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Pillole di Mercato

(45° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:

Francesco Alberoni: “La costanza somiglia per molto tempo ad un niente di fatto, per poi all’improvviso diventare un fatto compiuto”

 

È stata una settimana densa, una di quelle in cui una sola frase può cambiare il ritmo dei mercati globali. Powell l’ha pronunciata con la calma di chi sa che ogni parola pesa: “un ulteriore taglio a dicembre non è affatto scontato.” Una frase semplice, ma capace di scatenare una reazione a catena. Perché, come sempre, ciò che muove davvero i mercati non è tanto ciò che accade, quanto ciò che si pensa accadrà. Partiamo dai fatti. La Federal Reserve ha tagliato i tassi di 25 punti base, come tutti si aspettavano. Ma il punto non è il taglio in sé - quello era già stato prezzato da settimane - bensì il messaggio che lo accompagna. Powell ha scelto di non promettere nulla per il futuro, e questo, in un momento in cui i mercati speravano in un ciclo di tagli prolungato, è bastato per spostare gli equilibri. Dentro la Fed, la spaccatura è ormai evidente. La governatrice Schmid, da Kansas City, avrebbe voluto lasciare tutto com’era, mentre Steven Mirren ha chiesto un taglio doppio, da 50 punti base. Due visioni opposte che raccontano bene la confusione del momento. Non si tratta solo di divergenze tecniche, ma del sintomo di un dilemma più profondo: come bilanciare un’economia ancora resiliente con un’inflazione che, pur scesa dai picchi, resta sopra il target del 2%. Powell si muove in un contesto complicato. Da un lato, lo shutdown federale ha rallentato la pubblicazione dei dati macro, rendendo la navigazione più incerta. Dall’altro, le tensioni geopolitiche e la politica dei dazi voluta dall’amministrazione Trump hanno introdotto nuovi elementi di distorsione. I segnali di stress sulla liquidità, intanto, cominciano ad affiorare: le riserve bancarie presso la Fed sono scese sotto i 3.000 miliardi di dollari, e alcuni spread - come quello tra SOFR e IORB - segnalano una crescente sete di liquidità da parte del sistema bancario. Per contenere queste tensioni, la Fed ha dovuto riattivare il mercato dei repo, cioè tornare a iniettare denaro nel sistema in cambio di titoli di Stato. Un “quantitative easing mascherato”, lo chiamano alcuni analisti. E questo apre una domanda scomoda: com’è possibile che, mentre Powell esclude nuovi tagli, la banca centrale torni di fatto ad allentare le condizioni di liquidità? La risposta è che la Fed oggi sta camminando su un filo sottilissimo. Da una parte deve evitare di soffocare l’economia; dall’altra non può permettersi di far ripartire un’inflazione che ha già mostrato segni di risveglio. I prezzi, infatti, sono tornati a salire, in parte spinti dai dazi imposti da Washington su Cina, Europa e Messico. L’inflazione core PCE è ora attesa al 2,8% nel 2025, in rialzo rispetto alla precedente stima del 2,6%, e anche l’indice CPI ha confermato un aumento del 3% annuo. Il paradosso è che, nonostante questo quadro, l’economia americana continua a reggere. Il PIL cresce tra il 2% e il 3% annuo, l’occupazione si sta raffreddando ma senza cedimenti drammatici, e i salari si mantengono solidi. Powell stesso ha parlato di “raffreddamento, non crisi”. Le assunzioni rallentano, ma il mercato del lavoro resta forte. È proprio per questo che il taglio di ottobre va letto come un “taglio di aggiustamento”, non l’inizio di un ciclo. Dietro questa prudenza c’è però un disallineamento profondo tra la Fed e i mercati. Gli investitori prezzano quasi il doppio dei tagli che la banca centrale ha messo sul tavolo: tre modesti interventi entro il 2026 contro i sei che il mercato immagina. È il classico caso in cui “le cattive notizie diventano buone notizie”: ogni segnale di rallentamento economico viene letto come un motivo per sperare in nuovi tagli. Ma quando Powell dice che non sono affatto scontati, la realtà torna a bussare. Dopo la riunione, la probabilità di un nuovo taglio a dicembre è scesa dal 90% al 60%, il dollaro si è rafforzato e i rendimenti del decennale americano sono risaliti sopra il 4%. Una reazione perfettamente coerente con l’idea di una Fed che vuole tenersi margine di manovra. E mentre tutto questo accade, un’altra storia si intreccia in sottofondo: quella della liquidità. Il Quantitative Tightening, cioè la riduzione del bilancio della Fed, si è di fatto concluso. Powell non lo ha detto esplicitamente, ma il messaggio è chiaro: il sistema non può permettersi troppa sete di denaro. È come se la banca centrale avesse deciso di togliere il piede dal freno, ma senza ancora toccare l’acceleratore. Guardando oltre l’America, anche l’Europa vive un equilibrio delicato. La BCE, per la terza volta consecutiva, ha lasciato invariati i tassi al 2%. Christine Lagarde ha parlato di una politica monetaria “in un buon posto”, frase che suona come un invito alla calma. L’inflazione è ormai vicina al target, con il dato di ottobre al 2,1% e una core al 2,4%, mentre la crescita del PIL nell’Eurozona ha sorpreso in positivo (+0,2% nel trimestre). Ma Lagarde sa che la stabilità attuale è fragile: l’Europa resta vulnerabile, stretta tra un rallentamento industriale e un’eccessiva dipendenza dalle decisioni americane e asiatiche. Eppure, nel quadro globale, c’è un mercato che continua a sorprendere: il Giappone. Lì il Nikkei vola sui massimi storici, sostenuto da riforme strutturali, incentivi fiscali e un cambio ancora competitivo. Tokyo si conferma una delle piazze più solide del 2025, favorita anche dal ritorno di capitali verso i settori industriali, assicurativi e finanziari. In sintesi, la partita che si gioca oggi non è tra chi taglia e chi non taglia, ma tra chi saprà mantenere il controllo. Powell ha scelto di restare prudente, consapevole che l’economia americana non ha bisogno di uno stimolo d’urgenza. I mercati, invece, continuano a chiedere ossigeno, abituati a un decennio di liquidità illimitata. La verità è che il vero allentamento, quello che conta davvero, potrebbe non essere nei tassi ma nella gestione della fiducia. E in questo, la Fed sta cercando di fare la cosa più difficile di tutte: frenare senza spegnere il motore. L’agenda macroeconomica che va dal 3 al 7 novembre 2025 sarà caratterizzata dalla pubblicazione di diversi dati macroeconomici importanti riguardanti le principali economie del Vecchio Continente e gli Stati Uniti. Ricordiamo che molti dati macro degli USA potrebbero essere posticipati finché durerà lo stato di shutdown del governo. Lunedì 3 novembre sarà una giornata intensa sul fronte dei PMI manifatturieri: verranno pubblicati i dati di Cina, Eurozona, Regno Unito e Stati Uniti. In particolare, dagli USA arriveranno anche l’ISM manifatturiero di ottobre. In Asia-Pacifico, focus sull’Australia, che diffonderà il PMI manifatturiero e i permessi di costruzione di settembre. I mercati giapponesi resteranno chiusi per festività. Martedì 4 novembre sarà la volta della Reserve Bank of Australia, che terrà la propria riunione di politica monetaria. In Europa, la Spagna pubblicherà i dati sul tasso di disoccupazione, mentre dagli Stati Uniti arriveranno i nuovi lavori JOLTS e gli ordini di fabbrica, entrambi utili per monitorare la solidità del mercato del lavoro e della domanda industriale americana. Mercoledì 5 novembre sarà una giornata densa di dati sul fronte europeo e americano. In Asia si attendono i verbali della Bank of Japan, che potrebbero offrire spunti sul percorso di politica monetaria. In Europa, focus sui PMI servizi e composito di ottobre per Italia, Germania, Francia e Spagna, oltre ai dati su produzione industriale francese e vendite al dettaglio italiane. A livello dell’Eurozona verranno pubblicati i PMI aggregati e i prezzi alla produzione. Negli Stati Uniti riflettori sull’occupazione ADP di ottobre, anticipatore dei dati ufficiali sul lavoro, insieme all’ISM servizi e al report settimanale EIA sulle scorte di greggio. Giovedì 6 novembre si aprirà con i dati su bilancia commerciale australiana e PMI servizi giapponese, ma il focus principale sarà sull’Europa. In Germania verranno pubblicati i dati di produzione industriale, mentre l’Eurozona diffonderà le vendite al dettaglio di settembre, utili per valutare la tenuta dei consumi. Grande attesa nel Regno Unito per la riunione della Bank of England. Negli Stati Uniti dovrebbero arrivare le nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione. Venerdì 7 novembre si chiuderà con una raffica di dati cruciali. Dalla Cina giungerà la bilancia commerciale di ottobre, importante per valutare la dinamica delle esportazioni in un contesto di domanda globale debole. In Europa saranno pubblicate le bilance commerciali di Germania e Francia e l’indice dei prezzi delle abitazioni Halifax per il Regno Unito. Per gli Stati Uniti dovrebbero essere rilasciati i tanto attesi dati sul mercato del lavoro e la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più deboli. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,77%, China A50 -1,53%, Hang Seng ha chiuso -1,10%, il Nikkei +2,25%, l’Australia -0,04%, Taiwan -0,19%, la Corea del Sud Kospi +0,50%, l’indice Indiano Sensex -0,18%. Il nostro FTSEMib -0,06%, Dax chiuso -0,67%, Ftse100 -0,44%, Cac40 -0,44%, Zurigo -0,61%. Lo S&P500 +0,26%, il Nasdaq chiuso +0,61%, il Russell2000 +0,54%. L’oro ha chiuso a 4.013,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 60,98$ per il wti e 64,77$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 31,122. Lo spread BTP/BUND 75,110. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 17,44%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,48%, China A50 +0,38%, Hang Seng ha chiuso +1,00%, il Nikkei chiuso per festività, l’Australia +0,15%%, Taiwan +0,36%, la Corea del Sud Kospi +2,64%, l’indice Indiano Sensex +0,06%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura poco sopra la parità mentre gli Stati Uniti sono positivi. L’oro si attesta a 4.024,85 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 61,38$ per il greggio e 665,19$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 107.410 e l’Ethereum 3.723.

 

Buona giornata e buona settimana.


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