Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
(14° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Eschilo: “In guerra la verità è la prima vittima”
I future sugli indici azionari hanno recuperato terreno mentre il petrolio ha azzerato i rialzi iniziali, dopo che il Wall Street Journal ha riferito che il presidente Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto a porre fine alla campagna militare statunitense contro l’Iran anche nel caso in cui lo Stretto di Hormuz dovesse restare in larga parte chiuso. I future sullo S&P 500 sono saliti dello 0,8%, mentre quelli sulle borse europee hanno guadagnato lo 0,3%, sostenuti dall’idea che una possibile conclusione del conflitto possa essere più vicina. In Asia, invece, il tentativo di recupero si è affievolito con il passare delle ore e l’indice MSCI Asia Pacific ha chiuso in calo dell’1%, avviandosi verso il peggior mese da ottobre 2008. Tra i comparti più deboli si sono distinti ancora una volta i titoli legati ai semiconduttori. Sul fronte energetico, il West Texas Intermediate ha cancellato il rialzo registrato nelle prime battute di mercato, tornando poco mosso intorno ai 103 dollari al barile, mentre in precedenza era arrivato a sfiorare i 107 dollari. Gli investitori hanno interpretato la notizia come un possibile segnale di riduzione delle tensioni in Medio Oriente. Nel frattempo, i Treasury hanno esteso i guadagni e il dollaro si è indebolito nei confronti della maggior parte delle principali valute del G10. Questi movimenti così bruschi sono arrivati dopo un avvio di seduta debole per i mercati azionari e un nuovo balzo del petrolio, innescato dalla notizia secondo cui l’Iran avrebbe colpito una petroliera kuwaitiana a Dubai. L’idea di un ritiro statunitense dal conflitto con l’Iran sarebbe letta dai mercati come un elemento capace di allentare la tensione e migliorare le prospettive di una futura riapertura dello Stretto di Hormuz, che resta un passaggio strategico fondamentale e la cui interruzione ha contribuito a spingere al rialzo il prezzo del greggio. Un ritorno alla normalità nei flussi energetici dal Medio Oriente sarebbe particolarmente importante per i grandi importatori asiatici, come India e Cina, e aiuterebbe a ridurre i timori di un rallentamento più marcato dell’economia globale. Secondo Tim Waterer di KCM Trade, nel breve termine una fine del conflitto sarebbe naturalmente accolta con favore dai mercati, ma il permanere della chiusura dello Stretto di Hormuz continuerebbe comunque a lasciare i mercati energetici globali esposti a nuove interruzioni dell’offerta. Negli ultimi giorni, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Trump e il suo team avrebbero valutato che un’operazione finalizzata a riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz rischierebbe di estendere il conflitto ben oltre la finestra temporale inizialmente prevista, pari a quattro-sei settimane. Nelle ultime settimane, inoltre, Trump ha espresso pubblicamente posizioni molto diverse tra loro su come gestire la chiusura del passaggio marittimo, alternando minacce di attacchi alle infrastrutture energetiche civili iraniane a dichiarazioni più distensive, nelle quali ha minimizzato la rilevanza dello stretto per gli Stati Uniti, sostenendo che si tratti soprattutto di un problema per altri Paesi. Per Anna Wu di VanEck, gli asset rischiosi erano da tempo in attesa di qualunque pretesto per mettere a segno un rimbalzo, e per questo un cambiamento nella narrativa ha agito come un’accelerazione immediata sul sentiment. Tuttavia, il quadro non può ancora essere considerato definitivo né condiviso da tutte le parti coinvolte, e risulta probabilmente prematuro assumerlo come scenario base. Anche secondo gli strategist di Bloomberg, gli investitori stanno mostrando una forte inclinazione a credere nella possibilità di un percorso verso la pace. È però già accaduto che slanci di ottimismo simili venissero rapidamente smentiti da nuove dichiarazioni provenienti da Trump, dall’Iran o da entrambi, capaci di riportare il mercato all’idea che il conflitto fosse destinato a proseguire. Per il momento, tuttavia, l’ottimismo sembra prevalere almeno nel brevissimo termine. Dopo un mese di combattimenti, si può sostenere che sia proprio l’Iran ad aver ottenuto il risultato strategico più significativo, vale a dire un controllo sempre più stretto sul traffico nello Stretto di Hormuz. Nel corso di marzo, il numero medio di imbarcazioni che hanno attraversato ogni giorno questo stretto corridoio marittimo, in entrambe le direzioni, si è fermato a circa sei, contro una media normale di circa 135 al giorno. Anche il mercato obbligazionario ha reagito positivamente alla notizia del Wall Street Journal. I Treasury hanno continuato a salire, con il rendimento del decennale americano sceso di due punti base al 4,33%. Già nella seduta precedente i titoli di Stato avevano beneficiato delle parole del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che aveva ridimensionato i rischi inflazionistici di breve periodo derivanti dall’aumento dei prezzi dell’energia. Con il miglioramento del sentiment, l’oro ha guadagnato l’1%, portandosi intorno a 4.550 dollari l’oncia, mentre l’argento ha segnato un rialzo del 2,7%. L’indice Bloomberg del dollaro è rimasto sostanzialmente invariato dopo cinque sedute consecutive di rafforzamento. In questo contesto di volatilità estrema, alcuni operatori continuano comunque a invitare alla prudenza. Rodrigo Catril di National Australia Bank ha sottolineato che questo movimento potrebbe rivelarsi di breve durata, proprio perché il conflitto con l’Iran è ancora in corso e lo Stretto di Hormuz resta chiuso. Un altro tema osservato con attenzione dai mercati è stata la debolezza del comparto dei semiconduttori. Samsung Electronics ha perso quasi il 4%, mentre SK Hynix è arrivata a cedere fino all’8,1%, sulla scia del forte calo di Micron Technology, scesa del 9,9% a Wall Street nella seduta di lunedì e ulteriormente indebolita nel dopo mercato. Diversi investitori ritengono che i movimenti osservati siano più il risultato della persistente volatilità che di un reale miglioramento dei fondamentali del sentiment di mercato. Finché non emergeranno concessioni più concrete o un chiaro segnale di conclusione del conflitto, il quadro resterà fragile. Dilin Wu di Pepperstone ha spiegato che i titoli più recenti possono certamente agire da detonatore per la volatilità di breve termine, ma è ancora troppo presto per interpretarli come la prova che la guerra stia davvero finendo. Alcuni di questi segnali potrebbero semplicemente far parte di una strategia mirata a gestire le aspettative del mercato e a stabilizzare le condizioni finanziarie. In Europa, le borse si preparano ad aprire in ordine sparso, proprio perché i dubbi sulla reale possibilità di un accordo di pace restano elevati. Il FTSE 100 britannico è atteso tra la parità e un lieve calo, il DAX tedesco in rialzo dello 0,5%, il CAC 40 francese in progresso dello 0,4% e il FTSE MIB italiano poco sotto la linea della parità, secondo le indicazioni fornite da IG. Sul fronte societario è attesa la pubblicazione dei risultati di Hermes International, mentre sul piano macroeconomico l’attenzione sarà rivolta alle vendite al dettaglio in Germania, alla lettura finale del PIL del Regno Unito per il quarto trimestre del 2025 e ai dati sull’inflazione dell’Unione Europea. Il messaggio che arriva dai mercati resta molto chiaro: basta una variazione nella narrativa geopolitica per innescare movimenti violenti e improvvisi su azioni, petrolio, obbligazioni, valute e metalli preziosi. Questo però non significa che il rischio sia davvero rientrato. Significa piuttosto che gli operatori stanno cercando disperatamente un punto di equilibrio tra la speranza di una distensione e la consapevolezza che i nodi centrali della crisi, a partire dallo Stretto di Hormuz, restano ancora aperti. In un contesto simile, il mercato continua a muoversi più sulle aspettative che sulle certezze, e proprio per questo diventa ancora più importante leggere i prezzi con disciplina, senza confondere un rimbalzo tecnico con un cambiamento strutturale dello scenario. I market movers di oggi sono: festa nazionale in India, produzione industriale in Giappone, indice PMI manifatturiero in Cina, PIL 4° trimestre in Gran Bretagna, vendite al dettagli e tasso di disoccupazione in Germania, CPI (inflazione) nell’Eurozona, rapporto sulla fiducia dei consumatori elaborato dal Conference Board e nuove offerte di lavoro Jolts negli Stati Uniti.
IERI
I listini dell’Asia hanno chiuso negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,02%, China A50 -0,02%, Hang Seng -1,04%, il Nikkei -3,33%, l’Australia -0,77%, Taiwan -1,46%, la Corea del Sud Kospi -3,11%, l’indice Indiano Sensex -1,32%. Il nostro FTSEMib +1,02%, Dax chiuso +1,18%, Ftse100 +1,62%, Cac40 +0,91%, Zurigo +0,82%. Lo S&P500 -0,39%, il Nasdaq -0,73%, il Russell2000 -1,46%. L’oro ha chiuso a 4.557,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 102,88$ per il wti e 107,39$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 54,177. Lo spread BTP/BUND 97,010. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 30,61%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,16%, China A50 -0,06%, Hang Seng -0,36%, il Nikkei -0,80%, l’Australia +0,25%, Taiwan -2,01%, la Corea del Sud Kospi -3,20%, l’indice Indiano Sensex -2,22%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura positiva così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.588,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 103,10$ per il greggio e 107,63$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 67.577 e l’Ethereum 2.063.
Buona giornata.


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