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Pillole di Mercato

(3° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:

Carl Jung: “lasciate cadere ciò che vuole cadere; se lo trattenete, vi trascinerà con sè”

 

L’unico modo per sopravvivere sui mercati finanziari non è la speranza, ma un approccio analitico, quantitativo e fondato sui dati. Chi si è affidato alle sensazioni, ai titoloni in TV o sui giornali, non di rado ha perso denaro “scommettendo” su un crash nel 2025 o, per paura, è rimasto fermo ai margini: così si è lasciato sfuggire un rendimento superiore al +15% dell’S&P 500. Perdere questi treni, soprattutto in un portafoglio di medio-lungo termine, può modificare in modo drastico i risultati futuri. L’economia americana ha chiuso l’anno con numeri solidi: nel terzo trimestre il PIL è cresciuto del 4,3% annualizzato, dopo il +3,8% del trimestre precedente; i consumi delle famiglie sono saliti del 3,5% (vs 2,5% di pochi mesi prima) e gli investimenti non residenziali delle imprese hanno continuato a espandersi, +2,8%. Numeri che, piaccia o no, raccontano una storia diversa da quella del “crollo imminente”: i consumatori hanno speso, l’inflazione non è mai esplosa come previsto e la banca centrale ha iniziato, passo dopo passo, a muoversi verso condizioni più accomodanti. Per questo vale la pena leggere, sempre attraverso i numeri, dove ci stanno portando i dati nel primo trimestre del 2026, lasciando da parte il mantra del “va tutto male” o del “se non è crollato nel 2025 crollerà nel 2026”. Non perché si pretenda di prevedere il futuro che sorprende sempre, ma perché si segue il vantaggio statistico, e quello nasce dai dati, non dalle sensazioni. Partiamo dall’inflazione. Oggi la dinamica dei prezzi negli Stati Uniti racconta qualcosa di molto diverso dal “pronti all’esplosione”. Secondo il Bureau of Labor Statistics, a novembre il CPI headline è salito del 2,7% a/a mentre le misure core oscillano tra 2,6% e 2,8%, i livelli più bassi dal 2021. Non siamo al 2% che la Fed persegue, ma siamo lontani dal 5-6% che nel 2022 toglieva il sonno: è come passare da una febbre a 39 a un 37,5 che, mese dopo mese, continua lentamente a scendere. Va ricordato che il lungo shutdown federale ha reso più complicata la lettura del CPI di novembre e ha lasciato qualche “buco” su ottobre, quindi attendiamo conferme dalle prossime uscite, anche se il trend appare di rallentamento. In ogni caso, i prezzi non sono esplosi come molti temevano al momento dell’annuncio dei dazi di Trump. Spostiamoci sull’occupazione. A dicembre le Non-Farm Payrolls sono cresciute di 50.000 unità, meno delle 66.000 attese e sotto le 56.000 del mese precedente: un rallentamento atteso, parte di una tendenza già in atto. Sotto il cofano, il settore privato crea appena 37.000 posti, mentre il manifatturiero ne perde circa 8.000: le aziende non corrono più come nel post-pandemia. Ma questo raffreddamento non si traduce in un’ondata di licenziamenti: si assume meno, non si scaricano i dipendenti. Lo si vede da due numeri semplici: il tasso di disoccupazione scende dal 4,6% al 4,4% (meglio del 4,5% atteso) e le nuove richieste di sussidio restano intorno a 208.000, con le continuative a 1,914 milioni. Non è la fotografia di un’economia che entra in recessione profonda, ma quella di un “mercato congelato”: entrano meno persone, ne escono poche; non si allarga l’organico, ma lo si conserva. È il tipo di mercato del lavoro che può giustificare qualche taglio dei tassi e un po’ più di prudenza, ma non racconta (ancora) una storia di crisi. Passiamo alla crescita. L’ISM è la lente giusta per osservare la “salute” delle imprese prima che i movimenti compaiano in PIL e occupazione. Sopra 50 c’è espansione, sotto 50 rallentamento/contrazione. Se vuoi capire l’economia americana, guarda i servizi: lì vivono ristorazione, viaggi, sanità, banche e assicurazioni, la vita reale di consumi e redditi. A dicembre l’ISM servizi sale a 54,4, massimo da oltre un anno; ma conta il rate of change: la componente servizi è in espansione da mesi, i prezzi scendono, i nuovi ordini accelerano, le assunzioni ripartono. I nuovi ordini crescono al ritmo più rapido da settembre 2024: non è solo smaltimento di arretrati, ma flussi freschi. L’indice dei prezzi pagati registra la crescita più lenta degli ultimi nove mesi: più lavoro e domanda, ma meno pressione sui costi, la combinazione che una banca centrale desidera. Undici settori su sedici sono in crescita (retail, finanza e assicurazioni, alloggio e ristorazione in testa), cinque in contrazione (tra cui gestione aziendale e alcuni servizi di supporto): un’espansione diffusa, non fragile né concentrata. Sul lato manifatturiero, il quadro resta più debole: ISM sotto 50 da mesi, produzione industriale fiacca con rimbalzi episodici, una tendenza di fondo “sott’acqua”. Ma il peso della manifattura sul PIL USA è molto inferiore a quello dei servizi: questo cambia la lettura d’insieme. Dopo mesi di dati “a zig zag”, distorti anche da import-export e dazi, il Q3 ha mostrato stabilizzazione: crescita del 4,3% annualizzato trainata dai consumi (circa il 68% del PIL). Sulle attese il cambio di narrativa è netto: da uno scenario di -1,5% si è passati a +2,2%. Significa passare dalla paura di una recessione tecnica a un’idea di espansione moderata: metabolizzato lo shock delle tariffe, il contesto appare più vicino a una crescita attorno al 2% che a una contrazione. Mettendo insieme Q3 robusto, consumi forti e stime riviste al rialzo, il quadro è coerente: un’economia che “rallenta” rispetto alle crescite drogate del post-Covid, ma resta in espansione. Non il preludio a un 2026 già in recessione. In sintesi: con i dati di oggi è difficile sostenere una recessione nel 2026. Non per atto di fede, ma perché i numeri non portano lì. Abbiamo un’economia cresciuta del 4,3% annualizzato nel Q3, consumi in aumento, investimenti ancora positivi; un’inflazione che si muove tra 2,6% e 2,8% (la “febbre” scende, non risale); un settore servizi in espansione (ISM 54,4, 11 su 16 settori in crescita) e un mercato del lavoro meno tirato, ma lontano dalla rottura. È l’immagine di un’auto che ha tolto il piede dall’acceleratore dopo anni di corsa, non di un’auto lanciata contro un muro. Da qui la domanda: recessione nel 2026? Guardando solo questi dati, la risposta più onesta è che oggi i numeri descrivono un rallentamento gestito, non un crollo. Da investitori ha senso allora ragionare in termini di “regime”. I regimi economici sono finestre statistiche, inflazione in calo, crescita moderata/forte, rallentamento, ecc., entro cui gli asset tendono a comportarsi in modo ricorrente. Con ciò che osserviamo e con le proiezioni dei modelli statistici e probabilistici, il primo trimestre 2026 assomiglia a un regime di espansione economica: storicamente favorevole ai mercati, con temi/settori che tendono a far meglio (tecnologia, consumi discrezionali, in primis). Questo non significa che il 2026 sarà “facile”: le valutazioni sono elevate, le tensioni geopolitiche restano, le guerre non mancano e Trump continua a rimescolare le carte. La volatilità ci accompagnerà, con fasi d’incertezza e correzioni. Ma una cosa è la volatilità, un’altra è la recessione: e, ad oggi, il quadro pende decisamente più verso la prima che verso la seconda.  I mercati non premiano chi chiude gli occhi e spera: premiano chi apre le finestre e guarda il cielo, anche quando è grigio. Il 2025 ha ricordato che restare fermi per paura costa più che sbagliare un passo; il 2026 chiede di camminare con bussola e non con l’istinto. Non serve indovinare ogni curva: basta restare sulla strada giusta, lasciando che siano i dati, non il rumore, a tracciare il percorso. La settimana dal 12 al 16 gennaio si apre in modo relativamente tranquillo, ma entra rapidamente nel vivo con una serie di dati macroeconomici di primo piano, in particolare dagli Stati Uniti e dall’Europa, che contribuiranno a chiarire il quadro congiunturale di inizio anno e le prospettive di politica monetaria. Lunedì i mercati asiatici saranno parzialmente condizionati dalla chiusura delle piazze giapponesi per festività, con un’agenda macro priva di appuntamenti rilevanti. L’attenzione degli operatori resterà quindi in attesa dei dati dei giorni successivi. Martedì il focus si sposterà sugli Stati Uniti. Nel corso della giornata verranno pubblicati l’indice NFIB di dicembre, utile per valutare il sentiment delle piccole imprese, e l’aggiornamento settimanale sull’occupazione ADP. Il principale market mover sarà però rappresentato dalla pubblicazione dell’inflazione USA di dicembre, dato chiave per le aspettative sulle prossime mosse della Federal Reserve. A completare il quadro, sono attese le vendite di nuove abitazioni, che forniranno indicazioni sullo stato del mercato immobiliare USA. Mercoledì la giornata si aprirà con la bilancia commerciale cinese di dicembre. Nel pomeriggio torneranno protagonisti i dati statunitensi, con la diffusione dei prezzi alla produzione, delle vendite al dettaglio e delle vendite di abitazioni esistenti. Verranno inoltre diffusi i dati settimanali su scorte e produzione di greggio da parte dell’EIA. Giovedì si concentrerà un flusso particolarmente ricco di dati, soprattutto in Europa. Dall’Asia arriveranno i prezzi alla produzione giapponesi, mentre in Europa sono attesi i prezzi all’ingrosso in Germania, una serie di dati macro dal Regno Unito - tra cui PIL, bilancia commerciale e produzione industriale di novembre - e le letture sull’inflazione di dicembre in Francia, Spagna e Italia. In mattinata verranno inoltre pubblicati il PIL tedesco e la produzione industriale italiana, insieme ai dati su bilancia commerciale e produzione industriale dell’area euro. Nel pomeriggio, dagli Stati Uniti arriveranno le nuove richieste di sussidi di disoccupazione e gli indici manifatturiero Empire State di New York e della Fed di Philadelphia. La settimana si chiuderà venerdì con ulteriori dati di rilievo. In Europa è atteso il dato finale sull’inflazione tedesca di dicembre, mentre dagli Stati Uniti arriveranno le rilevazioni sulla produzione industriale di dicembre e l’indice NAHB di gennaio, che misura la fiducia dei costruttori nel settore immobiliare residenziale.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,79%, China A50 -0,11%, Hang Seng ha chiuso +0,24%, il Nikkei +1,60%, l’Australia -0,03%, Taiwan -0,09%, la Corea del Sud Kospi +0,75%, l’indice Indiano Sensex -0,52%. Il nostro FTSEMib +0,10%, Dax chiuso +0,53%, Ftse100 +0,80%, Cac40 +1,44%, Zurigo +0,53%. Lo S&P500 +0,65%, il Nasdaq +0,81%, il Russell2000 +0,78%. L’oro ha chiuso a 4.500,90 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 58,94$ per il wti e 63,34$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 28,374. Lo spread BTP/BUND 63,490. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 14,49%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,97%, China A50 -0,12%, Hang Seng ha chiuso +1,11%, il Nikkei chiuso per festività, l’Australia +0,48%, Taiwan +0,92%, la Corea del Sud Kospi +0,48%, l’indice Indiano Sensex -0,72%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.589,51 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 59,31$ per il greggio e 63,53$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 91.953 e l’Ethereum 3.154.

 

Buona giornata e buona settimana.


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