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Pillole di Mercato

(31° settimana - anno 2025)

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Citazione del giorno:

Vitti M.: “Dicono che il mondo è di chi si alza presto. Non è vero. Il mondo è di chi è felice di alzarsi”

 

Il tema ricorrente della settimana è stato il cosiddetto “tariff tango”, con l’ultimatum del 1° agosto sui dazi ormai imminente. Gli Stati Uniti hanno già siglato accordi con Regno Unito e Giappone con dazi rispettivamente al 10% e 15%, e Bruxelles potrebbe accettare la soglia del 15% pur di evitare un’escalation. In cambio, l’Europa si dice pronta ad aumentare gli acquisti di energia e semiconduttori statunitensi, ma rimane il rischio che nuove richieste dell’amministrazione americana facciano saltare tutto. In quel caso, l’UE ha già predisposto tariffe di rappresaglia su oltre 100 miliardi di dollari di esportazioni USA. Questo è il testo che avevo preparato ieri sera, ma poi è sopraggiunta la notizia che ho anticipato, con un accordo trovato e che rispecchia quasi nella sua totalità quello che avevo descritto. Ma entriamo nel dettaglio. Trump e von der Leyen, faccia a faccia in Scozia, dentro il sontuoso silenzio del Golf Club di Turnberry. Ma stavolta niente tè, niente foto di rito. Stavolta si fa sul serio. Dopo mesi di minacce, tweet, rinvii e dichiarazioni al vetriolo, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno trovato un accordo. O almeno così dicono. Il cuore dell’intesa? Un dazio unico al 15% sulla stragrande maggioranza delle merci europee esportate negli USA. Auto, semiconduttori, farmaci. Tutto incluso. O quasi. Perché su acciaio e alluminio, Trump non ha voluto cedere: le tariffe restano al 50%. E sugli alcolici? Esclusi. Per ora. Ma è sulle dichiarazioni divergenti che si gioca la vera partita. Per von der Leyen, l’accordo è chiaro: dazio al 15% anche su farmaci e chip. Per Trump, no. “I farmaceutici? Fuori dall’accordo. Devono essere prodotti in America.” E così, nel giro di poche ore, la chiarezza dell’intesa è già finita nel mirino. Ma facciamo un passo indietro. Perché questo accordo è importante? Perché evita un’escalation. Perché protegge, almeno in parte, il commercio transatlantico. E perché arriva in un momento delicatissimo, con Trump che continua a promettere dazi a destra e a manca, e l’Europa che cercava disperatamente di evitare l’ennesima batosta al suo export, già traballante. Sul fronte auto, la notizia è positiva: si passa da tariffe al 27,5% al 15%. Una boccata d’ossigeno per la Germania e per l’Italia. Ma attenzione: questo non è un ritorno allo status quo. È un compromesso. E come tutti i compromessi… ha un prezzo. In cambio, l’Europa si impegna ad acquistare 750 miliardi di dollari in energia americana. Una cifra monstre. Valida per l’intero mandato presidenziale di Trump. E non è finita: ci sono anche armi e investimenti militari. Altri 600 miliardi, promessi ma ancora da dettagliare. È un pacchetto da 1.350 miliardi. E in tutto questo, resta un punto interrogativo enorme: quanto durerà? Già, perché Trump ha chiarito che non ci saranno ulteriori proroghe. L’1 agosto resta la scadenza. Se non si firmano i dettagli, scattano i dazi. Tutti. E non è un bluff. Il segretario al Commercio Lutnick ha già annunciato che entro due settimane verranno decise anche le tariffe sui semiconduttori. Il messaggio è chiaro: o l’Europa accetta il nuovo equilibrio, o si torna alla guerra commerciale. Ursula dal canto suo ostenta ottimismo. Parla di “stabilità”, di “chiarezza”, di “una tariffa unica senza cumuli, tutto compreso”. Dice che si tratta dell’accordo più grande mai raggiunto tra le due sponde dell’Atlantico. E snocciola la lista dei settori a dazi zero: aeromobili, apparecchiature per semiconduttori, farmaci generici, materie prime, prodotti agroalimentari. Un tentativo di salvare il salvabile. Di blindare almeno alcuni settori strategici. Ma c’è chi invita alla prudenza. Giorgia Meloni, da Addis Abeba, dice chiaramente: “Bene l’accordo, ma finché non vedo i dettagli, non giudico”. E ha ragione. Perché la vera partita si gioca ora, sui documenti tecnici, sulle clausole, sulle eccezioni. E soprattutto, sulla fiducia. Perché oggi Trump stringe la mano, ma domani… può cambiare idea. Il cancelliere tedesco Merz tira un sospiro di sollievo: “Abbiamo evitato una crisi commerciale. Il nostro settore auto è salvo.” Ma anche lui ammette: avrebbe voluto di più. Tariffe più basse. Più apertura. Più Europa. E invece l’UE, ancora una volta, si ritrova a inseguire. E intanto il Parlamento europeo si prepara ad analizzare l’accordo. Roberta Metsola promette che l’Europarlamento “farà la sua parte”, ma sarà tutto tranne che una passeggiata. Perché dietro la facciata delle dichiarazioni di facciata, resta un dubbio gigantesco: questo è davvero un accordo equilibrato? O è solo una resa ben confezionata? Sul fronte macroeconomico, i dati statunitensi mostrano un quadro a due velocità. L’indice PMI composito di S&P Global è salito a 54,6, il livello più alto da dicembre. Tuttavia, mentre i servizi accelerano a 55,2, la manifattura scivola sotto quota 50, a 49,5, segnalando contrazione. A conferma di questa debolezza industriale, gli ordini di beni durevoli sono crollati del 9,3% a giugno, indicando un rallentamento degli investimenti aziendali. In parallelo, le richieste di sussidio di disoccupazione sono scese a 217.000 unità, segnando il minimo da tre mesi e suggerendo una persistente solidità del mercato del lavoro. In Europa, il PMI dell’area euro è risalito a 51, massimo da quasi un anno, trainato dai servizi, mentre la manifattura resta ancora sotto quota 50. L’inflazione di giugno è tornata al 2%, centrando il target della BCE. In Germania, l’indice Ifo è salito a 88,6, ma permane un certo scetticismo sulla capacità della locomotiva tedesca di riprendere velocità. In Asia, il Giappone segue un andamento simile: i servizi sono in espansione, ma la manifattura segna un PMI a 48,8, in territorio recessivo. Le banche centrali restano al centro dell’attenzione in un delicato equilibrio tra prudenza e pressioni politiche. Negli Stati Uniti, Trump ha visitato la Federal Reserve, affermando che Powell sembra “pronto a tagliare i tassi”. La Fed, tuttavia, mantiene una posizione attendista, ribadendo la volontà di raccogliere ulteriori dati prima di modificare il costo del denaro. L’inflazione resta elevata, con l’indice dei prezzi pagati a 61,9, e il mercato del lavoro si conferma robusto. La BCE ha lasciato i tassi invariati (deposito 2,00%, rifinanziamento 2,15%, prestito marginale 2,40%), ma Christine Lagarde ha chiarito che ogni eventuale mossa futura dipenderà dall’andamento dei salari e dell’inflazione. I mercati, tuttavia, continuano a scommettere su un taglio nei prossimi mesi. In Giappone, si attende la riunione della Bank of Japan, che potrebbe sorprendere i mercati modificando la sua politica ultra-espansiva, con potenziali effetti sullo yen. Nel mercato valutario, il dollaro ha recuperato terreno dopo un inizio di settimana incerto, sostenuto dai dati macroeconomici positivi e da una maggiore chiarezza sui negoziati commerciali. L’indice del dollaro è risalito a 97,63, mentre l’euro è rimasto stabile intorno a 1,175. La sterlina, penalizzata da dati deboli sulle vendite al dettaglio di giugno, è scesa a 1,34 dollari e ha perso terreno anche contro l’euro, toccando quota 0,874, il minimo da aprile. Gli operatori iniziano a ipotizzare che la Bank of England possa adottare un atteggiamento più accomodante rispetto ad altre banche centrali. Sul fronte obbligazionario, il rendimento del Treasury decennale si è leggermente contratto al 4,39%, mentre in Europa i rendimenti sono rimasti stabili, sostenuti dall’atteggiamento cauto della BCE. Gli operatori si sono mossi con prudenza, in attesa delle prossime decisioni di Fed e Bank of Japan: da un lato i dati macro statunitensi rafforzano la tesi di un rinvio dei tagli, dall’altro il contesto globale invita alla cautela. Le materie prime hanno chiuso la settimana in ribasso. Il Brent è sceso a 68,44 dollari al barile e il WTI a 65,16, livelli che non si vedevano da tre settimane. Le preoccupazioni riguardano un possibile rallentamento della domanda globale di greggio, legato da un lato alla stretta monetaria, dall’altro all’ipotesi di un aumento dell’offerta dovuto all’allentamento delle sanzioni contro il Venezuela. Anche i metalli preziosi hanno ceduto terreno: l’oro è calato dell’1,1%, attestandosi a circa 3.340 dollari l’oncia, penalizzato dal rafforzamento del dollaro e dall’ottimismo sui negoziati commerciali. Andamento simile per argento, platino e palladio, anch’essi in correzione. Nel comparto cripto, la settimana è stata all’insegna del consolidamento. Dopo aver toccato un nuovo massimo storico a 123.000 dollari, il Bitcoin si è stabilizzato intorno a 116.700, restando vicino ai massimi ma mostrando un raffreddamento fisiologico, anche in attesa della riunione della Fed. Se i tassi dovessero restare invariati più a lungo, parte degli investitori potrebbe tornare a guardare ai titoli di Stato. Il contesto di fondo resta comunque positivo per il settore, anche grazie all’approvazione del GENIUS Act, la nuova normativa statunitense che disciplina le stablecoin. Ethereum ha mantenuto i massimi dell’anno, restando intorno a 3.795 dollari. Nella settimana entrante, l’attenzione sarà focalizzata sulla riunione della Federal Reserve prevista per il 30 e 31 luglio. Un eventuale taglio dei tassi potrebbe alimentare ulteriormente l’ottimismo dei mercati, mentre una conferma della linea attuale rafforzerebbe il dollaro. Infine, sul fronte societario, i riflettori saranno puntati sulle trimestrali dei colossi tecnologici e sull’attesa decisione della Bank of Japan, che potrebbe riservare sorprese. La settimana che inizia domani si preannuncia densa di appuntamenti cruciali per i mercati globali. Sotto i riflettori degli investitori ci saranno i meeting della Federal Reserve e della Bank of Japan, gli aggiornamenti sul sentiment dei direttori degli acquisti, i famigerati PMI, in Cina ed i dati sull'andamento del mercato del lavoro statunitense.  Lunedì 21 luglio. In apertura di settimana, riflettori puntati sulla Germania, con la pubblicazione dell’indice relativo ai prezzi all’importazione, utile per valutare le pressioni inflazionistiche in ambito commerciale. Martedì 22 luglio. Dagli Stati Uniti giungeranno diversi indicatori macroeconomici di rilievo: l’attenzione sarà rivolta all’andamento dei prezzi delle abitazioni, al numero di nuove offerte di lavoro e al livello di fiducia espresso dai consumatori. Mercoledì 23 luglio. Giornata cruciale sul fronte macroeconomico. In Europa, verranno diffuse le stime preliminari del Prodotto Interno Lordo per Italia, Germania e intera Area Euro. Negli Stati Uniti saranno pubblicati i dati ADP sull’occupazione privata, la prima lettura della crescita del PIL nel secondo trimestre e l’indice dei compromessi di vendita nel settore immobiliare. In ambito monetario, si terranno le riunioni dei comitati direttivi della Bank of Canada e della Federal Reserve. Giovedì 24 luglio. Durante la notte europea l’attenzione si sposterà sull’Asia, con il meeting della Bank of Japan e la pubblicazione degli indici PMI manifatturiero e dei servizi della Cina. In Europa, focus su Italia, Francia e Germania con la diffusione delle stime preliminari sull’inflazione. Per Italia e Zona Euro saranno inoltre aggiornati i dati relativi al tasso di disoccupazione. Negli Stati Uniti, l’agenda prevede l’uscita delle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, dei dati su redditi e spese personali, e successivamente l’indice PMI di Chicago dopo l’apertura dei mercati. Venerdì 25 luglio. Chiusura di settimana all’insegna dei dati macroeconomici europei e statunitensi. Per l’Eurozona verrà pubblicata la stima preliminare dell’inflazione di giugno insieme alla versione definitiva degli indici PMI manifatturieri. Negli Stati Uniti, la fiducia dei direttori degli acquisti sarà accompagnata dagli aggiornamenti sul mercato del lavoro, con particolare attenzione al tasso di disoccupazione e ai nuovi occupati non agricoli (non-farm payrolls).

 

VENERDI’

I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,34%, China A50 -0,65%, Hang Seng ha chiuso a -1,12%, il Nikkei -0,91%, l’Australia -0,46%, Taiwan ha chiuso a +0,11%, la Corea del Sud Kospi +0,20%, l’indice Indiano Sensex -0,46%. Il nostro FTSEMib +0,31%, Dax chiuso -0,32% Ftse100 -0,20%, Cac40 +0,21%, Zurigo -0,75%. Lo S&P500 +0,40%, il Nasdaq +0,24%, il Russell2000 +0,40%. L’oro ha chiuso a 3.335,60 ollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 65,16$ per il wti e 68,44$ per il brent inglese.  Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 32,499. Lo spread BTP/BUND 86,500. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 14,93%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.

 

PRE-APERTURE

I listini dell’Asia si avviano a chiudere misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,05%, China A50 -0,13%, Hang Seng ha chiuso a +0,42%, il Nikkei -0,99%, l’Australia +0,33%, Taiwan ha chiuso a +0,26%, la Corea del Sud Kospi +0,15%, l’indice Indiano Sensex +0,08%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 3.396,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 65,61$ per il greggio e 68,11$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 119.308 e l’Ethereum 3.914.

 

Buona giornata e buona settimana.

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