Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 4 ago
- Tempo di lettura: 6 min
(32° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:
Socrate: “Piuttosto che avere successo con l’inganno, fallisci con onore”
La domanda che tutti si stanno ponendo è cosa stia realmente firmando Bruxelles, inclusi noi italiani, al di là della narrativa mediatica che presenta questo accordo commerciale con gli Stati Uniti come un trionfo diplomatico. A uno sguardo più attento, infatti, emergono forti asimmetrie che rivelano uno squilibrio sostanziale a favore di Washington. L’intesa assomiglia più a una tregua che a una vera pace: l’Europa ha evitato il peggio, come dazi al 50%, accettando però una tariffa fissa del 15% su tutte le esportazioni verso gli USA. Trump, dal canto suo, ottiene un successo politico interno, consolidando entrate sicure dalle tariffe. A ciò si aggiungono impegni imponenti da parte di Bruxelles, come investimenti da 600 miliardi negli Stati Uniti e un aumento significativo delle importazioni di energia americana per 750 miliardi, con il risultato di un passaggio dalla dipendenza dalla Russia a una quasi totale dagli USA, ma a condizioni economiche peggiorative. Il principio dell’indipendenza energetica, tanto evocato in passato, sembra così essere stato accantonato. La riduzione delle tariffe può sembrare un sollievo per settori come l’automotive tedesco, che passa dal 25% al 15%, ma per altri comparti si traduce in un peggioramento: chi esportava con un dazio al 10% ora vede quel valore salire. Acciaio e alluminio, inoltre, restano soggetti a tariffe elevate al 50%. Nel complesso, l’Europa ha sì evitato una crisi immediata, ma ha pagato un prezzo elevato sul piano della sovranità e delle prospettive economiche future, mentre le cause strutturali del conflitto – come il surplus europeo e il deficit americano – restano immutate. I mercati hanno inizialmente reagito con entusiasmo, tornando su massimi storici. Ma nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto, mentre ancora si celebrava l’accordo, è arrivata un’altra ondata di dazi che colpisce paesi extra-europei, con nuove tariffe in vigore dal 7 agosto: 39% per la Svizzera, 35% per il Canada, 25% per l’India, 15% per la Corea del Sud, 19% per l’Indonesia, e così via per oltre cinquanta paesi. La reazione dei mercati non si è fatta attendere: tra giovedì e venerdì il Nasdaq ha perso il 3% dai massimi e le borse europee hanno registrato ribassi intorno al 5%. Nonostante ciò, lo scenario va osservato con lucidità: l'S&P 500, dopo mesi di salita ininterrotta paragonabile al rimbalzo post-Covid, ha segnato solo due sedute negative. La situazione è delicata e merita monitoraggio continuo, ma non va interpretata come un crollo strutturale. Resta fondamentale affrontare il contesto con approccio analitico, basato sui dati e non sulle emozioni. A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunto il dato sul PIL statunitense, pubblicato poche ore prima della riunione del FOMC: +3% nel secondo trimestre, ben sopra le attese del 2,6% e in netta ripresa dal -0,5% del primo trimestre. Ma questa accelerazione nasconde una distorsione: il boom del PIL è in buona parte attribuibile alla dinamica delle importazioni, che dopo un primo trimestre in forte crescita – in vista dell’introduzione dei dazi – sono crollate del 30,3%. Una dinamica contabile, non un rafforzamento reale dell’economia. La spesa personale resta debole, con un +1,4%, e gli investimenti aziendali sono rallentati bruscamente, passando dal +10,3% all’1,9%. In questo contesto, la Fed ha mantenuto i tassi fermi, resistendo alle pressioni politiche. Internamente, il board è diviso: due membri nominati da Trump hanno votato per un taglio immediato. Powell ha ribadito che l’inflazione core resta sopra il 2% e che la linea restrittiva rimane appropriata. Ha anche sottolineato che l’economia è resiliente e che la crescita non sembra frenata dalle attuali condizioni monetarie. Tuttavia, dopo la riunione, sono usciti due dati cruciali che potrebbero modificare il quadro. Il primo è il PCE core, l’indicatore preferito dalla Fed per misurare l’inflazione, salito al 2,8% annuo, il ritmo più rapido del 2025. Il secondo è il dato sull’occupazione di luglio, pubblicato venerdì, che ha mostrato un mercato del lavoro in chiaro rallentamento: solo 73.000 nuovi posti creati, disoccupazione in salita al 4,2% e una media mensile degli ultimi tre mesi di appena 35.000 nuovi occupati, il dato più debole da anni. I salari risultano stagnanti e la difficoltà nel trovare lavoro cresce, riducendo la capacità di spesa di famiglie e imprese. In parallelo, aumentano i licenziamenti nel pubblico e in settori colpiti dai tagli federali. La Fed si trova quindi di fronte a una doppia sfida: da un lato un’inflazione che resta elevata e minacciata dai nuovi dazi, dall’altro un’economia che mostra segnali di raffreddamento. Dopo questi ultimi dati, i mercati prezzano con l’80% di probabilità un taglio dei tassi già a settembre, contro il 60% di pochi giorni prima. Il dollaro ha inizialmente beneficiato del dato sul PIL e della maggiore chiarezza commerciale portata dagli accordi con Europa e Giappone, ma l’uscita del dato sulla disoccupazione ha cambiato la narrativa. Ora gli operatori si aspettano un’inversione di rotta dalla Fed, in un contesto dove la pressione sui policymaker resta elevata e l’equilibrio macro si fa sempre più fragile. L’agenda macroeconomica che va dal 4 al 8 agosto 2025 sarà caratterizzata dalla pubblicazione di diversi dati macroeconomici importanti riguardanti le principali economie del Vecchio Continente e gli Stati Uniti. Lunedì mattina, l’attenzione sarà puntata sulla Spagna, visto che è in agenda il tasso di disoccupazione di luglio, seguito alle 10:30 dalla fiducia degli investitori Sentix nell’Area Euro. Nel pomeriggio i riflettori saranno puntati sugli Stati Uniti, con la pubblicazione dei dati su beni durevoli e ordinativi alle fabbriche di giugno. Martedì sarà una giornata cruciale per l’intero comparto dei servizi, con la pubblicazione dei PMI in sequenza dai principali Paesi europei e dagli Stati Uniti. La mattinata sarà dominata dai dati di Francia, Spagna, Italia, Germania e Regno Unito, mentre nel pomeriggio sarà la volta di quelli statunitensi, inclusi il PMI di S&P Global e l’indice ISM. In parallelo, si segnaleranno la produzione industriale francese e la bilancia commerciale americana. Mercoledì 6 agosto sarà caratterizzato da un’attenzione particolare alla Germania, con la pubblicazione degli ordini alle fabbriche, e all’Italia, con la produzione industriale di giugno. A livello europeo, le vendite al dettaglio completeranno il quadro dei consumi. Sul fronte statunitense, da monitorare il consueto aggiornamento settimanale sulle scorte di petrolio greggio da parte dell’EIA. Giovedì si aprirà con il dato sulla bilancia commerciale cinese di luglio. A seguire, sarà la volta di diversi dati europei: indice dei prezzi delle case nel Regno Unito, produzione industriale e bilancia commerciale tedesca, e la bilancia commerciale francese. Particolarmente rilevante sarà la riunione della Bank of England, attesa alle 13:00: gli operatori cercheranno segnali sulla direzione futura della politica monetaria. Dagli USA, nel pomeriggio, arriveranno le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione e le vendite all’ingrosso. Infine, venerdì 8 agosto sarà diffuso il tasso di disoccupazione francese per il secondo trimestre.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,54%, China A50 -0,55%, Hang Seng ha chiuso a -0,60%, il Nikkei -0,57%, l’Australia -0,85%, Taiwan ha chiuso a -0,46%, la Corea del Sud Kospi -3,81%, l’indice Indiano Sensex -0,81%. Il nostro FTSEMib -2,55%, Dax chiuso -2,56% Ftse100 -0,70%, Cac40 -2,91%, Zurigo -0,80%. Lo S&P500 -1,60%, il Nasdaq -2,24%, il Russell2000 -2,08%. L’oro ha chiuso a 3.413,80 ollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 67,33$ per il wti e 69,67$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 33,972. Lo spread BTP/BUND 86,000. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 20,38%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere per lo più positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,23%, China A50 +0,35%, Hang Seng ha chiuso a +0,62%, il Nikkei -1,48%, l’Australia -0,12%, Taiwan ha chiuso a -0,46%, la Corea del Sud Kospi +0,92%, l’indice Indiano Sensex +0,22%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come negli Stati Uniti. L’oro si attesta a 3.411,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 67,28$ per il greggio e 69,47$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 114.333 e l’Ethereum 3.534.
Buona giornata e buona settimana.

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