Pillole di Mercato
- Federico Caligiuri

- 13 apr
- Tempo di lettura: 7 min
(16° settimana - anno 2026)

Citazione del giorno:
Friedrich Nietzsche: “Diventare se stessi non è un atto improvviso, ma una lotta lenta contro le paure, contro le aspettative degli altri, contro la tentazione di restare comodi. Chi sceglie di essere autentico deve accettare di non essere compreso da tutti”
È davvero l’inizio di una nuova fase rialzista, ordinata e sostenibile, di quelle che fanno pensare che il peggio sia ormai alle spalle? È una domanda che negli ultimi giorni torna con forza, ed è naturale che molti se la stiano ponendo. La risposta più onesta, però, resta una sola: non c’è una risposta certa. Ed è proprio questa incertezza a rappresentare il rischio più sottile e pericoloso. Quando il mercato rimbalza per più sedute consecutive, la tentazione è sempre quella di convincersi che tutto sia tornato al proprio posto, che la fase negativa sia stata solo un passaggio temporaneo e che basti un cessate il fuoco, un dato macro leggermente migliore o una dichiarazione meno aggressiva per rimettere in moto il solito schema: tecnologia che riparte, indici sui massimi e investitori che tornano a rincorrere gli stessi temi vincenti. Ma i mercati non funzionano così, perché hanno memoria, e questa memoria pesa molto più di quanto si voglia ammettere. Il punto centrale non è stabilire se il mercato possa continuare a salire, perché in un contesto così compresso è assolutamente possibile assistere a rimbalzi anche molto violenti. La vera domanda è un’altra: quello a cui stiamo assistendo è un movimento strutturale oppure un semplice sollievo all’interno di un contesto che non è ancora cambiato? Oggi la seconda ipotesi appare più coerente con ciò che raccontano i dati. Lo si vede chiaramente osservando il mercato obbligazionario, che continua a trasmettere un messaggio molto meno entusiasta rispetto all’azionario, e lo si vede nei rendimenti globali, che non stanno prezzando una vera distensione macroeconomica. L’inflazione resta più persistente del previsto e il comportamento dei settori non è omogeneo: non tutto sale con la stessa convinzione, e non tutto giustifica un rientro indiscriminato dopo pochi giorni di rialzo. Interpretare questo movimento come un nuovo bull market stabile rischia di portare a inseguire il rimbalzo proprio nel momento in cui sarebbe invece necessario essere più selettivi. Leggerlo invece come una fase ancora fragile, capace di offrire rimbalzi anche molto intensi ma inseriti in una struttura incerta, permette di mantenere un approccio più lucido e disciplinato. I mercati, in questo senso, insegnano continuamente l’importanza dell’umiltà. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di rispettare ciò che i prezzi stanno raccontando, evitando di costruire narrazioni rassicuranti solo per sentirsi nel giusto. In questi giorni si è visto chiaramente quanto il sentiment possa cambiare in poche ore: per settimane il mercato ha prezzato un’escalation, con petrolio in forte rialzo, volatilità elevata e timori di uno shock energetico duraturo. Poi, a ridosso di una scadenza critica, Donald Trump ha annunciato una tregua temporanea e l’avvio di nuovi negoziati, innescando un rimbalzo immediato degli asset di rischio. Questo comportamento riflette ormai un meccanismo ricorrente, spesso sintetizzato nel cosiddetto “TACO trade” (Trump Always Chickens Out), ovvero l’idea che alle fasi di forte pressione sui mercati segua una retromarcia politica. Lo schema è diventato familiare: escalation, sell-off, pausa, rinvio e rimbalzo. È già accaduto più volte negli ultimi mesi, e il mercato sembra aver imparato a riconoscerlo, reagendo in anticipo. Ma riconoscere un pattern non significa che il problema sia risolto. Il rimbalzo dell’azionario non implica automaticamente che il danno economico, logistico ed energetico sia stato assorbito. Anzi, osservando gli altri asset, emerge una lettura molto più prudente. Il petrolio, pur avendo corretto, resta su livelli elevati, il dollaro non ha mostrato un indebolimento strutturale e l’oro ha mantenuto una tenuta significativa, tornando a salire proprio nel giorno del cosiddetto “sollievo”. Questo è un segnale importante: quando asset di rischio e beni rifugio salgono contemporaneamente, il messaggio non è quello di una normalizzazione completa, ma piuttosto di un mercato diviso, in cui una parte compra il rimbalzo mentre un’altra continua a proteggersi. È una dinamica di copertura, non di piena fiducia. Guardando ai dati concreti, la situazione appare ancora lontana da una vera normalità. Il traffico nello Stretto di Hormuz resta fortemente limitato, con un numero di transiti molto ridotto rispetto agli standard. Le infrastrutture energetiche, anche alternative, stanno operando sotto pressione, con capacità ridotte. Questo significa che, anche in uno scenario favorevole, la normalizzazione dei flussi richiederà tempo. Nel frattempo, gli effetti sull’economia reale stanno iniziando a emergere. Negli Stati Uniti, l’inflazione ha registrato un incremento mensile dello 0,9%, il più elevato dal 2022, con un aumento significativo dei prezzi della benzina, salita di circa il 21%. La componente core resta più contenuta, ma questo evidenzia come lo shock sia attualmente concentrato sull’energia. Il rischio è che, se i prezzi energetici restano elevati per un periodo prolungato, l’impatto si trasmetta gradualmente al resto dell’economia, rendendo l’inflazione più persistente. Ed è proprio qui che entra in gioco la Federal Reserve. La banca centrale si trova in una posizione complessa: il mercato del lavoro mostra segnali di rallentamento, ma non abbastanza forti da giustificare un allentamento rapido della politica monetaria. Allo stesso tempo, il rischio inflattivo torna a salire proprio a causa dell’energia. Questo crea uno scenario in cui il lato inflazione del mandato torna a pesare più di quello legato alla crescita e all’occupazione. In un contesto del genere, il rally dell’azionario rischia di essere eccessivamente ottimista, perché si concentra sulla tregua senza considerare pienamente le implicazioni che questa crisi ha già avuto e potrebbe continuare ad avere sui prezzi e sulle decisioni delle banche centrali. Se si mettono insieme tutti questi elementi, il quadro diventa più chiaro. L’azionario sta reagendo come se il cessate il fuoco fosse già sinonimo di normalizzazione, mentre il resto del sistema resta molto più prudente. Il traffico energetico non è tornato ai livelli precedenti, le infrastrutture restano sotto stress, il petrolio rimane elevato e i primi segnali inflattivi sono già visibili nei dati. Allo stesso tempo, l’economia rallenta ma non abbastanza da consentire una risposta monetaria immediata. Il mercato oggi sta vivendo una fase di forte disallineamento tra narrativa e realtà. Da un lato c’è il bisogno di credere che il peggio sia passato, dall’altro ci sono dati che raccontano una storia ancora incompleta. Questa divergenza è il vero elemento chiave: non serve scegliere chi ha ragione nell’immediato, ma riconoscere che il contesto resta fragile. Ed è proprio in queste fasi che la disciplina diventa fondamentale, perché il rischio più grande non è perdere un rimbalzo, ma costruire decisioni su una convinzione che potrebbe rivelarsi prematura. La settimana che inizia il 13 aprile presenta alcuni dati chiave sia in Europa sia negli Stati Uniti, con l’aggiunta di importanti aggiornamenti dalla Cina e dall’OPEC. Lunedì si segnala la pubblicazione del Monthly Report dell’OPEC, documento seguito dai mercati per le previsioni sull’offerta di petrolio e l’andamento dei prezzi, mentre permangono le tensioni in Medio Oriente. Negli Stati Uniti, attenzione alle vendite di abitazioni esistenti relative a marzo, indicatore significativo per il settore immobiliare e per la spesa dei consumatori. Da lunedì fino a sabato 18 aprile si terranno inoltre le riunioni annuali di primavera del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e del Gruppo della Banca Mondiale (GBM), a Washington. Martedì, in Australia vengono pubblicati gli indici di fiducia dei consumatori e delle imprese, mentre la Cina diffonde la bilancia commerciale di marzo. L’Europa segue con i prezzi all’ingrosso in Germania e i prezzi alla produzione e l’inflazione in Spagna. Il dato statunitense più rilevante sarà l’indice dei prezzi alla produzione, importante per capire le pressioni inflazionistiche lungo la filiera produttiva. Mercoledì, la giornata si apre con l’inflazione francese e prosegue con la produzione industriale dell’Eurozona, mentre negli Stati Uniti saranno pubblicati l’indice manifatturiero Empire State di aprile e l’indice NAHB sul mercato immobiliare. Nel pomeriggio, come di consueto, focus sulle scorte di greggio USA, e in serata il Beige Book della Fed offrirà un aggiornamento sul quadro economico USA. Giovedì sarà una giornata intensa: la Cina diffonde una serie completa di dati macroeconomici, dal PIL agli indici dei prezzi abitativi, alla produzione industriale e alle vendite al dettaglio, insieme al tasso di disoccupazione. Nel Vecchio Continente, focus sul PIL, bilancia commerciale e sulla produzione industriale del Regno Unito, mentre in Italia e nell’Eurozona verrà pubblicata l’inflazione. Negli Stati Uniti, attenzione all’indice manifatturiero della Fed di Philadelphia, alle richieste di sussidi di disoccupazione e alla produzione industriale di marzo. La settimana si chiuderà venerdì con i dati sulla bilancia commerciale di Italia ed Eurozona.
VENERDI’
I listini dell’Asia hanno chiuso positivi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite +0,60%, China A50 +1,44%, Hang Seng +0,51%, il Nikkei +1,26%, l’Australia -0,29%, Taiwan +1,36%, la Corea del Sud Kospi +1,73%, l’indice Indiano Sensex chiuso +1,01%. Il nostro FTSEMib +0,59%, Dax -0,01%, Ftse100 -0,03%, Cac40 +0,17%, Zurigo +0,18%. Lo S&P500 +0,68%, il Nasdaq +0,36%, il Russell2000 -0,22%. L’oro ha chiuso a 4.787,40 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha scambiato a 96,57$ per il wti e 95,20$ per il brent inglese. Il prezzo del Natural Gas (TTF) quotato sul mercato di Amsterdam è di € 49,085. Lo spread BTP/BUND 79,04. L’indice VIX (il termometro dei mercati cioè la volatilità) chiude a 19,23%. Nel periodo pre-covid si attestava tra il 20% e l’11% e sono i due livelli entro cui vi è tranquillità nei mercati finanziari.
PRE-APERTURE
I listini dell’Asia si avviano a chiudere negativi. Nei singoli paesi lo Shanghai composite -0,10%, China A50 +0,18%, Hang Seng -1,15%, il Nikkei -0,87%, l’Australia -0,48%, Taiwan -0,08%, la Corea del Sud Kospi -0,95%, l’indice Indiano Sensex chiuso -1,46%. Al momento in cui scrivo, i mercati europei hanno una previsione di apertura negativa così come gli Stati Uniti. L’oro si attesta a 4.739,50 dollari l’oncia, mentre il petrolio chiude intorno ai valori di 104,74$ per il greggio e 102,15$ per il brent. Infine, il Bitcoin quota 70.854 e l’Ethereum 2.187.
Buona giornata e buona settimana.



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