Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 6 ott
- Tempo di lettura: 6 min
(41° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:
Crescita personale: “Se stai cercando una persona che ti cambierà la vita…da un’occhiata allo specchio”
Ottobre è tradizionalmente il mese in cui i mercati rialzano la testa. È un periodo di rimbalzi, di entusiasmo, di stagionalità favorevole. E non parliamo solo di azioni: anche il Bitcoin, da anni, mostra una forte tendenza a muoversi al rialzo proprio in questa fase dell’anno. Mentre i giornali riempiono le prime pagine con titoli su dati del lavoro deboli, shutdown, tensioni politiche e minacce di recessione, i mercati guardano altrove. Guardano avanti, come spesso accade. In questi giorni, il termine “shutdown” è ovunque. Ma in questa newsletter non voglio ripetere ciò che hai già letto mille volte. Qui voglio spiegarti come questo tipo di eventi — politici, economici o istituzionali — impattano davvero sui mercati finanziari, e cosa ci raccontano tra le righe dei numeri. Lo shutdown di bilancio, in breve, si verifica quando entro il primo ottobre il Congresso americano non trova un accordo sul budget di spesa. I soldi ci sono, ma non è chiaro come e in che misura vadano distribuiti tra i vari settori pubblici. Risultato: molti dipendenti federali smettono temporaneamente di essere pagati, alcuni vengono messi in congedo non retribuito, diverse agenzie sospendono i servizi non essenziali. Ma attenzione: le funzioni fondamentali, pagamento del debito, sicurezza nazionale, previdenza, difesa, restano sempre garantite. Spesso si fa confusione tra due concetti:
· Shutdown di bilancio, che è ciò che accade oggi, e riguarda la spesa pubblica ordinaria.
· Debt ceiling crisis, che invece si verifica quando non si trova un accordo per innalzare il tetto del debito.
Quest’ultimo è un evento molto più grave, perché blocca l’emissione di nuovi titoli e può portare gli Stati Uniti sull’orlo di un default tecnico. Non è questo il caso, anche se i media amano confondere le due cose per creare panico. Gli shutdown, poi, possono essere parziali o totali. Alcune agenzie restano operative perché dispongono di fondi residui, altre si fermano del tutto. È per questo che lo “spegnimento” del governo non è mai uniforme. Storicamente, non si tratta di una novità: dagli anni ’70 a oggi gli Stati Uniti ne hanno vissuti oltre una dozzina. Alcuni sono durati pochi giorni e sono passati quasi inosservati; altri, più lunghi, hanno lasciato qualche scia di incertezza. Il più famoso resta quello del 2018-2019, sempre sotto l’amministrazione Trump: 35 giorni di stop, il più lungo della storia americana. In quell’occasione circa 800.000 dipendenti pubblici restarono senza stipendio per più di un mese. Eppure, nonostante l’impatto psicologico, i numeri raccontano una storia diversa da quella che ci si aspetterebbe: nessuna recessione, nessun crollo dei mercati, nessuna crisi duratura. Gli studi stimano un impatto medio sul PIL compreso tra lo 0,1% e lo 0,2%, che viene poi recuperato quando i dipendenti ricevono gli arretrati. Nel 2019, dopo il lungo shutdown, l’economia perse circa 3 miliardi di dollari, appena lo 0,03% del PIL. E l’S&P 500, tre mesi dopo, guadagnava già l’11%. Storicamente, dunque, uno shutdown provoca solo un po’ di volatilità, qualche seduta nervosa e un breve aumento del VIX, ma poi i mercati tendono a risalire. Il vero impatto, oggi, è di natura più politica che economica. Negli anni ’80 o ’90 un evento del genere era eccezionale; oggi, invece, è diventato quasi un’abitudine, un’arma di ricatto tra Congresso e Casa Bianca. Non è più un segnale di crisi temporanea, ma il simbolo di un’America che non riesce più a trovare stabilità istituzionale. E questa instabilità, più che gli effetti economici, è ciò che sta lentamente erodendo la fiducia dei mercati. Non solo quella dei cittadini americani, ma anche quella degli investitori globali. Il dollaro, dall’inizio dell’amministrazione Trump, ha perso oltre il 12% sul DXY; i rendimenti dei Treasury a lungo termine restano elevati, segno che il mercato chiede un premio di rischio sempre maggiore. In pratica, prestare soldi agli Stati Uniti oggi costa di più, perché la fiducia non è più granitica come un tempo. Questo genera un effetto a catena: meno fiducia significa meno domanda di Treasury, quindi minore liquidità e più difficoltà per il Tesoro a collocare titoli. Solo nel 2025 gli Stati Uniti dovranno emettere oltre 11.000 miliardi di dollari in debito pubblico. E se gli investitori internazionali dovessero voltare le spalle, l’unica soluzione sarebbe un maggiore intervento della Federal Reserve. E qui arriviamo al vero nodo: la Fed. La banca centrale americana è in una posizione scomoda, stretta tra due forze contrapposte. Da un lato deve sostenere il mercato del lavoro, che mostra segni di rallentamento. Dall’altro deve tenere a bada l’inflazione, che con il PCE al 2,9% resta sopra l’obiettivo del 2%. Powell l’ha detto chiaramente: l’obiettivo è ridurre i tassi, sì, ma con cautela. Il problema è che con lo shutdown gli uffici statistici, come il Bureau of Labor Statistics, sono fermi. I dati su occupazione e inflazione — i due pilastri su cui si basano le decisioni della Fed — rischiano di arrivare in ritardo. In altre parole, la banca centrale potrebbe trovarsi a decidere “alla cieca”, senza una bussola. Questo è un rischio concreto, perché i mercati, oggi, sono ipersensibili alle aspettative sui tassi. Gli investitori scontano già fino a quattro tagli entro la fine del 2026, mentre la Fed ne prevede al massimo due o tre. Basta poco — un segnale mal interpretato, una comunicazione ambigua — per innescare una correzione significativa. Ecco perché, anche se lo shutdown di per sé non è pericoloso, il contesto in cui si inserisce lo rende più delicato del solito. Il rischio vero non è l’assenza temporanea di dati, ma il lento deteriorarsi della fiducia verso gli Stati Uniti e il crescente peso della politica sulle istituzioni economiche. In conclusione, possiamo dirlo: lo shutdown, preso singolarmente, non ha mai causato una crisi. Ma sommato a tassi elevati, debito crescente, fiducia in calo e una banca centrale sotto pressione politica, diventa un tassello di un puzzle più ampio. Un puzzle che non esplode dall’oggi al domani, ma che logora il sistema giorno dopo giorno. E ogni volta che si ripresenta, questa crepa diventa un po’ più profonda. L’agenda macroeconomica che va dal 6 al 10 ottobre 2025 sarà caratterizzata dalla pubblicazione di diversi dati macroeconomici importanti riguardanti le principali economie del Vecchio Continente e gli Stati Uniti. La settimana si apre lunedì 6 ottobre con i mercati cinesi ancora chiusi per festività. In Europa, saranno diffusi i dati su fiducia degli investitori Sentix per ottobre e sulle vendite al dettaglio di agosto, informazioni utili per valutare il sentiment dei consumatori e la dinamica dei consumi nel Vecchio Continente. Martedì 7 ottobre i mercati cinesi rimarranno chiusi ancora. In Europa, focus sul Regno Unito con l’indice prezzi case Halifax di settembre e sulla Germania con gli ordini alle fabbriche di agosto, mentre dagli Stati Uniti dovrebbe (per il dati USA il condizionale è d'obbligo visto lo shutdown) essere rilasciata la lettura della bilancia commerciale di agosto. Mercoledì 8 ottobre si conferma la chiusura dei mercati cinesi. In Germania saranno pubblicati i dati sulla produzione industriale di agosto, mentre negli Stati Uniti attenzione alle scorte e produzione di greggio e ai verbali della Federal Reserve. Giovedì 9 ottobre vedrà la pubblicazione dei dati sulla bilancia commerciale tedesca di agosto e dei verbali della BCE. Dagli Stati Uniti da seguire il discorso del governatore della Fed Jerome Powell, lato dati macro dovrebbero essere rilasciate le letture delle richieste di sussidi di disoccupazione e le vendite del commercio all’ingrosso di agosto. La settimana si chiude venerdì 10 ottobre con l’Italia che diffonderà i dati sulla produzione industriale di agosto, mentre dagli Stati Uniti sarà pubblicata la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan di ottobre, indicatore importante per comprendere le aspettative dei consumatori e il possibile andamento dei consumi.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso misti, ma con diversi mercati ancora chiusi per festività. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiuso per festività, China A50 chiuso per festività, Hang Seng chiuso -0,79%, il Nikkei +1,79%, l’Australia +1,52%, Taiwan +1,26%, la Corea del Sud Kospi chiuso per festività, l’indice Indiano Sensex -0,13%. Il nostro FTSEMib +0,42%, Dax chiuso -0,18%, Ftse100 +0,67%, Cac40 +0,31%, Zurigo +0,66%. Lo S&P500 +0,01%, il Nasdaq chiuso -0,28%, il Russell2000 +0,72%. L’oro ha chiuso a 3.908,90 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 60,88$ per il wti e 64,53$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 31,438. Lo spread BTP/BUND 84,290. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 16,65%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi, ma con diversi mercati ancora chiusi per festività. Nei singoli paesi lo Shanghai composite chiuso per festività, China A50 chiuso per festività, Hang Seng chiuso -0,79%, il Nikkei +4,84%, l’Australia -0,16%, Taiwan chiuso per festività, la Corea del Sud Kospi chiuso per festività, l’indice Indiano Sensex +0,32%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 3.966,07 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 61,77$ per il greggio e 65,44$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 123.432 e l’Ethereum 4.519.
Buona giornata e buona settimana.

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