Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 9 min
(51° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:
Platone: “Possiamo perdonare facilmente un bambino che ha paura del buio; la vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce”
Il grande giorno, quello temuto da chiunque navighi sui mercati, è arrivato: il 10 dicembre. Non solo il giorno in cui la Fed ha tagliato i tassi, ma anche quello in cui ha iniziato a dare qualche indicazione sul percorso che “sconta” per il 2026. Come ripeto spesso, ai mercati e agli investitori non interessa il taglio di 0,25 punti base in sé: non perché non sia rilevante per l’economia, ma perché i mercati si muovono su ciò che si aspettano in futuro, uno, tre, sei mesi più avanti, e lo integrano già nei prezzi. Quando un dato è già scontato da tempo e lo hai letto ovunque, nel 99% dei casi, al momento dell’uscita, il mercato non si muoverà di una virgola. Ed è fondamentale saperlo. Da quel 10 dicembre, quindi, una sola cosa era davvero importante: aprire il cofano e raccogliere ogni dato e ogni parola uscita da quella riunione, per capire non il taglio dei 25 punti base, ma la direzione futura delle possibili politiche monetarie. Partiamo dal verbale pubblicato a fine FOMC, dove la banca centrale mette nero su bianco le proiezioni su tassi, crescita, inflazione e occupazione. Per leggere davvero la posizione della banca centrale sulla crescita dei prezzi bisogna togliere il rumore di fondo: l’inflazione non è affatto domata né tornata al 2%. È vero, rispetto a ciò che ci si aspettava dall’impatto dei dazi siamo lontani anni luce, ma i prezzi continuano a salire mese su mese, colpendo milioni di consumatori. Sui prezzi, quindi, il problema non è risolto: l’inflazione “migliora”, ma non abbastanza da permettere di abbassare la guardia. Lo confermano i PCE più recenti: a settembre l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali è cresciuto dello 0,3% su base mensile, mentre il core (al netto di energia e alimentari) è salito dello 0,2%; su base annua sia l’headline sia il core restano al 2,8%, chiaramente sopra il target del 2%. Tradotto: non accelera, ma fatica a scendere. Il segnale positivo arriva dai servizi, la componente più appiccicosa, dove si intravede un po’ di disinflazione; per ora, però, più stallo che svolta. Non a caso Powell ha ribadito: “Non vogliamo allentare troppo presto e vanificare i progressi fatti, ma nemmeno stringere al punto da creare danni inutili all’economia”. Il significato è preciso: l’inflazione è meno pericolosa di prima, ma abbastanza presente da richiedere una politica monetaria attenta e non lineare. Nelle proiezioni della Fed, il rientro è molto lento, con inflazione ancora intorno al +2,5% nel 2026. Sul lavoro, ricordiamo il doppio mandato della banca centrale: prezzi e piena occupazione. La difficoltà è l’equilibrio tra i due: storicamente, nel tentativo di “salvare” ciò che sembra messo peggio, si rischia di rompere entrambi. I dati oggi raccontano un mercato del lavoro in rallentamento, ma senza segnali tipici di crisi imminente: il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%, massimo a quattro anni, ma resta sotto le soglie storicamente associate alle recessioni. Anche le richieste settimanali di sussidi rafforzano questa lettura: dopo il picco di settembre, si sono visti quattro cali consecutivi, con la penultima a 191.000, minimo da settembre 2022 e molto sotto le attese. Quanto ai licenziamenti annunciati, a novembre se ne contano 71.321: un numero rilevante, concentrato però nei settori che accelerano l’adozione dell’AI. Non è una dinamica ciclica classica: è una trasformazione strutturale, con meno domanda per alcune figure e più efficienza tecnologica; anche per questo, nonostante il raffreddamento, il mercato del lavoro non si sta “rompendo”. I JOLTS puntano nella stessa direzione: offerte di lavoro elevate in termini assoluti (7,67 milioni), assunzioni in calo a 5,15 milioni, tasso di dimissioni all’1,8%, minimo dal 2020. Il messaggio è chiaro: raffreddamento sì, crollo no, e soprattutto in modo graduale. Powell insiste su “raffreddamento graduale” e il documento prevede una disoccupazione che si stabilizza attorno al 4,5%, per poi scendere verso il 4,2% entro il 2027. Sulla crescita, dai verbali emerge un messaggio preciso: “la crescita non è né forte né debole, è instabile”. Alcuni membri vedono un’economia abbastanza robusta da assorbire tassi più alti senza deragliare, altri colgono segnali di una crescita su una corda sottile. La divergenza nasce da un rallentamento non uniforme: non siamo in un ciclo classico in cui tutto scende insieme. Alcuni settori tengono, altri soffrono; la trasmissione di politica monetaria è irregolare; gli effetti dei tassi alti arrivano in ritardo e il timore è accorgersene quando è tardi. La crescita, comunque, mostra resilienza: ISM e PMI indicano espansione, mentre ordini di fabbrica e vendite al dettaglio mostrano rallentamenti nelle ultime letture. Sembra più un riallineamento dopo gli strappi post-pandemia che un’inversione vera e propria. Nelle proiezioni si nota perfino un piccolo aumento prima di una stabilizzazione più avanti, nel 2027-2028. Questa sottigliezza si riflette nel dot plot. Non è una promessa né una roadmap: è una fotografia delle opinioni individuali su dove potrebbero andare i tassi. Quando i puntini sono molto dispersi, il messaggio implicito è potente. In questa riunione la dispersione è evidente: niente grappolo compatto, niente direzione unica. C’è chi vede spazio per ulteriori tagli, chi per una pausa lunga, chi fatica a giustificare un allentamento aggressivo senza segnali più convincenti dall’inflazione. In un contesto simile, la distanza tra i puntini conta più della mediana. In parallelo, c’è un aspetto che nei fatti somiglia a un Quantitative Easing: circa 40 miliardi di dollari al mese di acquisti di Treasury. Powell può dire che non lo è, ma l’effetto di sistema lo ricorda. Per mesi i mercati hanno convissuto con una doppia pressione, tassi elevati e liquidità in riduzione, ma oggi la seconda pressione si è attenuata: il QT di fatto si è fermato. La Fed mantiene una comunicazione prudente sui tassi, ma ha smesso di togliere ossigeno. Nei mercati, spesso, questo conta più di qualsiasi forward guidance: quando il QT si interrompe, le condizioni finanziarie smettono di irrigidirsi; non diventano subito espansive, ma il vento contrario cala. Ecco perché, nonostante il Comitato diviso e un messaggio non rassicurante, abbiamo visto asset di rischio risalire, dollaro indebolirsi e rendimenti scendere. Qui sta la curiosità: da un lato la banca centrale teme l’errore di allentare troppo, dall’altro reimmette liquidità. Qualcuno leggerà la mossa come supporto al sistema bancario, visto il calo delle riserve delle grandi banche: è vero in parte. Ma dal 2019 le banche commerciali, se faticano a reperire liquidità interbancaria, possono ottenerla direttamente dalla banca centrale con i nuovi meccanismi post-crisi dei repo. Il punto è che questa liquidità serve anche a rendere più sostenibile l’enorme debito pubblico americano, abbassando i rendimenti e i costi di finanziamento per lo Stato. È un equilibrio delicato, oggi gestito con più cautela che in passato. Il messaggio complessivo della riunione è meno rassicurante del semplice taglio dei tassi: il costo del denaro scende, ma al mercato non viene data una direzione chiara. È emerso soprattutto un Comitato diviso, che legge gli stessi dati in modo diverso e fatica a convergere su una traiettoria comune. Questo cambia il regime di mercato: quando la banca centrale è compatta, anche una politica restrittiva è digeribile perché gli investitori costruiscono aspettative stabili; quando è spaccata, ogni dato macro diventa un potenziale detonatore che sposta gli equilibri interni. Dal lato macro i problemi non sono spariti: l’inflazione migliora ma resta sopra il comfort; il lavoro rallenta ma non abbastanza per una svolta aggressiva; la crescita regge ma su un equilibrio fragile. Non c’è un’emergenza, ma nemmeno una normalizzazione compiuta e per una banca centrale è lo scenario più complesso da gestire. La vera variabile di supporto è la liquidità: il QT di fatto fermo e un flusso netto positivo cambiano il comportamento dei mercati, non perché qualcuno venga “salvato”, ma perché si è smesso di togliere ossigeno. Anche per questo i mercati tengono nonostante l’incertezza. Per noi investitori il messaggio è pratico: non è il momento delle scommesse direzionali basate su certezze macro che non esistono; contano gestione del rischio, flessibilità e lettura del contesto, non il singolo dato. Non c’è stata una liberazione dei mercati: c’è stato spazio. E quello spazio dipende dall’equilibrio tra dati, liquidità e dinamiche interne al Comitato. In sintesi, il taglio c’è stato ma la divisione resta; la liquidità sostiene, ma in modo instabile; la volatilità non è un incidente, è parte del nuovo regime. In contesti così, la differenza non la fa prevedere il prossimo “dot”, ma saper navigare un mercato che cambia umore molto più velocemente rispetto al passato. Questa Fed “a geometria variabile” crea un mercato guidato più dalle condizioni finanziarie (liquidità, curva, dollaro) che dai soli comunicati. Finché l’inflazione scende a passo di lumaca e il lavoro si raffredda senza rompersi, la banca centrale userà il tempo come strumento principale. Per il portafoglio significa privilegiare qualità e liquidità, calibrare la duration senza inseguire i minimi dei rendimenti, restare selettivi su tech e capex AI e lasciare spazio a ribilanciamenti tattici: in uno scenario di tagli lenti e Comitato diviso, vince chi sa adattarsi più in fretta, non chi indovina la prossima virgola del dot plot. L’agenda macroeconomica che va dal 15 al 19 dicembre 2025 sarà caratterizzata dalla pubblicazione di diversi dati macroeconomici importanti riguardanti le principali economie del Vecchio Continente e degli Stati Uniti. La settimana si apre lunedì con la pubblicazione in Giappone degli indici Tankan relativi al quarto trimestre, fondamentali per valutare il sentiment delle imprese manifatturiere e non manifatturiere. In Asia riflettori puntati anche sulla Cina, da cui arriveranno i dati su prezzi delle abitazioni, produzione industriale, vendite al dettaglio e tasso di disoccupazione di novembre. In Europa spicca invece la produzione industriale dell’area euro, mentre dagli Stati Uniti giungeranno gli indici congiunturali New York Empire State e NAHB, utili per valutare l’andamento del settore manifatturiero e del comparto immobiliare. Martedì la giornata sarà particolarmente ricca di dati, con una nuova raffica di PMI preliminari di dicembre in arrivo da Francia, Germania, Italia, Regno Unito ed Eurozona. In mattinata il Regno Unito pubblicherà i dati sul mercato del lavoro, mentre a livello europeo arriveranno anche gli indicatori ZEW sul sentiment economico. Nel pomeriggio l’attenzione si sposterà sugli Stati Uniti, dove verranno diffusi i dati sul mercato del lavoro relativi a ottobre e novembre - tra cui tasso di disoccupazione, salari medi e Non-Farm Payrolls - oltre alle vendite al dettaglio. Mercoledì la sessione asiatica vedrà la pubblicazione della bilancia commerciale giapponese, mentre nel Regno Unito arriveranno i dati su inflazione e prezzi alla produzione. In Germania verranno diffusi gli indici IFO, mentre l’Eurozona pubblicherà la lettura aggiornata dell’inflazione di novembre. Dagli USA arriveranno i consueti dati EIA sulle scorte e la produzione di greggio. Giovedì resterà alta l’attenzione sulla politica monetaria. In mattinata si parte con la business confidence francese, ma gli appuntamenti chiave arriveranno nel primo pomeriggio: prima la riunione della Bank of England, seguita dalla riunione della BCE, dopo la quale Christine Lagarde terrà la consueta conferenza stampa. Dati rilevanti arriveranno anche dagli Stati Uniti, con la pubblicazione dell’inflazione di novembre, dell’indice manifatturiero della Philadelphia Fed e delle nuove richieste di sussidi di disoccupazione. Completa il quadro la lettura del Leading Index, insieme ai dati regionali della Fed di Kansas City. La settimana si chiuderà venerdì con un’agenda ancora piuttosto densa. Nella notte il Giappone pubblicherà i dati sull’inflazione di novembre, seguiti dalla riunione della Bank of Japan. In Europa usciranno le vendite al dettaglio nel Regno Unito, i prezzi alla produzione in Germania, la fiducia dei consumatori GfK e vari indicatori congiunturali in Francia, Italia e Spagna. Nel pomeriggio, dati importanti dagli Stati Uniti con le vendite di case esistenti e la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan, mentre per l’Eurozona verrà diffusa la lettura sulla fiducia dei consumatori.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,38%, China A50 +0,34%, Hang Seng ha chiuso +1,70%, il Nikkei +1,44%, l’Australia +1,23%, Taiwan +0,62%, la Corea del Sud Kospi +1,38%, l’indice Indiano Sensex +0,43%. Il nostro FTSEMib -0,43%, Dax chiuso -0,45%, Ftse100 -0,56%, Cac40 -0,21%, Zurigo -0,14%. Lo S&P500 -1,07%, il Nasdaq -1,69%, il Russell2000 -1,51%. L’oro ha chiuso a 4.328,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 57,24$ per il wti e 61,12$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 27,684. Lo spread BTP/BUND 69,530. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,74%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,34%, China A50 -0,37%, Hang Seng ha chiuso -1,29%, il Nikkei -1,24%, l’Australia -0,72%, Taiwan -1,17%, la Corea del Sud Kospi -1,44%, l’indice Indiano Sensex -0,28%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.372,65 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 57,48$ per il greggio e 61,37$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 89.530 e l’Ethereum 3.116.
Buona giornata e buona settimana.



Commenti