Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 21 lug
- Tempo di lettura: 7 min
(30° settimana - anno 2025)

Citazione del giorno:
Kiyosaki R.: “Le idee non valgono nulla se non le metti in pratica”
L’indice Fear and Greed segna livelli di avidità estrema, fotografando un clima di mercato dominato da ottimismo e spinta al rischio. Le principali borse mondiali continuano a mettere a segno nuovi record, con l’S&P 500, il Nasdaq, il DAX e Bitcoin che aggiornano i massimi storici. Ma tra l’entusiasmo si insinua una domanda cruciale: davvero i dazi in programma per il primo agosto verranno rinviati, ridotti o addirittura annullati? Oppure questa euforia, che molti definiscono parte del cosiddetto “TACO trade” – ossia l’idea che Trump minacci ma poi non agisca – sta preparando il terreno a una decisione definitiva? Se prima le tariffe erano un mezzo per negoziare, oggi sembrano sempre più una mossa già scritta. Il presidente americano si sente rafforzato: i mercati sono saliti, le entrate fiscali generate dai dazi sono ai massimi storici e sono già impiegate per sostenere i nuovi tagli fiscali appena approvati. In questo scenario, dal suo punto di vista, il timing per alzare la posta è perfetto. Nel frattempo, l’economia statunitense si mostra ancora solida, anche se non mancano segnali da monitorare. I dati settimanali sulle richieste di sussidi di disoccupazione confermano un mercato del lavoro ancora resiliente, mentre il PPI rallenta, segnalando un contesto di disinflazione in atto, nonostante alcune componenti core, come i beni durevoli, mostrino un certo sostegno ai prezzi. L’inflazione di giugno ha segnato un’accelerazione, e le vendite al dettaglio hanno battuto le attese, rafforzando il quadro di una reflazione in corso, seppur più moderata. È stata un’altra settimana difficile per chi si è fatto guidare da titoli allarmistici o interpretazioni emotive: i mercati non sono crollati per il rimbalzo dell’inflazione, né per le indiscrezioni sulla rimozione di Powell, né per le tensioni internazionali o le dichiarazioni dei BRICS. Al contrario, chi ha seguito con attenzione i dati, i fondamentali e i segnali macro, ha probabilmente vissuto un’altra settimana di soddisfazioni. Il dato sull’inflazione di giugno mostra un incremento dello 0,3% del CPI generale, mentre il core CPI – che esclude alimentari ed energia – è salito dello 0,2%. Tuttavia, se si osserva il dato anno su anno, si nota come il core CPI sia passato dal 2,4% di maggio al 2,7% di giugno. Ancora più indicativa è la media annualizzata degli ultimi tre mesi, salita al 2,4% rispetto all’1,7% del periodo marzo-maggio. Si tratta di un segnale d’allarme che sta attirando l’attenzione della Fed e degli investitori, costretti a riconsiderare la traiettoria futura dei tassi. La domanda che sorge spontanea è: questa accelerazione è causata dai dazi? Le opinioni divergono. Alcuni analisti sostengono che i dazi non generino inflazione perché il potere d’acquisto dei consumatori è già sotto pressione e dunque, se i prezzi aumentano, la domanda si riduce. Altri ritengono invece che i dazi finiranno inevitabilmente per scaricarsi sui prezzi, anche se in modo progressivo, dato che le imprese tendono ad ammortizzare l’impatto per non perdere clienti. Inoltre, prima che entrassero in vigore, molte aziende avevano fatto scorte consistenti per evitare di pagare i nuovi prezzi. Ma cosa accadrà quando queste scorte termineranno e si dovranno riacquistare beni gravati da tariffe elevate? Un altro aspetto da non trascurare riguarda il mutamento della natura dell’inflazione. Se negli ultimi anni i principali driver erano legati al comparto immobiliare – affitti, mutui, costi delle abitazioni – oggi a trainare i prezzi sono invece i beni importati e le materie prime energetiche. Categorie molto più volatili e soggette a dinamiche geopolitiche, guerre, tensioni commerciali e sanzioni. L’inflazione legata ai dazi si comporta come una forza lenta ma costante, che esercita una pressione continua sui prezzi. Di fronte a questi dati, i mercati hanno ormai ridotto a zero la possibilità di un taglio dei tassi da parte della Fed a luglio, mentre per settembre le probabilità restano aperte. Ma il quadro si è complicato ulteriormente con le voci – poi smentite – di un possibile licenziamento del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Nonostante si tratti di un’ipotesi giuridicamente difficile da realizzare, il solo rumore ha generato forte nervosismo. Alla notizia, il dollaro si è indebolito bruscamente e i rendimenti obbligazionari sono calati. Segno evidente che i mercati temono un indebolimento dell’indipendenza della banca centrale, che costituisce uno dei pilastri della fiducia internazionale nel sistema finanziario americano. Eppure, se davvero Powell venisse sostituito, sarebbe molto probabile che il suo successore adottasse subito una linea di politica monetaria espansiva, più in sintonia con le richieste della Casa Bianca. Ma i mercati non hanno reagito con entusiasmo a questa eventualità. Perché? Probabilmente perché un’azione del genere minerebbe la credibilità della Fed, trasformandola in uno strumento politico, con rischi sistemici sia per il dollaro che per i Treasury. A sostenerlo non sono solo gli osservatori indipendenti, ma anche voci autorevoli della finanza americana: Jamie Dimon (JPMorgan), David Solomon (Goldman Sachs) e Brian Moynihan (Bank of America) hanno tutti sottolineato l’importanza dell’indipendenza della Fed come garanzia di stabilità per l’intero sistema. Anche il mercato ha parlato chiaramente: l’immediata reazione negativa, al diffondersi della notizia, è stata un messaggio inequivocabile. Sul fronte dei mercati, intanto, la corsa non si ferma. L’S&P 500, il Nasdaq e Bitcoin continuano a inanellare nuovi record. Ma attenzione: l’idea che Trump non agirà concretamente potrebbe rivelarsi un boomerang. I mercati sembrano sottovalutare la possibilità che il presidente voglia, questa volta, davvero applicare i dazi. E proprio la forza mostrata dagli indici potrebbe dargli la fiducia per farlo, senza più remore. In questo quadro, c’è un segmento di mercato che manda segnali ben diversi: le small cap americane. Queste aziende, per lo più attive nel mercato domestico, non beneficiano del dollaro debole, devono affrontare tassi di finanziamento ancora elevati e hanno margini sempre più compressi. Il 75% di loro, secondo Bank of America, non genera flussi di cassa positivi. In più, le tariffe su materie prime come il rame e i farmaci pesano molto di più su queste realtà, che non possono trasferire i costi ai clienti come fanno le big tech. E se i grandi gruppi esportano, convertendo ricavi in euro o yuan in dollari più deboli, le piccole imprese devono invece spendere di più per importare e faticano a proteggere i propri margini. La dicotomia tra large cap e small cap rappresenta una delle chiavi di lettura più importanti in questa fase di mercato. La resilienza degli indici non deve far dimenticare che sotto la superficie si muovono forze diverse, e che un inasprimento delle tensioni commerciali potrebbe avere conseguenze più profonde e selettive di quanto molti investitori stiano oggi considerando. La settimana che inizia domani si preannuncia densa di appuntamenti cruciali per i mercati globali. Sotto i riflettori degli investitori ci sarà il meeting della BCE e gli aggiornamenti sul sentiment dei direttori degli acquisti, i famigerati PMI, relativi al mese di luglio 2025. Ecco i principali eventi da monitorare. Lunedì 21/07: La settimana si apre sotto il segno del Dragone. La People's Bank of China (PBoC) catalizzerà l'attenzione dei mercati con l'annuncio sui tassi di riferimento per i prestiti a 1 e 5 anni (Loan Prime Rate), un barometro fondamentale per lo stato di salute dell'economia di Pechino. Dagli Stati Uniti, invece, si attende il superindice (Leading Economic Index), un dato aggregato che fornirà preziose indicazioni sulla traiettoria futura della prima economia mondiale. Martedì 22/07: I riflettori restano puntati sugli USA. La Federal Reserve Bank di Richmond pubblicherà il suo indice sull'attività manifatturiera, un termometro importante per il settore industriale. L'evento clou della giornata sarà tuttavia l'intervento del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che parlerà a una conferenza a Washington. Le sue parole saranno attentamente vagliate alla ricerca di indizi sulle future mosse di politica monetaria. Mercoledì 23/07: Dall'Europa è in arrivo l'indice sulla fiducia dei consumatori, un dato essenziale per valutare la propensione alla spesa delle famiglie. Dagli Stati Uniti, l'aggiornamento sulle vendite di abitazioni esistenti offrirà uno spaccato fondamentale dello stato di salute del settore immobiliare a stelle e strisce. Giovedì 24/07: Sarà una giornata campale sul fronte dei dati congiunturali. Si attendono le letture preliminari (flash) degli indici PMI (Purchasing Managers' Index) per i settori manifatturiero e dei servizi di Eurozona, Regno Unito e Stati Uniti, indicatori anticipatori dell'attività economica. Per l'Area Euro, l'attenzione sarà massima anche per il meeting della Banca Centrale Europea; gli operatori si attendono indicazioni cruciali dalla conferenza stampa della presidente Christine Lagarde. Sul fronte statunitense, il calendario prevede anche l'aggiornamento sulle vendite di nuove abitazioni e, come di consueto, il dato settimanale sulle nuove richieste di sussidi di disoccupazione, pubblicato alle 14:30 ora italiana. Venerdì 25/07: La settimana si chiude con una raffica di dati di rilievo. Dal Regno Unito giungeranno i numeri sulle vendite al dettaglio, mentre dalla Germania si attende la pubblicazione dell'indice IFO, che misura la fiducia delle imprese tedesche. Per l'Eurozona, i dati sulla massa monetaria (M3) e sui prestiti al settore privato completeranno il quadro. Dagli Stati Uniti, infine, il focus sarà sugli ordinativi di beni durevoli, un indicatore chiave per gli investimenti delle aziende e la produzione industriale futura.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso misti. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,26%, China A50 +0,17%, Hang Seng ha chiuso a +0,74%, il Nikkei -0,24%, l’Australia +1,57%, Taiwan ha chiuso a +1,07%, la Corea del Sud Kospi -0,32%, l’indice Indiano Sensex -0,68%. Il nostro FTSEMib +0,46%, Dax chiuso -0,33% Ftse100 +0,22%, Cac40 +0,01%, Zurigo +0,18%. Lo S&P500 -0,01%, il Nasdaq +0,05%, il Russell2000 -0,61%. L’oro ha chiuso a 3.358,30 ollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 66,05$ per il wti e 69,28$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 33,595. Lo spread BTP/BUND 88,500. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 16,41%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere positivi con qualche eccezione. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,44%, China A50 +0,06%, Hang Seng ha chiuso a +0,37%, il Nikkei chiuso per festività, l’Australia -1,12%, Taiwan ha chiuso a -0,50%, la Corea del Sud Kospi +0,61%, l’indice Indiano Sensex +0,47%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa mentre gli Stati Uniti sono positivi. L’oro si attesta a 3.364,30 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 66,14$ per il greggio e 69,33$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 118.390 e l’Ethereum 3.764.
Buona giornata e buona settimana.

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