza greggio, ma deve riorganizzarsi. Spostare volumi verso fornitori più stabili, cambiare rotte, modificare il mix di qualità, adattare tempi, contratti e processi di raffinazione richiede mesi, non giorni. Nel frattempo il prezzo sale non per assenza “assoluta” di petrolio, ma per maggiore frizione nel sistema. E questa frizione non resta confinata al grafico del Brent: si infiltra nell’economia reale. L’energia è un costo di base che entra nei trasporti, nella produzione, nella logistica, nei prezzi all’ingrosso: quando lì qualcosa si inceppa, l’onda arriva anche al consumo finale. Storicamente, il CPI tende a seguire i movimenti del petrolio con un ritardo medio di circa un mese: prima si alzano i costi a monte, poi si diffonde lungo la supply chain, infine arriva allo scontrino. Se il petrolio resta alto abbastanza a lungo, smette di essere rumore di fondo e diventa variabile da monitorare in ogni lettura dei prezzi, non solo negli Stati Uniti. Tanto più in un contesto in cui molte aziende stanno già facendo da cuscinetto comprimendo i margini. Per chiarezza: non stiamo dicendo che il petrolio sia destinato a schizzare alle stelle. Non vediamo una crisi strutturale di domanda o di offerta: l’impatto potenziale nel breve-medio termine è legato più alla frizione che alla scarsità. Ma una quota rilevante del greggio diretto in Cina proviene da aree delicate - Iran, Russia, Sud America - e basta che uno di questi snodi traballi perché non sparisca il barile, ma diventi più complicato farlo arrivare. Riorganizzare rotte, fornitori e contratti richiede tempo, e la storia insegna che fasi di instabilità in Paesi con peso sul mercato petrolifero tendono a farsi sentire sui prezzi. Per questo il petrolio torna variabile da osservare con attenzione nel 2026, soprattutto tra primo e secondo trimestre: non come scenario apocalittico, ma come fattore capace di rientrare nel quadro macro e potenzialmente riaccendere tensioni proprio quando molti pensano che il capitolo inflazione sia archiviato. È come tornare in spiaggia dopo un temporale: il cielo si è schiarito, l’aria è più fresca e il mare sembra calmo, ma sotto la superficie l’acqua continua a muoversi. Il CPI racconta una bonaccia apparente, il PPI sussurra che in cucina i fornelli restano accesi e, al largo, le rotte delle petroliere cambiano senza fare rumore. In giornate così conviene camminare lungo la battigia con passo costante: guardare l’orizzonte, annusare il vento e tenere il ritmo, pronti a sollevare l’orlo dei pantaloni se l’onda arriva un po’ più in fretta del previsto. La settimana dal 19 al 23 gennaio sarà caratterizzata da un’intensa sequenza di dati macroeconomici, con un’attenzione particolare rivolta alla Cina, all’area euro e agli Stati Uniti, nonostante l’avvio condizionato dalla chiusura dei mercati statunitensi per il Martin Luther King Day. Lunedì, con Wall Street chiusa, i riflettori saranno puntati soprattutto sull’Asia. In nottata sono attesi numerosi indicatori dalla Cina, tra cui il PIL del 4° trimestre 2025, i dati su produzione industriale, vendite al dettaglio e tasso di disoccupazione di dicembre, oltre all’aggiornamento sui prezzi delle abitazioni. Dal Giappone arriverà la produzione industriale di novembre, mentre in mattinata l’attenzione si concentrerà sull’inflazione dell’Area Euro di dicembre. Martedì il focus resterà in parte sull’Asia con la riunione della PBoC, osservata attentamente dai mercati per eventuali indicazioni di politica monetaria o di sostegno all’economia. In Europa, la giornata sarà ricca di dati dal Regno Unito, con salari medi, tasso di disoccupazione e richieste di sussidi. Dalla Germania sono attesi i prezzi alla produzione di dicembre e gli indici ZEW di gennaio, insieme al sentiment ZEW dell’Area Euro, indicatori chiave delle aspettative di imprese e investitori. Nel pomeriggio, dagli Stati Uniti, verrà pubblicata la stima weekly di ADP sull’occupazione. Mercoledì l’attenzione si concentrerà principalmente sul Regno Unito, con la pubblicazione dei dati su inflazione e prezzi alla produzione di dicembre, fondamentali per le prospettive di politica monetaria della Bank of England. Dagli Stati Uniti arriveranno invece le vendite pendenti di abitazioni di dicembre, un indicatore rilevante per il settore immobiliare. Giovedì rappresenterà il giorno più denso della settimana. In Asia sono attesi la bilancia commerciale giapponese e i dati sull’occupazione australiana, mentre in Europa verranno pubblicati i verbali dell’ultima riunione della BCE, che offriranno indicazioni preziose sul dibattito interno al Consiglio direttivo e sulle prospettive dei tassi. Nel pomeriggio, l’attenzione dei mercati si sposterà decisamente sugli Stati Uniti, con la diffusione del PIL del terzo trimestre 2025, dell’indice PCE, dei redditi e della spesa personale, oltre alle nuove richieste di sussidi di disoccupazione. A completare il quadro, sono attesi gli indici manifatturiero e composito della Fed di Kansas City e i consueti dati su scorte e produzione di greggio. La settimana si chiuderà venerdì con una serie di indicatori anticipatori molto seguiti. Dal Giappone arriveranno i dati su inflazione e PMI di gennaio, mentre in Europa e nel Regno Unito verranno pubblicati i PMI manifatturieri e dei servizi. Anche dagli Stati Uniti sono attesi i PMI di gennaio, insieme alla fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan, mentre l’area euro diffonderà l’indice di fiducia dei consumatori.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi ad esclusione della Cina. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,37%, China A50 -0,67%, Hang Seng ha chiuso -0,59%, il Nikkei ha chiuso -0,26%, l’Australia +0,48%, Taiwan +1,94%, la Corea del Sud Kospi +0,90%, l’indice Indiano Sensex +0,58%. Il nostro FTSEMib -0,11%, Dax chiuso -0,22%, Ftse100 -0,04%, Cac40 -0,65%, Zurigo -0,47%. Lo S&P500 -0,06%, il Nasdaq -0,06%, il Russell2000 +0,13%. L’oro ha chiuso a 4.595,40 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 59,34$ per il wti e 64,13$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 36,879. Lo spread BTP/BUND 58,240. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,86%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,18%, China A50 -0,65%, Hang Seng ha chiuso -0,98%, il Nikkei ha chiuso -0,77%, l’Australia -0,33%, Taiwan +0,73%, la Corea del Sud Kospi +1,48%, l’indice Indiano Sensex -0,69%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa mentre gli Stati Uniti sono chiusi. L’oro si attesta a 4.674,46 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 59,22$ per il greggio e 63,98$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 92.534 e l’Ethereum 3.200.
Buona giornata e buona settimana.



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