Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 25 ago
- Tempo di lettura: 6 min
(35° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:
Pablo Picasso: “Ci sono pittori che trasformano il sole in un punto giallo. Ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano un punto giallo nel sole”
Ben ritrovati e per chi di voi è ancora in vacanza buon proseguimento!
I mercati si chiedono se abbiano davvero toccato il loro picco e, in realtà, non c’è nulla di strano nel vedere una discesa dopo un lungo rally: gli indici non possono salire all’infinito e qualche ritracciamento è naturale. La vera sfida per gli investitori non è prevedere il massimo o il minimo, ma comprendere quali segnali guidano i movimenti e cosa raccontano i numeri. In questi giorni viviamo un periodo di montagne russe, con dati contrastanti che rendono più difficile l’interpretazione. Un esempio concreto arriva dal simposio di Jackson Hole, evento di fine agosto che sembra una conferenza accademica ma che rappresenta uno dei palcoscenici più influenti della politica monetaria globale. È stato qui che nel 2010 Bernanke lanciò il QE2 e Draghi introdusse i primi segnali sugli stimoli in Europa. Non si tratta di un meeting ufficiale, ma quello che viene detto viene ascoltato con la massima attenzione perché spesso anticipa le mosse delle banche centrali nei mesi successivi. Quest’anno l’attesa era tutta per Jerome Powell, perché i mercati hanno un chiodo fisso: capire quanti tagli ai tassi farà la Fed e con quale ritmo. La banca centrale ha un doppio mandato, ossia garantire piena occupazione e stabilità dei prezzi, ma oggi si trova a gestire due pressioni opposte: da una parte l’inflazione che accelera, complice l’effetto dazi, dall’altra un mercato del lavoro che comincia a raffreddarsi. Se la Fed taglia i tassi sostiene crescita e occupazione, ma rischia di alimentare i prezzi. È una situazione paradossale, come avere una nave che affonda con due persone a bordo e un solo salvagente: bisogna scegliere chi salvare. Per i mercati la domanda è proprio questa, quale rischio considererà più grave la Fed? Sul fronte inflazione, i dati hanno iniziato a mostrare segnali evidenti. Il CPI core è salito ai massimi da febbraio, trainato soprattutto dalla componente dei beni, come abbigliamento e arredamento, più vulnerabili ai dazi. Anche il PPI ha segnato l’aumento più forte dal 2023, con le aziende che hanno smesso di assorbire i rincari scaricandoli direttamente sui consumatori. Sul mercato del lavoro, invece, la debolezza è diventata lampante. L’ultimo NFP ha mostrato solo 73.000 nuovi posti, ma il colpo più duro è arrivato con le revisioni: i mesi precedenti sono stati rivisti drasticamente al ribasso, con quasi 100.000 posti “spariti”. Le richieste di sussidi sono salite oltre le attese e quelle continuative hanno toccato il livello più alto dal 2021, segnalando difficoltà crescenti per chi perde il lavoro a trovarne un altro. In questo scenario, i mercati hanno oscillato bruscamente sulle aspettative di taglio dei tassi. Subito dopo l’NFP la probabilità di un taglio a settembre era data al 100%, ma è scesa sotto il 75% nei giorni successivi, complice la paura che la Fed rimanesse concentrata solo sull’inflazione, sostenuta da dati PMI più forti delle attese. Alla vigilia del discorso di Powell, prevaleva l’idea di una Fed più restrittiva. Poi il presidente ha sorpreso, aprendo con cautela a un taglio dei tassi già a settembre. Ha ribadito che le decisioni saranno basate esclusivamente sui dati e non seguiranno un percorso prestabilito, difendendo l’indipendenza dell’istituzione dalle pressioni politiche. Ha anche annunciato la fine della strategia di inflation targeting medio introdotta nel 2020, riaffermando come obiettivo centrale il 2% ma valutando i percorsi medi invece che reagire subito a ogni deviazione. Sul lavoro, Powell ha descritto la situazione come un equilibrio fragile, con rallentamento sia della domanda che dell’offerta di lavoratori. Ha avvertito che i rischi al ribasso potrebbero materializzarsi rapidamente, traducendosi in un aumento veloce della disoccupazione. Sull’inflazione ha riconosciuto che i dazi stanno già incidendo sui prezzi, e sebbene nello scenario base li consideri transitori, ha ammesso che la trasmissione lungo le catene di approvvigionamento potrebbe richiedere più tempo, prolungando l’incertezza. Il messaggio è stato volutamente bilanciato: da un lato l’apertura a un taglio dei tassi ha rassicurato i mercati, dall’altro la Fed non intende abbassare la guardia sul rischio di inflazione. Non è un via libera, ma un invito a guardare con attenzione i dati mese dopo mese. La reazione di Wall Street è stata immediata e positiva, con i mercati che hanno alzato al 90% la probabilità di un taglio di 25 punti base a settembre. Questo ha spinto il dollaro al ribasso e i rendimenti a breve termine a scendere. Ma attenzione agli entusiasmi facili: gli effetti delle tariffe sono ora tangibili e nessuno può prevedere l’impatto reale di un’ondata di dazi di questa portata. Inoltre, dai verbali dell’ultima riunione emerge un disallineamento tra le aspettative del mercato e quelle della Fed, che prevede meno tagli nel 2026 rispetto a quanto scontano gli investitori. Powell ha parlato di flessibilità, ma ha chiarito che seguirà i dati. Sul fronte delle imprese, il contesto resta positivo. I colossi della tecnologia stanno investendo cifre colossali in intelligenza artificiale, circa 700 miliardi di dollari solo in data center, pari al 2,2% del PIL USA, con un effetto stimato di +1,3% sulla crescita, più che sufficiente a compensare l’impatto annuo dei dazi. A questo si aggiungono il sostegno fiscale dei tagli alle tasse e quello monetario dei futuri tagli della Fed, creando un mix favorevole. Anche gli utili sorprendono: ci si aspettava un +3% negli EPS, invece è arrivato un +10,5%, con oltre la metà delle aziende che ha alzato la guidance, evento raro in un contesto di incertezza. I margini restano solidi e i consumi, che valgono il 60% del PIL USA, continuano a sostenere l’economia. Powell ha quindi offerto ai mercati la conferma che cercavano, ma il quadro resta fragile e dipendente da dati che verranno monitorati con estrema attenzione. L’agenda macroeconomica che va dal 25 al 29 agosto 2025 sarà caratterizzata dalla pubblicazione di diversi dati macroeconomici importanti riguardanti le principali economie del Vecchio Continente e gli Stati Uniti. Lunedì 25 agosto, in Germania sarà pubblicato l’indice IFO del mese corrente, termometro della fiducia delle imprese, mentre dagli Stati Uniti arriveranno l’indice sull’attività nazionale della Fed di Chicago e i dati sulle vendite di nuove abitazioni e sull’indice manifatturiero della Fed di Dallas. Martedì 26 agosto l’attenzione si sposterà sull’Australia, con la pubblicazione dei verbali della RBA, e sulla Francia, con l’indice di fiducia dei consumatori di agosto. Nel pomeriggio i riflettori saranno puntati sugli Stati Uniti, con una raffica di dati: ordini di beni durevoli, prezzi delle case di giugno, fiducia dei consumatori del Conference Board e l’indice manifatturiero della Fed di Richmond. Mercoledì 27 agosto sarà più leggero, con il rapporto GFK sulla fiducia dei consumatori tedeschi e, come ogni settimana, i dati americani sulle scorte e la produzione di greggio. Molto più intensa la giornata di giovedì 28 agosto, con focus sull’Italia e l’Europa al mattino: usciranno gli indicatori di fiducia di agosto e le vendite industriali di giugno per l’Italia, oltre agli indicatori di fiducia dell’area euro. In serata, dopo la chiusura di Wall Street, Nvidia pubblicherà i risultati trimestrali. Nel pomeriggio arriveranno dagli Stati Uniti alcuni dei dati più attesi: la seconda lettura del PIL del secondo trimestre, l’indice PCE, le nuove richieste di sussidi di disoccupazione, le vendite di abitazioni pendenti e gli indici della Fed di Kansas City. La settimana si chiuderà con una raffica di dati venerdì 29 agosto. Dal Giappone arriveranno le statistiche più attese: inflazione di agosto, tasso di disoccupazione, produzione industriale, vendite al dettaglio e cantieri edili residenziali di luglio. In Europa, focus su vendite al dettaglio tedesche, inflazione e PIL francesi, inflazione spagnola, tasso di disoccupazione tedesco, PIL italiano del secondo trimestre e inflazione di agosto. Nel pomeriggio sarà la volta degli Stati Uniti, con la bilancia commerciale dei beni, il deflatore PCE, i dati su redditi e spesa personale, il PMI Chicago e la fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +1,45%, China A50 +2,67%, Hang Seng ha chiuso a +0,93%, il Nikkei +0,89%, l’Australia -0,57%, Taiwan ha chiuso a -0,82%, la Corea del Sud Kospi +0,86%, l’indice Indiano Sensex -0,85%. Il nostro FTSEMib +0,69%, Dax chiuso +0,29% Ftse100 +0,13%, Cac40 +0,40%, Zurigo +0,19%. Lo S&P500 +1,49%, il Nasdaq +1,57%, il Russell2000 +3,86%. L’oro ha chiuso a 3.418,50 ollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 63,66$ per il wti e 67,63$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 33,573. Lo spread BTP/BUND 83,380. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 14,22%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,90%, China A50 +1,22%, Hang Seng ha chiuso a +2,10%, il Nikkei +0,33%, l’Australia +0,09%, Taiwan ha chiuso a +2,34%, la Corea del Sud Kospi +1,07%, l’indice Indiano Sensex +0,19%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura debole così come negli Stati Uniti. L’oro si attesta a 3.409,65 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 63,76$ per il greggio e 67,27$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 112.550 e l’Ethereum 4.709.
Buona giornata e buona settimana.

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