Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 8 dic 2025
- Tempo di lettura: 9 min
(50° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:
Alda Merini: “Le persone capitano per caso nella nostra vita, ma non a caso. Spesso ci riempiono di insegnamenti. A volte ci fanno volare alto, altre ci schiantano a terra insegnandoci il dolore…donandoci tutto, portandoci vis tutto, lasciandoci niente”
Buona festa dell’Immacolata!
È vero, ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno: feste alle porte, grandi pranzi in famiglia e, se possibile, un po’ di tranquillità. Ma mentre noi entriamo in questa atmosfera, i mercati non dormono mai: restano in movimento, pronti a fare la loro mossa. E se noi percepiamo un clima di “relax”, nel mondo finanziario si sta alzando un polverone. Da una parte è partito il countdown per il 10 dicembre, giornata cruciale: il FOMC della Federal Reserve, la riunione che con le sue decisioni di politica monetaria muove un effetto domino sull’economia globale. Stavolta però c’è un elemento diverso: sul tavolo ci sono le scommesse degli investitori sui tagli attesi lungo il 2026. Dall’altra parte dell’Atlantico c’è l’Europa, ferma e silenziosa in modalità “pre-festiva”: crescita piatta, inflazione quasi immobile e sbilanciata tra Paesi, con un’Italia intorno all’1% e una Germania sopra il 2%. E più a est c’è il Giappone, per anni grande “sponsor” della liquidità mondiale, soprattutto americana, che ora inizia a tirare i remi in barca. Questi tre punti si incrociano tutti alla fine del 2025 e possono condizionare il 2026. Partiamo dagli USA, perché nella testa degli investitori una data è fissa: 10 dicembre. Le probabilità di un taglio da 25 punti base, dopo montagne russe di aspettative, sono schizzate all’86%, rendendo quasi scontato che il taglio ci sarà. Ma i mercati non guardano a pochi giorni: si posizionano su ciò che reputano più probabile nel futuro. Dopo aver “digerito” che i dazi di Trump non hanno lasciato un segno strutturale e che l’inflazione non era il mostro temuto, hanno iniziato a prezzare via via più tagli. Il problema è che dall’altra parte c’è la Fed, che nei suoi dot plot ha sempre mostrato meno tagli di quanti ne scontasse il mercato. Oggi la Fed vede un solo taglio entro fine 2026, mentre il mercato prezza 59 pb, due tagli pieni più una probabilità intorno al 50% di un terzo entro l’anno. Questo deve chiarire una cosa: il 10 dicembre non sposterà i mercati per l’annuncio in sé del taglio; tutta l’attenzione sarà sulle parole di Powell e sulla spaccatura del voto, per capire se la banca centrale intende allinearsi al pricing del mercato per il 2026. Ciò che possiamo fare come investitori è osservare lo scenario più probabile e la direzione dell’economia USA, per capire se abbia senso aspettarsi un calendario continuo di tagli. Guardiamo i dati freschi, a partire dall’ISM. Nei servizi, la componente più pesante del PIL, l’indice sale a 52,6: sopra 50, quindi crescita, con Business Activity a 54,5 e nuovi ordini a 52,9. Non è un boom, ma è espansione sostenuta da retail, intrattenimento, ristorazione, sanità e parte del settore pubblico. La componente prezzi scende a 65,4 da 70: ancora alta ma al minimo da sette mesi, segnale di raffreddamento, seppur su livelli scomodi. L’occupazione nei servizi resta sotto 50 (48,9) da sei mesi, ma migliora lentamente: non crea posti in modo aggressivo, però smette di deteriorarsi. La parte debole resta la manifattura: Manufacturing ISM a 48,2, nono mese sotto 50, con nuovi ordini a 47,4, backlog in assottigliamento e aziende che segnalano licenziamenti e delocalizzazioni legate ai dazi. Il PMI S&P Global, con metodologia diversa, continua a mostrare un’economia più resiliente, in espansione sia su manifattura sia su servizi da mesi. Sul fronte consumi, le vendite al dettaglio chiudono a +0,2% (sotto attese e mese precedente), segnale di breve rallentamento; ma allargando lo sguardo alla variazione annua, la tendenza è ancora rialzista. Occupazione: raffreddamento sì, crisi no. La disoccupazione resta su livelli bassi, intorno al 4,4%, ben lontana da livelli recessivi. Le richieste di sussidio calano da fine settembre: l’ultima lettura segna -27.000, a 191.000 nella settimana del Ringraziamento, quarta discesa consecutiva e livello più basso da settembre 2022, sotto le attese. I licenziamenti annunciati a novembre (71.321) riflettono anche rimpiazzi tecnologici legati all’AI. L’ADP conferma debolezza: +103.000 nuovi posti privati, uno dei minimi dell’anno. Inflazione: dinamica contenuta nonostante gli effetti tariffari recenti. Il PCE, la misura preferita dalla Fed, è uscito come sperava il mercato: più morbido e “pulito”. Il core scende al 2,8% a/a, un decimo sotto attese; su base mensile +0,2%, compatibile con una convergenza graduale verso il 2%. L’headline è al 2,8% (+0,3% m/m), con energia più stabile. Sommando tutto: mercato del lavoro in rallentamento ordinato, inflazione sopra target ma non fuori controllo, crescita solida con fisiologiche debolezze. In questo contesto è difficile immaginare un ciclo di allentamento aggressivo: i presupposti non ci sono, con i dati di oggi. E infatti il 10 dicembre conterà meno il taglio in sé, già scontato, e più il messaggio tra le righe: quanto la Fed vorrà avvicinarsi allo scenario che il mercato prezza? Quanto cercherà di frenare le aspettative? Riunione da seguire fino all’ultima parola. Uno sguardo all’Europa. Il Vecchio Continente si muove in “sonno leggero”: né vera ripresa né deterioramento evidente. Produzione area euro +0,3% nell’ultimo trimestre, PIL +0,2%, UE +0,3%. È crescita fiacca, ma pur sempre crescita, in una traiettoria mai interrotta dall’inizio anno (+0,6%, +0,1%, +0,2%). Non è stato il commercio estero a sostenere, bensì la domanda interna: consumi resilienti, investimenti che tengono e mercato del lavoro abbastanza solido. Inflazione vicina all’obiettivo ma non “in cassaforte”: novembre al 2,2% a/a (da 2,1% ottobre), core stabile e servizi leggermente in aumento. La BCE parte da un’impostazione diversa rispetto alla Fed: dal 2024 i tassi sono scesi dal 4% al 2%, e il Board, Lagarde inclusa, definisce la stance “in buona posizione”, né troppo restrittiva né troppo morbida, in attesa di dati più dirimenti. L’Europa sorprende in tenuta, anche sui dazi, ma resta disomogenea: Germania ferma (0% t/t nel Q3 2025), Italia invariata dopo -0,1% nel trimestre precedente; Spagna più dinamica; Francia con bilanci complessi. È un equilibrio sottile, dove un passo falso pesa molto. Da qui il dibattito sui tagli: falchi e colombe divisi. I primi vedono salari al 4%, inflazione al 2,2% e core al 2,4%: niente ragioni per allentare. Le seconde prevedono inflazione sotto 2% nel medio periodo e apertura a nuovi tagli nel 2026. Ne esce una “attesa attiva”: economia che tiene, prezzi non ancora domati. La domanda è per quanto la BCE potrà restare ferma senza gravare su una crescita fragile. In un quadro eterogeneo, lo spread tra politiche monetarie conta ancora di più: il differenziale dei tassi orienta la forza o la debolezza delle valute. Capitolo Giappone, la “banca centrale informale” del mondo per quasi trent’anni. Dopo la bolla anni ’90, deflazione persistente: consumi fermi, prezzi bloccati. La BoJ ha costruito un regime unico: tassi zero/negativi, QE massiccio, YCC, acquisti di JGB. Prestarsi yen non costava nulla e il carry trade è diventato un ingranaggio globale: prendi yen a costo quasi zero, converti in dollari/euro, investi su asset con rendimento maggiore. Una macchina efficiente che ha sostenuto flussi e liquidità per decenni. Oggi quel pilastro si muove. Con Covid, supply chain inceppate, energia cara e stimoli fiscali imponenti, l’inflazione supera il 2% e ci resta. Mentre le altre banche centrali alzano forte, la BoJ tiene: tassi a zero, YCC difeso, liquidità aperta; risultato: yen debole, import più costosi, potere d’acquisto eroso proprio mentre i salari ripartono. L’inflazione smette di essere transitoria, si allarga a settori insensibili per anni; famiglie protestano, governo preoccupato, imprese chiedono certezze. Il mercato dei JGB manda segnali: il biennale supera l’1% (prima volta dal 2008), aste più tese, investitori che chiedono premio. La BoJ allarga i corridoi, poi ammette che valuta un rialzo; quando arriva il primo aumento, anche se piccolo, è storico: si chiude l’era del denaro gratis. Nasce il dilemma: ogni decimo in più di rendimento pesa su un debito/PIL enorme, impossibile replicare la Fed 2022, ma restare fermi impoverisce i risparmiatori via inflazione importata e yen debole. Questo paradosso ha ricadute globali. Se i JGB rendono di più e i Treasury di meno (per tagli Fed), lo spread si restringe, il rischio cambio aumenta e il carry in yen perde attrattiva. Inoltre, gli investitori giapponesi, un pilastro della domanda di Treasury, trovano ora alternativa domestica in valuta locale: meno flussi strutturali verso i bond USA, pressione al rialzo sui rendimenti americani; possibile rientro di capitali che alimenta vendite su asset globali finanziati in yen e più volatilità su azioni, credito e valute. La BoJ potrebbe alzare ancora? In teoria sì, perché l’inflazione non è del tutto rientrata e il mercato del lavoro è rigido con aumenti salariali inediti da decenni; in pratica lo spazio è limitato: ogni rialzo aumenta il costo del debito e mette pressione su bilanci bancari pieni di JGB. La via più probabile è una normalizzazione graduale, a piccoli passi e con comunicazione molto cauta. Per i mercati il punto non è solo “il Giappone alza”: è che il bancomat che ha finanziato per quarant’anni il debito USA si sta inceppando. Se i titoli giapponesi offrono ritorno e Tokyo preferisce trattenere il rischio in casa, cambia la matematica che ha reso sostenibile il debito americano: meno domanda automatica di Treasury, più sensibilità a ogni dato su inflazione e crescita. Al tempo stesso, la fine del denaro gratis in yen mette in crisi il carry: ogni rafforzamento dello yen può innescare chiusure di posizioni a leva su azioni, bond o crypto, con ondate improvvise di risk-off. Per noi investitori significa che la volatilità diventa la normalità. Vale la pena monitorare tre elementi: balzi improvvisi del decennale USA, scatti bruschi di USD/JPY, e quei momenti in cui gli indici scendono rapidamente mentre i Treasury faticano a salire. Non è scenario da panico, ma da portafogli più solidi: meno dipendenza da una sola fonte di liquidità, più attenzione al rischio tasso e cambio, maggiore selettività sugli asset rischiosi. Il vecchio accordo implicito, il Giappone finanzia l’America, volge al termine; il nuovo regime sarà più nervoso, ma per chi gestisce il rischio con disciplina può aprire occasioni migliori di ingresso e ribilanciamento. L’agenda macroeconomica che va dall’8 al 12 dicembre 2025 sarà caratterizzata dalla pubblicazione di diversi dati macroeconomici importanti riguardanti le principali economie del Vecchio Continente e degli Stati Uniti. La settimana si apre con un calendario ricco di indicatori macroeconomici provenienti da Asia, Europa e Stati Uniti. Nella notte il Giappone pubblicherà il PIL del terzo trimestre. A seguire, la Cina diffonderà la bilancia commerciale di novembre. L’Europa entrerà in scena con la produzione industriale tedesca di ottobre e con l’indice Sentix sulla fiducia degli investitori, barometro del sentiment sull’Eurozona. Nel pomeriggio, gli Stati Uniti chiuderanno la giornata con le aspettative di inflazione dei consumatori. Martedì 9 dicembre l’attenzione sarà inizialmente rivolta all’Australia, da cui arriveranno il dato sulla fiducia delle imprese NAB e, poco dopo, la riunione della RBA. In Europa la Germania pubblicherà la bilancia commerciale di ottobre, mentre negli Stati Uniti usciranno l’indice NFIB sulla fiducia delle piccole imprese, l’ADP weekly sull’occupazione, i nuovi posti di lavoro JOLTS e, in serata, l’asta del Treasury a 10 anni. Mercoledì 10 dicembre sarà una giornata intensa. In Asia il Giappone pubblicherà i prezzi alla produzione di novembre, mentre dalla Cina arriveranno i dati di inflazione e prezzi alla produzione. In Europa l’Italia diffonderà la produzione industriale di ottobre, mentre nel pomeriggio gli Stati Uniti pubblicheranno i dati EIA sulle scorte e la produzione di greggio. Il momento clou della settimana arriverà però in serata con la riunione della Fed e la successiva conferenza stampa di Jerome Powell. Giovedì 11 dicembre sarà dominato dal comparto energetico grazie alla pubblicazione dei report mensili di IEA e OPEC. In parallelo, gli Stati Uniti comunicheranno i prezzi alla produzione di novembre e le nuove richieste di sussidi di disoccupazione. La settimana si chiuderà venerdì 12 dicembre con una serie di dati europei. Nella notte il Giappone diffonderà la produzione industriale di ottobre, mentre alle 8:00 il Regno Unito pubblicherà un set completo di indicatori: PIL mensile, bilancia commerciale e produzione industriale. A seguire, Francia e Spagna comunicheranno i dati di inflazione di novembre.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,71%, China A50 +0,86%, Hang Seng ha chiuso +0,42%, il Nikkei -1,15%, l’Australia +0,19%, Taiwan +0,67%, la Corea del Sud Kospi +1,63%, l’indice Indiano Sensex +0,37%. Il nostro FTSEMib -0,20%, Dax chiuso +0,61%, Ftse100 -0,45%, Cac40 -0,09%, Zurigo +0,33%. Lo S&P500 +0,19%, il Nasdaq +0,31%, il Russell2000 -0,38%. L’oro ha chiuso a 4.224,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 60,18$ per il wti e 63,81$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 27.266. Lo spread BTP/BUND 69,450. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 15,41%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,44%, China A50 +1,01%, Hang Seng ha chiuso -1,12%, il Nikkei +0,13%, l’Australia -0,12%, Taiwan +1,15%, la Corea del Sud Kospi +1,34%, l’indice Indiano Sensex -0,41%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura piatta mentre gli Stati Uniti sono positivi. L’oro si attesta a 4.245,35 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 60,18$ per il greggio e 63,85$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 91.633 e l’Ethereum 3.138.
Buona giornata e buona settimana.



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